SOCIETÀ

Città “hot”: quali (possibili) soluzioni?

Con l’arrivo dell’estate si assiste immancabilmente ogni anno, sui giornali e in televisione, al periodico bollettino delle città più calde d’Italia che in alcuni periodi, come ormai abbiamo avuto modo di constatare, raggiungono anche punte di 40 gradi. Stupisce (chi scrive) che questi dati salgano ancora agli onori della cronaca, dato che si collocano in un trend ormai noto che fa del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici in atto uno dei problemi più urgenti del nostro secolo.

“I cambiamenti climatici rappresentano una minaccia e, allo stesso tempo, una nuova sfida per le città del XXI secolo, proiettate in uno scenario di forte fragilità del sistema ambientale – scrivono Francesco Musco e Filippo Magni in un contributo del volume Pianificazione urbanistica e clima urbano –. In questa prospettiva la pianificazione urbanistica e territoriale può offrire un contributo disciplinare rilevante sia in termini di elaborazione di proposte di abbattimento delle emissioni (la città carbon free) che in termini di integrazione di azioni di adattamento mirate agli specifici contesti territoriali”. Della relazione tra città e clima abbiamo parlato proprio con Francesco Musco, professore di tecnica e pianificazione urbanistica all’università Iuav di Venezia, autore e curatore di volumi sui temi della pianificazione urbanistica e della sostenibilità, della rigenerazione e resilienza urbane, e direttore editoriale della collana Planning for Climate Proof Cities.


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“Le grandi riflessioni condotte a livello globale sui cambiamenti climatici – esordisce il docente –, i rapporti internazionali dell’Ipcc e tutta la riflessione scientifica, impiegano gli approcci delle scienze esatte, dunque della climatologia, dell’analisi climatica e così via. Però dovendo comprendere quali manifestazioni hanno i fenomeni globali su scale inferiori, su scala urbana per esempio, serve mettere a sistema un altro tipo di informazione. Questo perché un evento climatico estremo all’interno della stessa città può avere conseguenze diverse”. Musco spiega che il rapporto tra città e clima si sviluppa su due macro-componenti, il calore in eccesso e l’acqua in eccesso, con cui si deve rapportare chi governa la città, chi la disegna e la pianifica. “Ebbene, lo stesso driver di cambiamento meteoclimatico su scala locale è influenzato notevolmente dai materiali con cui è costruita la città, dalla sua forma, dalla presenza o meno di infrastrutture verdi, di acqua, dalla distribuzione e dall’intensità del costruito all’interno dell’area urbana. Ciò fa sì che quando si parla del rapporto tra clima e città non basta guardare a cosa succede sulle macroregioni o a livello regionale in termini di cambiamenti attesi, di temperatura, di innalzamento dell’acqua, di variabilità del clima, perché questo è solo un dato di partenza. È necessario piuttosto capire come i mutamenti descritti a livello globale influiscano (in maniera anche molto diversa) su scala locale e questo è un tema cruciale”. 

Secondo il docente, è evidente che gli impatti maggiori avvengono sulle aree urbane, innanzitutto perché sono le più densamente popolate: il 70% delle persone a livello mondiale vive in contesti urbani o urbanizzati. Inoltre la concentrazione degli usi, delle funzioni all’interno di una città assume intensità tali per cui un solo elemento esterno di disturbo può provocare conseguenze importanti, da gestire poi in qualche modo.

Resilienza urbana ai cambiamenti climatici

Le aree urbane hanno contribuito fortemente al cambiamento climatico, con i loro consumi e le emissioni di gas serra, ma sono diventate anche i luoghi in cui l’estremizzazione dei fenomeni meteoclimatici si manifesta in maniera più esplicita. Anche per questo, oggi le città rivestono un ruolo strategico nella sperimentazione di nuove politiche, sia per la riduzione delle emissioni climalteranti attraverso opportune strategie di mitigazione, sia per l’aumento della resilienza urbana nei confronti degli impatti meteoclimatici che nemmeno le azioni di mitigazione possono evitare. 

“Il concetto di resilienza è preso a prestito dalle scienze sociali, dall’ecologia, dalla biologia  e applicato a un’area urbana implica l’attenzione a incrementare la capacità di quell’area a reagire positivamente rispetto a uno shock inatteso di carattere meteoclimatico, legato per esempio all’acqua o al calore. Ciò significa  riuscire a progettare gli spazi pubblici, il sistema del verde, delle acque in maniera tale che possano calmierare almeno  parzialmente  gli impatti estremi attesi o non attesi”. 

