SCIENZA E RICERCA

Senza perdere tempo. La rigenerazione naturale di una foresta pluviale tropicale

Partiamo da quanto già sappiamo: le foreste pluviali tropicali sono preziosi scrigni di biodiversità a livello globale eppure vengono distrutte per far spazio all'agricoltura. Ma ecco la buona notizia: una nuova ricerca accende una speranza concreta concentrandosi sulla straordinaria capacità di recupero della natura, pronta a riconquistare gli spazi perduti, con alberi che ricrescono rapidamente sui terreni, non appena cessa l'utilizzo del suolo dal punto di vista agricolo, e un'ampia varietà di specie animali pronte a ripopolare queste aree. 

"Le foreste pluviali, in quanto ecosistemi complessi e comunità ricche di specie, dimostrano una notevole resilienza e la capacità di ritornare al loro stato originario". Sono le parole di Timo Metz, primo autore della ricerca Biodiversity resilience in a tropical rainforest, condotta dal gruppo Reassembly, guidato dalla tedesca Technical University of Darmstadt, e pubblicata nei giorni scorsi su Nature. "Questa stabilità è stata spesso modellata teoricamente ma, finora, non era stata dimostrata sulla base di dati empirici così estesi". La risposta al cambiamento di uso del suolo è stata analizzata considerando il grado di resistenza delle specie alla conversione forestale, ovvero la capacità di persistere nei campi agricoli attivi, e il recupero nelle foreste in ricrescita. Questa combinazione ha permesso di determinare il tempo necessario per il ritorno alle condizioni delle foreste vetuste.

La deforestazione, principalmente dovuta alla conversione in terreni agricoli, provoca perdite di superficie forestale, struttura, biodiversità e causa gravissimi danni a livello climatico e ai servizi ecosistemici. Invertire questa tendenza rappresenta una sfida globale e gli obiettivi sono inseriti nel programma del decennio delle Nazioni Unite per il ripristino degli ecosistemi (2021-2030), che punta a prevenire, arrestare e invertire il degrado degli ecosistemi in ogni continente e negli oceani. "Le foreste primarie sono insostituibili e devono essere conservate eppure, più della metà delle foreste tropicali del mondo è già andata perduta o risulta degradata - spiega il gruppo di ricerca - poiché il 70% delle foreste tropicali è secondario (in fase di ricrescita dopo la deforestazione), la loro tutela può contribuire in modo sostanziale al raggiungimento degli obiettivi globali di conservazione della biodiversità. Le foreste tropicali sono ecosistemi dinamici in cui i cicli di disturbo-recupero su piccola scala sono una caratteristica intrinseca del sistema. Tuttavia il potenziale di recupero della biodiversità delle foreste secondarie non è chiaro". 

In un articolo di commento, firmato da Lourens Poorter & Tomonari Matsuo, che su Nature accompagna la ricerca, ci si chiede: "Le foreste secondarie riescono a tornare a uno stato equivalente a quello di una foresta primaria? Lo studio ha calcolato quanto tempo sarebbe necessario affinché le foreste secondarie in fase di ricrescita raggiungano una composizione di specie simile a quella delle primarie limitrofe". Dato che gli alberi possono vivere centinaia di anni, un simile riferimento dal passato è previsione ragionevole per il futuro? "Quando il contesto è diverso, anche i percorsi di successione ecologica cambiano: le modifiche a lungo termine del clima, dei regimi di disturbo e delle specie da cui dipendono gli alberi, come impollinatori e dispersori, possono portare a una diversa composizione della comunità forestale, man mano che le foreste si adattano ai cambiamenti ambientali".

I numeri della ricerca

Condotto nella regione del Chocó in Ecuador, lo studio ha dimostrato che quando l'essere umano smette di sfruttare il suolo, la foresta ricresce con una velocità sorprendente. I numeri sono importanti: sono stati coinvolti 41 ricercatori da oltre 30 atenei e istituti, tra Germania, Stati Uniti, Ecuador, impegnati in una complessa analisi oltre 10.000 specie vegetali e animali e oltre 23.000 sequenze batteriche, con una descrizione completa del recupero in 16 gruppi tassonomici, dai batteri agli insetti, dagli uccelli agli alberi, misurandone abbondanza, diversità e composizione delle specie da 62 siti protetti da decenni dall'organizzazione ambientalista ecuadoriana Jocotoco e integrati in una grande riserva naturale: sei pascoli attivamente utilizzati e sei piantagioni di cacao, 33 foreste secondarie di età variabile, in fase di recupero da un precedente utilizzo agricolo (16 pascoli e 17 piantagioni di cacao) e 17 foreste vetuste. 

