SOCIETÀ

Democrazia possibile e i rischi di una “recessione democratica globale”

C’è stato un periodo alla fine del secolo scorso in cui la democrazia liberale sembrò non avere più rivali: per qualche anno, a partire dal celeberrimo libro di Francis Fukuyama, si parlò addirittura di fine della storia. Presto però la prima guerra nel Golfo e in seguito gli attentati dell’11 settembre 2001 misero in chiaro che non tutti guardavano con favore a questa democrazia da esportazione, troppo spesso identificata con un modello occidentale corrotto e ipocrita. Negli ultimi anni poi l’ascesa di democrature e piccoli e grandi uomini forti ha messo sempre più in crisi il prestigio dei sistemi a democrazia liberale.

Per questo Il Bo live, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali - SPGI, inaugura La crisi (e le sfide) della democrazia: una serie di articoli e interviste di approfondimento sul tema della tenuta dei regimi democratici e delle sfide che essi devono affrontare. Lo fa con Marco Almagisti, docente di scienza politica che proprio alla riflessione sulla democrazia ha dedicato vari libri e studi (tra cui La qualità della democrazia in Italia, Una democrazia possibile e Introduzione alla politologia storica, tutti editi da Carocci).

Intervista di Daniele Mont D'Arpizio; montaggio di Elisa Speronello

La democrazia è una forma di governo che prevede una competizione tra élites basata sul consenso popolare – esordisce Almagisti –. La cosa interessante è che fino alla fine del Settecento essa era giudicata molto negativamente, sulla linea di una tradizione che risale a Platone e Aristotele, mentre negli ultimi due secoli ha guadagnato sempre più consensi: in particolare nel corso nel Novecento, via via che i suoi nemici si sono coperti di una serie di misfatti”. Il dato da cui partire, secondo lo studioso, è che il ventesimo secolo si è concluso con una diffusione territoriale senza precedenti del sistema di governo liberaldemocratico, “tanto che il grande politologo come Samuel P. Huntington parlò di ‘terza ondata di democratizzazione’, iniziata negli anni ‘70 in Europa meridionale con la caduta delle giunte autoritarie in Portogallo, Spagna e Grecia, proseguita negli anni ‘80 in America latina e conclusasi ovviamente con l’89 con la fine del comunismo sovietico”.

Eppure oggi rispetto agli anni ‘90 consideriamo con minor slancio ottimistico la prospettiva di una diffusione globale della democrazia – continua Almagisti –, inoltre più siamo anche consapevoli dei rischi di regressione illiberale anche nei sistemi più stabili”. Secondo un rapporto dell’università di Cambridge nel 2019 per la prima volta dal 2001 il numero dei regimi non democratici è tornato a prevalere nel mondo. Cresce inoltre la disaffezione anche all’interno di democrazie consolidate: secondo il rapporto citato, che aggrega i dati di 3.500 ricerche statistiche condotte in decine di Paesi negli ultimi decenni, l’anno scorso l’indice di insoddisfazione globale per la democrazia ha raggiunto una media record del 57,5% (+18,8% rispetto al 2005), tanto da far parlare di vera e propria ‘recessione democratica globale’. Una crisi che l’assalto al Congresso dello scorso 6 febbraio ha reso evidente persino negli Stati Uniti, un tempo considerati baluardo di solidità democratica. Attenti però a non cadere nello sconforto, perché “allo stesso tempo aumentano e si irrobustiscono nel mondo anche le manifestazioni a favore della democrazia. Siamo quindi di fronte a un quadro composito e imprevedibile”.

Molti comunque si interrogano sull’origine di questo crescente sentimento di distanza tra opinione pubblica e istituzioni democratiche: sul banco degli accusati c’è anche la globalizzazione con la conseguente perdita di centralità, assieme agli Stati, dei parlamenti e delle politiche nazionali. “Nella prima fase la globalizzazione ha comportato una crescita economica che, come hanno evidenziato diversi studi, si è rivelata fondamentale per lo stato di salute delle democrazie – risponde lo studioso –. Allo stesso tempo essa porta anche insidie: nella concezione moderna di cittadinanza hanno ad esempio un peso rilevante anche i diritti sociali legati alle prestazioni del welfare, che sempre secondo Huntington sono stati determinanti nel consolidare i sistemi democratici occidentali nel secondo dopoguerra. Si tratta però di diritti che costano: per finanziarli è necessario un certo livello di imposizione mentre la globalizzazione tende a rendere meno tracciabile e quindi tassabile, soprattutto per i grandi capitali, il processo di creazione di ricchezza”.

Le democrazie dovrebbero dimostrare una superiore flessibilità e una maggiore capacità di apprendimento dai propri errori: questa è stata finora la loro fortuna

Anche per questo negli ultimi anni a tutte le latitudini (anche le più impensabili) si sono fatte strada l’insoddisfazione e la protesta contro le istituzioni rappresentative, considerate inefficaci e opache. “Attenzione però: i cosiddetti populismi sono parte importante della storia della democrazia – puntualizza il politologo –. Questa nella sua forma rappresentativa si basa sulla divisione del lavoro tra governanti e governati, rappresentanti e rappresentati, pochi e molti, ingenerando ovviamente una tensione strutturale che può riaffiorare soprattutto in tempi di crisi. Ricordiamoci che la democrazia liberale è l’unica forma di governo che prevede espressamente la possibilità di criticare le classi dirigenti: le loro scelte ma anche il loro ruolo”. Il conflitto interno, nei limiti in cui si svolge su parole e di idee, fa insomma parte del gioco, e di fronte a processi storici e sociali difficili e dolorosi può portare alla nascita di movimenti antiestablishment, che spesso poi si istituzionalizzano e arrivano a ricoprire anche incarichi di governo (come ad esempio in momenti diversi Lega e MoviMento 5 Stelle e all’estero Syriza e Podemos).

Un’ulteriore difficile prova si è infine rivelata la pandemia, durante la quale i sistemi liberali sono apparsi più volte appesantiti dai loro complessi sistemi di decisione e di garanzia. “I sistemi autoritari sono avvantaggiati soprattutto dal controllo dell’informazione, anche se poi non sappiamo come stiano veramente le cose al loro interno – conclude Almagisti –. Personalmente resto dell’idea che le democrazie dovrebbero dimostrare una superiore flessibilità e una maggiore capacità di apprendimento dai propri errori. Questa è stata finora la loro fortuna e mi auguro, per noi e per i nostri figli, che continui a esserlo anche nei prossimi decenni”.

La crisi (e le sfide) della democrazia

In collaborazione con il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali - SPGI

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