SCIENZA E RICERCA

La fossa di Gomolava rivela la sua storia: non fu un’epidemia, ma un massacro

Non un’epidemia, non una catastrofe naturale, ma un vero e proprio massacro organizzato. Nuove indagini scientifiche sui resti 77 corpi di donne e bambini ritrovati nella fossa comune del IX secolo a.C. del sito di Gomolava, in Serbia, e oggi conservati al Museo della Vojvodina nella vicina Novi Sad, sembrano riscrivere un pezzo di storia della prima Età del Ferro. I risultati dello studio A large mass grave from the Early Iron Age indicates selective violence towards women and children in the Carpathian Basin, pubblicati recentemente su Nature Human Behaviour, sono state condotte da un nutrito gruppo di ricercatrici e ricercatori dell'University College di Dublino, dall'Università di Edimburgo, dall'Università di Copenaghen e dal Museo della Vojvodina, con il finanziamento del Consiglio europeo della ricerca (ERC). Il massacro non appare come un evento accidentale, ma come un'azione finalizzata a imporre l'egemonia sul territorio e sulle popolazioni residenti, con l'obiettivo di sottomettere ogni forma di resistenza residua. Un atto intenzionale compiuto allo scopo di determinare gli equilibri di potere attraverso una violenza sistematica. 

Lo studio si apre con una considerazione di carattere generale sull'uso della violenza come aspetto integrante del comportamento umano, capace di influenzare il funzionamento delle società, dai diritti individuali ai valori e ideologie collettive. Questo aspetto ha plasmato la ricerca nelle scienze comportamentali e sociali per diverso tempo introducendo molteplici domande: perché e come si combatte, chi viene preso di mira e quali possono essere le modalità di aggressione. “Identificare le ragioni delle interazioni violente è complesso e si basa sull'esame delle condizioni culturali e materiali specifiche delle società".

Il sito di Gomolava, sul fiume Sava, si trova nel bacino dei Carpazi, nell’attuale Serbia, ed è una fossa comune a evento singolo tra le più grandi finora scavate in Europa, strutturata come una casa-fossa interrata. Il periodo storico preso in considerazione, la metà del IX secolo a.C., è stato caratterizzato da importanti cambiamenti e spostamenti di popolazioni attraverso il territorio dell'Europa sudorientale e "gli storici ipotizzano che le interazioni tra comunità di migranti potrebbero aver causato tensioni". 

Morti violente: un atto pianificato

Uno studio dettagliato fornisce nuove informazioni, evidenziando lo stretto legame tra violenza strumentale e ordine sociale, e permette di approfondire la conoscenza sulla portata geografica e sociopolitica dei conflitti di un passato lontano, e su come e quanto questi conflitti fossero radicati nei processi culturali e sociali. Quello che per lungo tempo è stata considerato il risultato di una diffusa epidemia, oggi rivela la sua verità. La maggior parte dei 77 individui erano donne e bambini, di questi 40 non superavano i dodici anni e 11 erano adolescenti: le vittime, adulte e non, erano soprattutto di sesso femminile, maschio invece l’unico neonato. Subirono colpi in testa, varie percosse e accoltellamenti: morirono a causa di quello che i ricercatori definiscono un atto pianificato di violenza su vasta scala.

Utilizzando metodi all'avanguardia, attraverso l’analisi di dati bioarcheologici, biomolecolari e archeologici, questa scoperta solleva interrogativi sulla loro identità e provenienza, e sul perché di tanta mirata brutalità e di una insolita cura in fase di sepoltura. Sulle modalità di aggressione si legge su Nature: "Nella maggior parte dei casi l'aggressore e la vittima non erano impegnati in uno scontro faccia a faccia (le lesioni laterali o anteriori sinistre sono rare), né erano necessariamente alla pari in forza o altezza quando i colpi venivano sferrati. Gli aggressori, potenzialmente più alti delle loro vittime, oppure a cavallo, presero di mira la parte superiore della testa, in particolare degli individui più giovani. In alcuni casi le vittime si trovavano in una posizione compromessa, a terra o in fuga, mostrando conseguenti lesioni alla parte superiore e posteriore".

