9000 pietre. Il terremoto del Friuli 50 anni dopo. Un podcast de Il Bo Live
Archivio della Memoria del Circolo Numismatico Filatelico Gemonese - Fondo Morgante - per gentile concessione Associazione Pro Loco PRO GLEMONA A.P.S.
“Noi, che siamo nati dopo il terremoto, vogliamo contribuire a mantenerne viva la memoria anche per le generazioni più giovani. Ma vogliamo soprattutto sottolineare quanta scienza e quanta conoscenza si è generata con quegli eventi”.
Sara Urbani e Marco Boscolo sono due giornalisti della redazione de Il Bo Live. Sara è nata a Gemona in un ospedale prefabbricato, nell’ottobre del 1978, due anni e poco più dopo il terremoto che il 6 maggio 1976, e poi con due tremende scosse l’11 e il 15 settembre dello stesso anno, ha devastato il Friuli.
Quasi mille morti, centomila sfollati, oltre cento comuni colpiti. Un disastro di proporzioni epiche che quelli di noi che, diversamente dai due autori, erano già nati, ricordano ancora con terrore, pur avendolo vissuto a chilometri di distanza. Come chi scrive, che ha ben impresso nella mente, con precisione millimetrica, ogni minuto di quella sera di maggio, i lampadari che oscillavano, i telefoni che tintinnavano. Ma soprattutto il rombo della terra. Indimenticabile, ineguagliabile.
E dunque, a 50 anni esatti da quella data, torniamo nei luoghi che quella storia l’hanno vissuta. Lo facciamo con un podcast in sei puntate, 9000 pietre – il terremoto del Friuli cinquant'anni dopo. Oggi condividiamo con voi il trailer; il 27 aprile arriva la serie completa su tutte le piattaforme su cui ascoltate i vostri podcast.
E lo facciamo con un doppio scopo.
Ricordare, raccogliere parole e memorie, riannodare i racconti, sentire le voci di chi non ha mai potuto dimenticare. A partire dal primo testimone del nostro podcast.
“ La storia che sta raccontando l'ho sentita mille volte. Perché Remigio è mio padre Sara Urbani
Ma non abbiamo voluto fermarci alla memoria e alla storia. Non ci siamo rivolti solo al passato.
Anzi, il viaggio orale di Sara e Marco ci porta a conoscere l’eredità del terremoto, tutto ciò che è nato dopo, in termini di conoscenza, di ricerca, di approccio ai rischi, di ricostruzione, ma anche di messa a punto di percorsi e sistemi di prevenzione per attrezzarci ad affrontare i rischi sismici che nel nostro paese sono una variabile con cui dobbiamo necessariamente convivere. Basta guardare il sito dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia per capire che l’Italia trema in continuazione. Decine di terremoti, solitamente di bassa magnitudo, di cui solitamente non ci accorgiamo. Ma conoscere il terremoto e capire come gestirlo è indispensabile quando invece la magnitudo è più importante. E un pezzo significativo di questa conoscenza è stato generato proprio dopo il terremoto del Friuli del 1976.
Sara Urbani e Marco Boscolo, autori e voci del podcast 9000 pietre.
Perché un podcast
I terremoti sono affari rumorosi. E noi abbiamo scelto di raccontare questa storia partendo dai suoni originali, oltre alle voci di tanti protagonisti. Partendo da un suono unico, irripetibile. C'è una registrazione audio, che circola in rete. La sera del 6 maggio 1976, a Udine, Mario Garlatti, un ragazzo di Udine, sta registrando su una cassetta un disco dei Pink Floyd. Si faceva così allora, chi è nato in quegli anni se lo ricorda bene. Si metteva un disco sul giradischi e lo si registrava su nastro, una cassettina C-60 o C-90, che poi si poteva riascoltare sui cosiddetti mangianastri o nelle autoradio. Non c’erano Walkman, il primo è arrivato nel 1979. E, ovviamente, nessuna forma di registratore digitale. Tutto concretamente analogico.
Proprio in quel momento arriva la scossa: il braccio del giradischi salta, il registratore, alimentato a batteria, continua a girare e cattura il suono del terremoto. Shine on you Crazy Diamond si interrompe di colpo, sostituita dal rombo della terra che si apre. E poi dalle urla delle persone che vivono con Mario o nelle case vicine.
Le voci di chi ricorda
"C'era la luna e un caldo afoso sproporzionato per la stagione. Ho visto la pianura invasa da una nebbia di polvere, illuminata dalla luna. E sentivamo queste grida. Una cosa immane." Questo il primo ricordo di Remigio Urbani, architetto che all’epoca aveva 32 anni.
