CULTURA

"L'irriducibile impulso vitale" di Goffredo Parise

Fine anni Sessanta, una piazza italiana: Goffredo Parise nota un bambino con un abbecedario aperto tra le mani e, avvicinandosi, legge: "L’erba è verde". Quell'evento fugace, apparentemente irrilevante, accende una luce nella mente dello scrittore segnando l'inizio di un'avventura letteraria: da quello sguardo, posato sulle pagine di un libro scolastico, pare siano nati i Sillabari. "Gli uomini d’oggi secondo me hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie" e, così, eccole le sue "poesie in prosa": i "racconti sui sentimenti umani", presentati in ordine alfabetico come una sorta di dizionario, il suo capolavoro. La prima lettera è la A di amore, in mezzo - tra le altre - la B di bellezza, la L di libertà, la M di madre, la P di povertà, la R di ricordo. Infine la S di solitudine (verrebbe da dire, quasi una presagio del tempo presente), ultima lettera e ultima parola che lasciano il progetto incompiuto: Parise non arriva alla Z ed è consapevole che nessun altro potrà farlo. "A questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l'amore", scrive nel gennaio 1982. 

Scrittore, sceneggiatore, giornalista: di Goffredo Parise, nel quarantesimo anniversario della scomparsa, avvenuta il 31 agosto 1986 - qualche mese dopo il conferimento da parte dell'Università di Padova della Laurea ad honorem in Lettere - abbiamo parlato con Matteo Giancotti, professore associato di Letteratura italiana contemporanea ed Educazione al testo letterario del dipartimento di Studi Linguistici e Letterari (DISLL) dell'ateneo padovano.

Professor Giancotti, le chiedo di provare a definire il profilo di Goffredo Parise. Autore di riferimento, viene forse ricordato meno di quanto meriterebbe? 

“In confronto a quella di altri autori del secondo Novecento, la situazione attuale di Parise non mi sembra negativa. Certo, non gode della stessa visibilità di Calvino o Primo Levi, ma non si può nemmeno dire che sia dimenticato come Piovene. Le opere maggiori di Parise sono disponibili nel catalogo di uno dei più importanti editori italiani, Adelphi. Gli scrittori della generazione successiva alla sua lo conoscono bene e lo tengono come modello di indipendenza intellettuale, soprattutto per il suo lavoro di reporter. Non è male, per un autore 'irregolare' come lui: figlio illegittimo, autodidatta, cresciuto esclusivamente sul suo talento, non incline al compromesso, capace di irridere le mode e le parole d’ordine del momento. Nei confronti della sua opera la critica continua poi a dimostrare un interesse notevole. Cito, a testimonianza di questo, solo un volume, ma ce ne sarebbero altri: la monografia intitolata Goffredo Parise, curata da Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa nel 2016 per Marco y Marcos, ricca di inediti, fotografie, studi critici. Un libro che rimane ancora, in parte, da esplorare”. 

Quali le caratteristiche della sua scrittura? Penso allo stile e ai temi. 

“Come ha scritto Andrea Zanzotto, uno dei suoi critici più attenti, Parise nasce giovanissimo alla letteratura con un’opera di una forza poetica selvaggia, Il ragazzo morto e le comete: la sua città, Vicenza, sconvolta dalla guerra, vi appare in una luce gelida, in una serie di sequenze quasi allucinate. Qui il sentimento prevalente è il brivido avventuroso dell’adolescenza, orlato di lutto. Poi Parise 'impara a scrivere' narrativa in modo tradizionale, come fanno altri suoi colleghi, finché l’originalità assoluta del suo stile non riprende possesso della scrittura e allora abbiamo quello stupendo sgorgo di racconti poetici che sono i Sillabari, pubblicati in due volumi, nel 1972 e nel 1982. Il tema di fondo della sua opera mi sembra un irriducibile impulso vitale, che diventa anche desiderio di conoscere e penetrare la realtà. Parise ha sempre scritto dentro a un groviglio di piacere e rabbia: nelle sue pagine, anche nelle ultime, rimane sempre qualcosa dello spirito ribelle dell’adolescenza”.

Parise ha sempre scritto dentro a un groviglio di piacere e rabbia: nelle sue pagine, anche nelle ultime, rimane sempre qualcosa dello spirito ribelle dell’adolescenza

Da Il ragazzo morto e le comete, esordio del 1951 non totalmente compreso dalla critica dell’epoca, passando per Il prete bello, arrivando ai Sillabari: quale ritiene si possa considerare la sua opera più significativa e perché? E quale, invece, sarebbe oggi opportuno riscoprire? 

“Il prete bello è stato un best-seller: è un libro godibile ma non raggiunge il livello poetico e conoscitivo altissimo dei Sillabari, brevi testi, comunque di grande leggibilità, che distillano le esperienze della sua vita in piccoli ed eccentrici quadri che si potrebbero definire sapienziali, se non fosse per la nostalgia quasi violenta nei confronti di una vitalità che Parise sente venire meno in sé. Parise è un grande autore anche quando scrive per i giornali, con uno stile apparentemente distratto, pieno di sprezzature: penso ai pezzi raccolti nel libro postumo Lontano”. 