Nella regione esaminata, la biodiversità si è ripresa raggiungendo oltre il 90% del suo livello originario. La rigenerazione è rapida, avviene entro i 30 anni, ma il recupero completo - con il ritorno di una composizione completa della comunità e quindi delle tipiche specie delle foreste vetuste - richiede diversi decenni. Restando su questo fondamentale aspetto, il gruppo di ricerca precisa che una rigenerazione naturale completa è tale solo quando, in base alla composizione delle specie, una foresta secondaria non risulta più distinguibile da una foresta primaria. Spiegano: non conta solo il numero di individui o specie, ma anche quali specie si sono riprese, quelle che ci si aspetterebbe di trovare in una tipica foresta indisturbata. Proprio per questo motivo, partendo da questa consapevolezza, ai ricercatori coinvolti nello studio appare chiaro che "ci vorranno oltre cento anni perché tutte le centinaia di specie arboree tipiche della foresta pluviale originaria ritornino, in linea con altri studi condotti in diverse aree tropicali. Il numero di singoli alberi e specie arboree si riprende più velocemente. Tuttavia la maggior parte dei gruppi animali si riprende molto più rapidamente nella nostra area di studio". 

Le foreste pluviali, in quanto ecosistemi complessi e comunità ricche di specie, dimostrano una notevole resilienza e la capacità di ritornare al loro stato originario Timo Metz, primo autore della ricerca

Specie e tempi di recupero

Per la maggior parte delle specie animali non era noto se e con quale rapidità potessero riprendersi, spiegano i ricercatori e le ricercatrici. Nico Blüthgen, autore senior, docente alla TU Darmstadt e portavoce del gruppo Reassembly, spiega: “Le molte specie animali che ritornano rapidamente non solo beneficiano della rigenerazione delle foreste, ma ne sono anche gli agenti chiave: pipistrelli, scimmie e altri mammiferi, così come gli uccelli, restituiscono i semi degli alberi nelle aree disboscate; gli scarabei stercorari seppelliscono i semi nel terreno; e centinaia di altre specie animali garantiscono l'impollinazione”.

Sono stati previsti lunghi tempi di recupero per gli insetti notturni, gli artropodi della lettiera fogliare e i batteri. La lenta ricolonizzazione degli artropodi è coerente con la loro mobilità relativamente bassa, molti sono atteri. La composizione delle specie batteriche del suolo non ha mostrato alcun recupero, indicando che le pratiche agricole e le condizioni climatiche fortemente alterate hanno un impatto a lungo termine sulle comunità. Al contrario, tra gli animali che si sono ripresi relativamente in fretta, vi sono importanti dispersori primari di semi, come uccelli e pipistrelli, e impollinatori come le api. L'effetto positivo di questi gruppi sulla rigenerazione forestale è stato evidente in studi su larga scala, in particolare per il ruolo dei primati e degli uccelli. 

Il ripristino della flora arborea secolare richiede tempo, la crescita è lenta e la diffusione sul territorio risulta difficile. Gli alberi più antichi faticano a ristabilirsi, il loro è un ritmo molto disteso. Inoltre molte specie arboree vetuste sono rare e questo limita le loro capacità di dispersione. Tornando agli animali, anche falene, piccoli mammiferi e uccelli terricoli mostrano un recupero dai tempi dilatati. Si aggiunge, inoltre, che la lenta ripresa dei grandi vertebrati terricoli suggerisce una maggiore sensibilità alle perturbazioni ambientali: la difficoltà di ritorno di queste specie è legata a un ecosistema sottoposto a notevole stress che, per guarire e rinascere, richiede condizioni ambientali specializzate.

Fermare la deforestazione

Lo studio offre prove convincenti di quanto velocemente ed efficacemente la natura si riprenda quando protetta. Tuttavia Blüthgen sottolinea l'importanza di lavorare concretamente per conservare gli ecosistemi. Le foreste secondarie possono realizzare il loro potenziale di conservazione solo se rimangono intatte, ma "il tasso di deforestazione nelle foreste tropicali è attualmente molto più alto del tasso di misure di conservazione: ogni anno, in tutto il mondo, si perdono dai quattro ai sei milioni di ettari. Queste perdite annuali sono quasi pari all'area coperta da tutte le misure di ripristino a lungo termine messe insieme”.

Oltre al ripristino, che deve essere ampliato in modo massiccio, deve cessare la deforestazione delle foreste primarie, come promesso negli accordi internazionali per questo decennio, ma non ancora attuato. “Inoltre la rigenerazione naturale rapida funziona solo finché ci sono ancora foreste intatte sufficienti per fungere da aree donatrici e fonti di sementi”, conclude Blüthgen. Dunque resta poco tempo per una svolta nella crisi climatica e della biodiversità.

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012