Ada Bellina, che viveva a Venzone e di anni ne aveva dieci, si ricorda che quella sera c’era una luna veramente luminosa. "Ho davanti agli occhi questa casa dalla quale è caduta giù tutta la parete. Non una casa caduta su se stessa. Ho proprio davanti la parete che si stacca e si appoggia quasi all'altra. Da lì una marea di fumo, di polvere indescrivibile." Poi il silenzio. "Non sapevi né cosa dire né cosa fare. Mi ricordo solo 'ste labbra piene di polvere che non riuscivi a deglutire, non riuscivi a dire niente. E poi ho iniziato a sentire chi urlava, chi piangeva, chi chiamava."
Ma i ricordi vanno anche ai giorni, settimane e mesi successivi. Alle speranze e poi alla disperazione, di nuovo, dopo le scosse di settembre che hanno portato ulteriore distruzione. Alla ricostruzione e alla solidarietà incredibile. Giacomina Pellizzari, una giornalista locale, ci tiene a dire che "C'è stata una mobilitazione incredibile, veramente incredibile. Arrivavano aiuti da tutto il mondo. Si è mobilitata la rete dei Fogolars Furlans, i friulani nel mondo. E così anche molti imprenditori friulani all'estero hanno contribuito inviando aiuti per la ricostruzione nei rispettivi comuni di residenza. Poi c’era la Caritas, gli scout, i gruppi di archeologi, diverse associazioni. Veramente è stata una mobilitazione internazionale."
Scienza, politica e ricostruzione
Oltre ai testimoni, che non possiamo qui nominare tutti ma le cui voci ritroviamo nelle diverse puntate del podcast, c’è chi costruisce un racconto scientifico rigoroso. Il sismologo Dario Slejko era di turno quella notte all'osservatorio di Borgo Grotta Gigante, sul Carso triestino. Era l'unica stazione sismologica della regione, e la più vicina era quella di Lubiana. "Come erano collegate Trieste e Lubiana? Col telefono. Non c'era altro modo", racconta Slejko. E così, dopo la scossa, lui ha cercato di mettersi in contatto con Lubiana per capire dove fosse l’epicentro. "Il mio collega che parlava sloveno è riuscito a parlare con l'osservatorio di Lubiana, nonostante le comunicazioni fossero terribili. Aveva registrato soltanto il tempo del primo arrivo, perché i sismografi erano andati fuori scala, era tutto bianco." Il primo segnale era arrivato dopo quello di Borgo Grotta Gigante: "Questo significava che il terremoto veniva dall'Italia. Era già un buon aiuto."
9000 pietre è soprattutto la storia di ciò che è venuto dopo. Il cosiddetto 'Modello Friuli', una macchina della ricostruzione che ha messo insieme principi tecnici inediti, la filosofia del 'com'era, dov'era' e il decentramento del potere dallo Stato alla Regione. Sentiamo così le voci e le spiegazioni di Sandro Fabbro dell’Università di Udine, di Stefano Grimaz, titolare della Cattedra UNESCO in Sicurezza Intersettoriale, del costituzionalista Mario Bertolissi dell’Università di Padova. "Il modello Friuli", sottolinea Grimaz, "è un'ottima esperienza che ha prodotto tanti avanzamenti di conoscenza." Un'esperienza che ha lasciato eredità concrete: la nascita della Protezione Civile come la conosciamo, l'istituzione dell'Università di Udine, il completamento dell'autostrada verso Tarvisio, la nascita della SISSA a Trieste. Ma, soprattutto, secondo Dario Slejko, "L'eredità più importante è la consapevolezza della prevenzione. Quanto può tremare il terreno qui? Tanto. Allora costruisco una casa perché resista al doppio di tanto. In casi eccezionali avremo dei danni, ma l'importante sarebbe che non morisse nessuno."
Si parla dunque, in queste puntate, di tecnica, di organizzazione, di architettura e ingegneria. Ma anche di psicologia dell'emergenza. Una disciplina che in Italia nasce dopo il terremoto dell'Umbria-Marche del 1997, ma che poggia su scelte e ragionamenti già attuati in Friuli, anche istintivamente, come l’aver deciso di mantenere unite le comunità nelle tendopoli.
E si parla del ruolo dell’informazione, dei media, con la voce del giornalista Fabrizio Tonello, una delle firme anche del nostro giornale, che racconta la collaborazione e la condivisione di informazioni tra i giornalisti riuniti ogni mattina nell'atrio di un albergo udinese.
Perché 9000 pietre, e cos’è l’anastilosi
Il titolo del podcast rimanda a una storia precisa: il duomo medievale di Venzone, distrutto dalle scosse, è stato ricostruito pietra su pietra attraverso la tecnica dell'anastilosi. Una tecnica utilizzata soprattutto nel restauro di monumenti antichi, che consiste nel rimettere insieme, pezzo dopo pezzo, un monumento caduto utilizzando i suoi stessi frammenti originali. Prima si fa la catalogazione precisa di tutti questi frammenti rinvenuti sul sito, poi i pezzi vengono riassemblati nella posizione originaria, come in un grande puzzle 3D. E infine, in caso ci siano pezzi mancanti, questi vengono integrati con materiali diversi e distinguibili, in modo da rendere evidente la struttura originale rispetto ai pezzi aggiunti e dunque raccontare la storia del trauma subito dall’edificio.
