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Orologio dell’Apocalisse a 85 secondi dalla mezzanotte: mai così vicino alla catastrofe

Il 27 gennaio 2026, l'Orologio dell'Apocalisse è stato impostato a 85 secondi dalla mezzanotte, il momento più vicino alla mezzanotte mai registrato dall'Orologio nella sua storia. Il Bulletin of the Atomic Scientists' Science and Security Board (SASB), che stabilisce l'Orologio, ha chiesto un'azione urgente per limitare gli arsenali nucleari, creare linee guida internazionali sull'uso dell'IA e stipulare accordi multilaterali per affrontare le minacce biologiche globali.

La decisione, presa dallo Science and Security Board del Bulletin (con la consulenza di un comitato che include otto premi Nobel), tiene conto nel 2026 di minacce nucleari crescenti, tecnologie dirompenti come l’IA, rischi biologici e della crisi climatica. L’ultimo aggiornamento risaliva a gennaio 2025, quando l’orologio era a 89 secondi dalla mezzanotte.

Daniel Holz, presidente del Board, avverte che ai rischi già noti si aggiunge "l’ascesa di autocrazie nazionaliste" e che senza fiducia e cooperazione internazionale, "un mondo che si divide in 'noi contro loro' rende l’umanità più vulnerabile".

Maria Ressa, Nobel per la Pace 2021, punta il dito contro la crisi dell’informazione: "Senza fatti non c’è verità, senza verità non c’è fiducia. Viviamo un Armageddon informativo che impedisce la collaborazione necessaria per affrontare minacce nucleari, climatiche e legate all’IA".


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Che cos'è l'Orologio dell'apocalisse

Il Doomsday Clock nasce nel 1947 come potente strumento di comunicazione scientifica e politica. Attraverso l’immaginario dell’apocalisse – la mezzanotte – e il linguaggio del conto alla rovescia tipico dell’esplosione nucleare, l’orologio intende rappresentare le minacce esistenziali per l’umanità e per il pianeta, inizialmente legate alle armi atomiche e oggi amplificate da nuove tecnologie destabilizzanti e dalla crisi climatica.

L’orario viene aggiornato ogni anno dallo Science and Security Board del Bulletin of the Atomic Scientists, in consultazione con il Board of Sponsors, che include nove premi Nobel. Nel tempo, l’orologio si è imposto come un indicatore universalmente riconosciuto della vulnerabilità del mondo di fronte a una catastrofe globale generata dalle tecnologie create dall’uomo.

Alla sua prima impostazione, all’inizio della Guerra fredda, le lancette segnavano sette minuti alla mezzanotte. Con il primo test nucleare dell’Unione Sovietica nel 1949, il tempo residuo si ridusse a tre minuti; nel 1953, con lo sviluppo delle armi termonucleari, si scese a soli due minuti. Da allora, in base all’evoluzione del contesto geopolitico internazionale, l’orologio si è più volte allontanato e riavvicinato alla mezzanotte: il momento di maggiore sicurezza risale al 1991, alla fine della Guerra redda, con 17 minuti di margine. Negli anni successivi, però, la tendenza si è progressivamente invertita, fino a raggiungere gli attuali 85 secondi.


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Come si riporta indietro l'orologio

Le notizie, e come vengono presentate, sicuramente creano allarmismo. C'è però la possibilità di riportare indietro le lancette. Su questo il Bulletin of the Atomic Scientists, è chiaro: esistono ancora margini di intervento per ridurre i rischi globali. Il primo passo riguarda il nucleare: Stati Uniti e Russia potrebbero riaprire un dialogo serio sulla limitazione dei rispettivi arsenali, riaffermando allo stesso tempo l’impegno a non riprendere i test nucleari esplosivi. Una distensione su questo fronte avrebbe effetti immediati sulla stabilità internazionale.

Un secondo ambito cruciale è quello delle nuove tecnologie. Il Bulletin sottolinea la necessità di accordi multilaterali e di regolazioni nazionali capaci di prevenire sviluppi pericolosi nel campo delle biotecnologie e di impedire che l’intelligenza artificiale venga utilizzata per creare o amplificare minacce biologiche. 

Sul fronte climatico invece, la strada è nota ma politicamente accidentata: accelerare la transizione energetica puntando sulle fonti rinnovabili già mature e riducendo rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili. A questo deve affiancarsi un rafforzamento della cooperazione scientifica internazionale, indispensabile non solo per affrontare la crisi climatica, ma anche per migliorare la biosicurezza globale e sviluppare strumenti efficaci di riduzione dei rischi.