L'assenza di parentela 

Contrariamente all’opinione più diffusa che vorrebbe le fosse comuni tragico esito dello sterminio di nuclei familiari, i dati genetici raccolti a Gomolava portano in un'altra direzione: l'analisi del DNA condotta su 25 dei 77 individui ha rivelato un'assenza quasi totale di legami biologici stretti, la maggior parte dei soggetti non era imparentata (una estraneità genetica relativa anche alle generazioni precedenti). "Abbiamo eseguito un'analisi degli isotopi stabili per approfondire le loro identità e il possibile legame con la morte. Questa analisi ha mostrato che più di un terzo di loro non era nato vicino a Gomolava e che erano cresciuti con diete diverse. L'analisi delle ossa animali provenienti da tagli di carne, sepolti con loro, ha mostrato che anche molti degli animali non erano locali".

Data la generale mancanza di relazioni biologiche, sembra probabile che ci si trovi di fronte a un campione di una popolazione più ampia. L'eterogeneità riscontrata sia nei luoghi d'origine che nei regimi alimentari infantili suggerisce che il gruppo non condividesse una coabitazione a lungo termine. Appartenevano originariamente a insediamenti differenti. Questa evidenza solleva interrogativi cruciali su modalità, dinamiche e ragioni dello spostamento di questi individui e del loro successivo assembramento nel sito, delineando uno scenario dalle profonde implicazioni sociali. Alcuni soggetti potrebbero essere entrati a far parte delle comunità gravitanti intorno a Gomolava attraverso pratiche consolidate come l'esogamia, con matrimoni fuori dal gruppo di origine, o l'affidamento, altri potrebbero essere giunti a seguito di uno sfollamento, spinti dalla ricerca di rifugio contro minacce imminenti o, ancora, condotti come prigionieri a seguito di incursioni nemiche. 

Un’accurata sepoltura

Altro aspetto di particolare interesse, si diceva, riguarda la sepoltura, eseguita con cura: ornamenti in bronzo di produzione locale, ceramiche, tagli di carne e cereali furono sepolti insieme ai defunti. L'uccisione avvenne nelle immediate vicinanze del sito, poiché la sepoltura seguì quasi istantaneamente il decesso. "Le uccisioni e la successiva commemorazione dell'evento possono essere interpretate come un potente tentativo di bilanciare i rapporti di forza e affermare il dominio sul territorio e sulle risorse", afferma Linda Fibiger della School of History, Classics and Archaeology dell'Università di Edimburgo, coordinatrice della ricerca. Parliamo dunque di un evento commemorativo organizzato? Questo dettaglio suggerisce che i defunti fossero destinati a essere ricordati. "A Gomolava non solo i corpi non furono depredati dei loro oggetti di valore, ma furono deposte offerte in quello che deve essere stato un rituale", spiega il co-autore Barry Molloy della UCD School of Archaeology dell'ateneo di Dublino.

Il valore attribuito a donne e bambine/i

Nella prima Età del Ferro la guerra non era un fenomeno circoscritto: poteva travolgere intere regioni manifestandosi attraverso sconvolgimenti sistemici. In questo contesto il massacro di Gomolava non appare come un singolo episodio bellico, ma come un attacco strategico e premeditato rivolto alla popolazione civile. I dati sottolineano il valore attribuito a donne e bambini, considerati incarnazioni del lignaggio e perni della coesione sociale. Le modalità dell'uccisione e la successiva cura nel commemorare le vittime suggeriscono un duplice obiettivo: affermazione del dominio e controllo della memoria, trasformando una strage in evento rituale capace di lasciare un segno indelebile. Queste scoperte offrono una visione inedita su come le uccisioni di massa e la violenza di genere mirata funzionassero come strumenti di controllo politico e sociale.

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