Dopo il terremoto sono state recuperate, catalogate e rimontate circa 9000 pietre del duomo. Un’operazione incredibile, durata quasi 20 anni, raccontata dalla direttrice del museo TiereMotus, Floriana Marino, che ha richiesto l’utilizzo di foto, immagini, disegni che riproducevano la cattedrale prima del terremoto, per ricreare una mappa tridimensionale e rimettere ogni pietra esattamente dov'era. Questo gigantesco puzzle, completato nel 1995, è considerato uno degli esempi più straordinari e commoventi di anastilosi al mondo, ed è il simbolo della rinascita post terremoto. Una vera e propria impresa collettiva che abbiamo dunque deciso di onorare fin dal titolo del nostro podcast.
Cosa abbiamo imparato noi
"Anche se eravamo consapevoli del fatto che si è generata tanta conoscenza e scienza dallo studio del terremoto, non immaginavo che 50 anni dopo venisse lo studio continuasse e generasse sempre nuovi spunti di riflessione", riflette Marco Boscolo mentre ragioniamo sul podcast una volta concluso il montaggio. "Penso soprattutto, per esempio, all’istituzione della cattedra UNESCO sull’approccio intersettoriale alla sicurezza dell’Università di Udine e allo studio del modello Friuli, che continua ad arricchire e migliorare la nostra risposta alle emergenze e ai disastri naturali." Boscolo riflette anche su un altro aspetto, spesso in secondo piano nella cronaca di eventi e disastri naturali come questo. "Nel racconto mediatico dell’emergenza si sono intrecciate la storia politica e sociale dell’epoca con quella dell’evento in sé. L’attenzione su quel territorio in quel momento ha contribuito a mettere in luce una serie di altre caratteristiche della cultura locale e del territorio, delle persone coinvolte in un momento così complicato come quello della fine degli anni ‘70, che coincide anche con l’epoca delle lotte armate e con il periodo politico tra i governi Moro e Andreotti. Una storia italiana che assume una dimensione molto diversa, alla luce della ricostruzione."
"In questi mesi abbiamo lavorato molto sul territorio, viaggiando in Friuli, a Trieste, Padova, Bologna, Roma e incontrando ricercatori e professioniste nei loro ambienti di lavoro, all’Ingv, all’Università e in altri luoghi. Ma poi siamo entrate anche in molte delle loro case, tra la cucina e lo studio." aggiunge Sara Urbani, "Ed è questo elemento, quello della conoscenza diretta delle persone, delle loro voci e riflessioni, che mi ha arricchito ed emozionato di più." In questo 50esimo anniversario ci saranno molti eventi, ricordi, iniziative, libri e documentari, ma il lavoro realizzato per questo podcast ha provato a mettere in luce anche tutti quegli elementi nuovi, di conoscenze e ricerche messe in moto dopo il terremoto. "Mi ha particolarmente colpito, ad esempio, tutto il tema della psicologia dell’emergenza che chiaramente nel '76 non era un campo di ricerca e di azione così sviluppato come invece per fortuna è ora", continua Sara Urbani, "ma è uno di questi parallelismi tra la situazione di quel tempo e come affrontiamo le emergenze oggi, imparando anche dai sismi del passato. Un tema fondamentale, visto che siamo un paese sismico e dunque con questo tipo di emergenza dobbiamo fare i conti anche con una certa frequenza. Scoprire che, come ci hanno raccontato i ricercatori e gli psicologi, questa attenzione è nata con i terremoti successivi, ma è originata da quello del Friuli mi ha fatto piacere. Oggi per fortuna mettiamo in campo anche la presa in carico di questi aspetti di trauma personale e collettivo delle comunità che vengono colpite da disastri naturali. E non solo quando parliamo di terremoti, ma in tutti i casi di calamità."
E in un paese fragile dal punto di vista idrogeologico, sismico e climatico come l’Italia, queste conoscenze possono significare tutta la differenza nei modi in cui si fa prevenzione e gestione della crisi durante e dopo.
E dunque, con un pensiero carico di riconoscenza alla popolazione friulana che ha ardentemente messo tutta se stessa in gioco per ricostruire il proprio territorio e la propria vita, speriamo che la conoscenza che è nata da quell’esperienza tragica e devastante possa servire a salvare altre vite e altre comunità negli eventi futuri con i quali ci dovremo misurare.
Ci fermiamo qui oggi, con il trailer e qualche immagine del Friuli dopo il terremoto del 1976. Martedì 27 aprile l’intero podcast sarà disponibile su tutte le piattaforme. Buon ascolto.