I maggiori rischi: le armi nucleari

Il rischio nucleare continua ad aggravarsi. Secondo Jon B. Wolfsthal, direttore del programma Global Risk della Federation of American Scientists e membro del Science and Security Board del Bulletin of the Atomic Scientists, il 2025 è stato un anno in cui è stato "quasi impossibile individuare un singolo aspetto della questione nucleare che sia migliorato". Sempre più Paesi fanno affidamento sulle armi atomiche e, fatto ancora più inquietante, diversi governi parlano apertamente del loro utilizzo non solo come strumento di deterrenza, ma anche di coercizione politica e militare.

Nel frattempo, centinaia di miliardi di dollari vengono investiti in tutto il mondo per modernizzare ed espandere gli arsenali nucleari, mentre Stati formalmente non nucleari iniziano a interrogarsi sull’opportunità di dotarsi di armi atomiche o di “tenere aperta” questa possibilità. Un’escalation che, invece di aumentare la sicurezza, finisce per ridurla, esponendo l’intero pianeta a rischi crescenti. La lezione della Guerra fredda, ricorda Wolfsthal, dovrebbe essere chiara: nessuno può vincere una corsa agli armamenti nucleari e l’unico modo per ridurre il pericolo è attraverso accordi vincolanti che limitino dimensioni e caratteristiche degli arsenali. Servono investimenti immediati in strumenti di comunicazione di crisi, un rinnovato impegno contro la proliferazione, l’abbandono delle minacce nucleari e la costruzione di un sistema di sicurezza globale più stabile e prevedibile.


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Tecnologie dirompenti: la competizione soffoca la cooperazione

Anche sul fronte delle tecnologie emergenti il quadro è tutt’altro che rassicurante. Steve Fetter, docente di politiche pubbliche ed ex preside all’Università del Maryland, dice: "Mentre l’uso dell’intelligenza artificiale si espande e crescono le preoccupazioni per i suoi rischi, negli Stati Uniti si è assistito a un arretramento delle politiche di sicurezza: l’amministrazione Trump ha revocato l’iniziativa sulla sicurezza dell’IA avviata da Joe Biden e ha impedito agli Stati federati di sviluppare proprie forme di regolazione".

Una scelta che riflette un approccio aggressivo allo sviluppo tecnologico, incentrato sulla competizione a ogni costo. Proprio questa corsa, sottolinea Fetter, rende sempre più difficile costruire la cooperazione internazionale necessaria per individuare e mitigare i rischi. A peggiorare il quadro contribuiscono anche gli attacchi alle università e i tagli ai finanziamenti federali, che indeboliscono la capacità della ricerca pubblica di elaborare soluzioni efficaci.


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Cambiamento climatico: uno scenario preoccupante

Il cambiamento climatico resta una delle minacce più gravi e sistemiche. Per Inez Fung, professoressa emerita di Scienze dell’atmosfera all’University of California, Berkeley, ridurre il rischio di una catastrofe climatica richiede un doppio approccio: intervenire sulle cause e, allo stesso tempo, gestire i danni già in atto. La priorità assoluta resta il taglio delle emissioni di gas serra legate alla combustione dei combustibili fossili per la produzione di energia.

Le tecnologie rinnovabili, ricorda Fung, sono ormai mature e competitive dal punto di vista dei costi. Tocca ai governi accelerarne la diffusione, sostenendo la produzione su larga scala e creando mercati adeguati. Ma la transizione energetica non basta: è fondamentale tornare a politiche climatiche fondate sulla scienza, basate sulla raccolta, validazione e condivisione dei dati su clima ed emissioni a livello globale, oltre al miglioramento dei modelli che stimano gli impatti del riscaldamento globale sul benessere delle popolazioni.

Minacce biologiche: capacità indebolite e nuove inquietudini

Sul fronte biologico, il livello di allerta è in crescita. Asha M. George, direttrice esecutiva della Bipartisan Commission on Biodefense presso l’Atlantic Council, segnala come l’ultimo anno sia stato caratterizzato da una ridotta capacità di risposta agli eventi biologici, dallo sviluppo e dalla ricerca su armi biologiche, da attività di biologia sintetica scarsamente regolamentate e da una convergenza sempre più stretta tra intelligenza artificiale e scienze della vita. A questo si aggiunge lo spettro della cosiddetta “mirror biology”, una forma di biologia potenzialmente in grado di sfuggire ai meccanismi naturali di controllo.

Per gestire questi rischi, avverte George, saranno decisive le partnership: tra Paesi, tra settore pubblico e privato, tra sanità pubblica e sicurezza nazionale. Con gli strumenti giusti e una forte volontà politica, conclude, l’umanità può ancora evitare di soccombere alle minacce biologiche che incombono.

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