Scrittore, ma anche giornalista. Quanto conta quest’altra competenza nel quadro della sua attività? Quali il contributo in questo ambito e la sua visione del mestiere? Che giornalista era Parise?

“Il padre adottivo di Goffredo, Osvaldo Parise, era un giornalista. Parise ha lavorato per i giornali fin da ragazzo, e per tutta la sua vita, collaborando con varie testate, Il giorno, L’Espresso, Il Corriere della Sera e altre. Lo spingevano verso il giornalismo il suo spirito d’avventura e l’acuto desiderio di conoscere e viaggiare. I suoi reportage di guerra, raccolti in Guerre politiche, sono probabilmente tra le cose più belle e importanti che Parise ha scritto: coi suoi occhi spalancati, i suoi sensi completamente aperti alla realtà, il fiuto autentico per il senso della storia nell’attimo del suo farsi, e la capacità di rielaborare e distillare tutto e subito su di un piano che è sempre superiore alla cronaca, Parise è uno dei più grandi reporter del Novecento”. 

La sua scrittura è legata al cinema. Quali aspetti ritiene siano riusciti a conquistare e ispirare sceneggiatori e registi nel corso del tempo? 

“Oltre naturalmente al Prete bello di Carlo Mazzacurati, c’è L’odore del sangue girato da Mario Martone, tratto da un libro di Parise 'maledetto' e ossessivo, postumo e incompiuto, un libro dall’enorme potenziale, da cui forse Martone non ha ricavato il migliore dei suoi film. Vitaliano Trevisan, che pure diceva di non amare Parise, ha tratto invece dai Sillabari, da lui in parte riscritti, un bellissimo spettacolo con musiche di Stefano Bellon e Marcello Tonolo: Note sui Sillabari. Rovesciando la questione varrebbe forse la pena di pensare che la vita stessa di Parise, come suggeriva il critico Cesare Garboli, ‘avventurosa, imprevedibile, capricciosa’, è per certi versi già letteratura. Meriterebbe un film, ma bisognerebbe evitare di banalizzarla”.

Parliamo del legame con il Veneto. Possiamo tracciare una mappa (seppur parziale) di luoghi per ritrovarlo? Penso, tra tutti, alla casa di Salgareda. 

“Nato a Vicenza, cresciuto dalla madre e dal nonno nell’assenza di una figura paterna, Parise ha vissuto a Venezia, Milano e a Roma, per poi riscoprire all’inizio degli anni Settanta un altro Veneto, percepito come 'barbaro', e da lui contrapposto alla sublime civiltà architettonica vicentina, nell’area golenale del Piave, a Salgareda: qui comprò e riattò una casetta che divenne il suo rifugio. Poco distante, c’è la casa-museo di Ponte di Piave, dove è conservato il suo archivio. Parise ha sempre riflettuto su che cosa significasse essere uno scrittore veneto; aveva preso dalla sua terra una certa vena di geniale creatività e una visione del mondo originale che deriva da quello che, come dato di partenza, potrebbe sembrare un difetto: la marginalità e il ritardo rispetto ai centri consolidati della cultura italiana”.

Lo spingevano verso il giornalismo il suo spirito d’avventura e l’acuto desiderio di conoscere e viaggiare

Possiamo parlare oggi di una eredità culturale di Parise? Dal suo punto di vista esiste? E in che forme? Chi l’ha accolta? 

“Parise ha suscitato ammirazione e rispetto in molti scrittori delle generazioni successive, fino a oggi - basti citare Francesco Maino -, per l’originalità della sua scrittura e per il suo modo di stare nel campo culturale. Era un intellettuale proprio perché non voleva esserlo. Faceva mostra di preferire l’esperienza vissuta ai libri e non voleva aderire allo stereotipo della figura dell’intellettuale. Del fatto che nella figura e nell’opera di Parise ci fosse una importante eredità da cogliere e preservare, si accorse con straordinaria precocità il professor Gianfranco Folena, mentre l’autore era ancora in vita. Folena fu il promotore della Laurea ad honorem in Lettere per Parise; mise in luce, nella sua proposta, 'l’assoluta indipendenza' dello scrittore e il valore della sua 'solitaria ricerca'. L’Università di Padova conferì la laurea a Parise l’8 febbraio 1986. A suo modo, Parise era stato uno studente della nostra università (zero esami sostenuti in carriera) e quella cerimonia, più di trent’anni dopo, chiuse il cerchio recuperando un’esperienza interrotta. Parise lesse un discorso destinato a diventare celebre col titolo Quando la fantasia ballava il boogie: era prosa saggistica di finissima e inimitabile fattura. Poco più di sei mesi dopo era morto. Gli autori e i lettori hanno le loro imprevedibili traiettorie; le istituzioni devono cercare di capire, ed è difficilissimo farlo mentre la palla è in gioco, dove risieda il valore culturale autentico, come preservarlo e promuoverlo. Nel caso di Parise, l’Università di Padova è riuscita a farlo”.

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