Per molti anni la difficoltà è stata quella di far dialogare le scienze esatte, che si occupano di clima e lavorano su modelli, e l’urbanistica che tenta di offrire soluzioni integrate di riqualificazione e di riprogettazione di spazi urbani, affinché questi siano meno vulnerabili rispetto agli eventi estremi. “Un conto è ragionare su uno scenario di cento o duecento anni, un conto capire cosa influenza in maniera diretta in termini di estremizzazione dei fenomeni la vita nelle aree urbane, e che azioni si possono intraprendere, con la consapevolezza che modificare l’assetto di una città  necessita di tempi lunghi”. Musco fa un esempio concreto, facendo riferimento all’alluvione di maggio in Emilia Romagna: “Questa regione è una delle meglio pianificate in Italia. Il problema è che i piani per essere attuati impiegano decenni: il piano è un disegno, un sistema di articolazioni, di funzioni e di usi del suolo, e gli effetti anche rispetto alla dimensione climatica si vedono nel medio periodo, non nell’immediato”.


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Mitigazione e adattamento

Le città che hanno introdotto la questione dei cambiamenti climatici nelle proprie politiche urbane sono ormai numerose: sono stati redatti piani clima, piani di adattamento, piani per l’energia sostenibile che prevedono interventi congiunti per la mitigazione e l’adattamento. Significativa l’ampia adesione al Patto dei Sindaci lanciato nel 2008 dalla Commissione europea per sostenere gli sforzi dei governi locali nell’attuazione di politiche energetiche sostenibili. In Italia per dare attuazione alla Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici approvata nel 2015, è ora in corso l’elaborazione del Piano nazionale di adattamento (Pnacc). 

Il primo asse strategico di intervento, dunque, riguarda  la mitigazione e si riferisce a una serie di misure che agiscono sulle cause del cambiamento climatico e non sull’effetto, e sui settori maggiormente responsabili dell’aumento delle emissioni. “La mitigazione lavora sulla riduzione alla fonte delle emissioni climalteranti in molti modi: con un uso opportuno dei sistemi del verde che per natura compensano l’anidride carbonica, per esempio, oppure riducendo la produzione di CO2 attraverso l’efficientamento”. Possibili azioni di mitigazione sono la decarbonizzazione dei processi industriali, della mobilità, dell’architettura, del patrimonio costruito (attraverso la riduzione dei consumi ma anche l’efficientamento), la diversificazione delle fonti energetiche, le comunità energetiche, la produzione locale di energia. 

Il secondo asse riguarda invece le strategie di adattamento, cui è sottesa una logica completamente diversa. “Quando si parla di adattamento si dà per scontato che alcuni fenomeni di accelerazione del mutamento climatico siano irreversibili. È richiesto inoltre un quadro conoscitivo molto avanzato delle città, dato che lo stesso fenomeno meteoclimatico (pioggia e calore estremi, ondata di calore, effetto isola di calore urbano) può avere effetti diversi a seconda della parte della città in cui ci si trova”. Come si è detto si tratta di una questione legata ai materiali, alle reti verdi e blu, quindi all’acqua e al verde, al tipo di spazio pubblico, ai materiali utilizzati. Gli interventi per l’adattamento cercano di mettere a sistema soluzioni che possono regimentare le acque, calmierarne l’impatto, oppure ridurre i fenomeni estremi in alcuni casi soprattutto connessi al calore. Questo cambia le logiche della progettazione di una città o di una sua parte. Gli alberi per esempio possono incrementare la calmierazione del calore in caso estremo, oppure contribuire all’assorbimento di acqua in caso di precipitazioni estreme. “Ovviamente i risultati si ottengono non tanto a fronte di una singola soluzione, ma quando si mette a sistema ogni intervento all’interno di un piano utile a monitorare l’efficacia complessiva”.

A che punto siamo in Europa?

Alcune città della fascia nord-europea, in particolar modo Rotterdam e Copenaghen, in questi anni hanno investito sicuramente più di altre in azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, specie in seguito a fenomeni estremi di vario tipo che le hanno interessate.  

“Copenaghen è forse la città che ha sperimentato in misura maggiore nello spazio pubblico negli ultimi anni, cambiando parchi, giardini, sistemi del verde, a fini sociali e tecnologici, allo scopo cioè di migliorare la qualità degli spazi da un lato, ma anche di assorbire l’acqua in caso di precipitazioni estreme dall’altro”. Musco osserva che nel nostro continente ci sono vari esempi di piani urbanistici avanzati, il punto è che non si sa quando questi saranno realizzati. A Copenaghen e Rotterdam si comincia tuttavia a osservare qualche risultato in questa direzione. 

Per l’Italia il docente cita il Veneto. “Lo scorso anno abbiamo concluso una sperimentazione finanziata dalla Commissione europea che ha coinvolto alcune città dell’area centrale veneta, tra cui Padova come capofila. Nel corso del progetto, denominato Veneto Adapt, abbiamo cercato di identificare tecniche e soluzioni per l’adattamento ai cambiamenti climatici a seconda dei contesti”. Nello specifico, sono stati sviluppati una metodologia e strumenti operativi per ottimizzare e rendere più efficace la capacità di risposta agli eventi estremi, sia a livello locale che regionale, con particolare riferimento alle ondate di calore e al rischio idrogeologico.

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