SOCIETÀ

COP17: nessun accordo sulla siccità, ma passi avanti contro la desertificazione

A Ulaanbaatar, in Mongolia, la COP17 contro la desertificazione si è chiusa venerdì 28 agosto senza un accordo tra le Parti sul contrasto alla siccità, come era già accaduto due anni fa a Riyad, alla COP16. 

Da circa un decennio soprattutto i Paesi africani spingono per la creazione di un sistema di coordinamento globale, e non solo nazionale, di risposta alla siccità. Sebbene siano stati fatti passi avanti nel delinearne un’architettura, la Conferenza delle Nazioni Unite ha rinviato la decisione ai negoziati della prossima COP, la 18esima che si terrà tra due anni in Egitto. Sono stati fatti però passi avanti su altri temi che erano presenti in agenda.

Perché la Mongolia

A organizzare la conferenza è stata la UNCCD, ossia la convenzione delle Nazioni Unite per il contrasto alla desertificazione. Assieme alla convenzione sul clima e quella sulla biodiversità, fa parte del cosiddetto Rio Trio, le tre convenzioni nate nel 1992 al Summit della Terra di Rio de Janeiro per coordinare una risposta globale e multilaterale alla crisi ambientale.

A Ulan Bator si sono riuniti delegati di 197 Paesi, tra capi di Stato, ministri, rappresentanti di organizzazioni internazionali, comunità scientifica, banche, settore privato, associazioni, ma anche comunità pastorali e popoli indigeni.

Più di tre quarti del territorio della Mongolia, che si estende per 1,56 milioni di chilometri quadrati, sta sperimentando un preoccupante degrado del suolo. Il Paese è pertanto diventato una voce importante negli sforzi globali per combattere la desertificazione e lavorare per il ripristino dei territori.


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La dichiarazione di Ulaanbaatar

Già durante la prima settimana di lavori, iniziata il 17 agosto, è stata annunciata la Ulaanbaatar Declaration: sindaci e governatori di una trentina di Paesi si sono impegnati a promuovere azioni locali per la gestione sostenibile del territorio e la resilienza alla siccità, chiedendo un ruolo più forte e permanente per le città e le regioni.

“Gli impegni nazionali definiscono la direzione, ma l'attuazione avviene, in ultima analisi, nelle città, nelle regioni e nelle comunità” ha detto Yasmine Fouad, Segretaria esecutiva dell'UNCCD. “I governi locali e regionali prendono molte delle decisioni che determinano il modo in cui il territorio e le risorse idriche vengono gestiti, come le comunità si preparano alla siccità, al caldo estremo e ad altri rischi legati al clima, nonché il modo in cui vengono realizzate infrastrutture e servizi resilienti. La Dichiarazione di Ulan Bator rappresenta un passo importante per passare dal riconoscimento del loro ruolo a un impegno continuativo e ad azioni concrete. La loro esperienza, le loro conoscenze e la loro vicinanza alle comunità sono essenziali se vogliamo trasformare gli impegni globali in risultati misurabili sul campo”.

La salute dei territori

Secondo i monitoraggi dell’UNCCD, quasi 40% delle terre emerse del pianeta risulta degradato: significa che sta progressivamente perdendo la capacità di svolgere le sue funzioni ecologiche, ma anche quelle produttive e socioeconomiche, a causa di erosione, perdita di sostanza organica e biodiversità, compattazione, contaminazione o salinizzazione.

Oltre alle cause naturali, la responsabilità di questa situazione va ascritta alle attività umane, sia nella forma dell’eccessivo sfruttamento dei terreni, sia nella forma del riscaldamento globale provocato dalle emissioni antropiche.

I Paesi membri si sono impegnati a ripristinare almeno un miliardo di ettari entro il 2030 (la terraferma ne conta quasi 15 miliardi e almeno 5 risultano degradati). Oggi più di 70 Paesi dispongono di piani nazionali contro la siccità, rispetto ai soli tre che esistevano nel 2013, ma i finanziamenti e l'attuazione di quei piani continuano a non tenere il passo con la portata e la rapidità della sfida.

In questo contesto, alla COP17 le Parti (ossia i Paesi) hanno lavorato per ottenere una maggiore mobilitazione delle risorse finanziarie e rafforzare le competenze tecniche e la cooperazione per la gestione del fenomeno: su questo fronte sono stati fatti progressi ai tavoli tecnici per migliorare il monitoraggio e lo scambio di dati tra Paesi.

L’importanza dei pascoli

A Ulaanbaatar sono stati anche presentati nuovi rapporti che hanno messo in evidenza da un lato i costi dell’inazione, in termini di sicurezza alimentare e idrica, dall’altro i benefici che deriverebbero dagli investimenti nel ripristino dei terreni degradati.

Le aree di pascolo per esempio rimangono in gran parte trascurate nelle politiche e negli investimenti: ospitano circa un terzo delle principali aree mondiali di biodiversità, eppure figurano nei piani climatici nazionali di appena 24 Paesi.

“Una nuova analisi economica presentata a Ulan Bator ha stimato che le aree di pascolo generano tra 21 e 47 mila miliardi di dollari di servizi ecosistemici ogni anno grazie a benefici quali la produzione alimentare, la disponibilità di acqua, lo stoccaggio del carbonio e la biodiversità” si legge sul sito dell’UNCCD. “Il ripristino delle aree di pascolo genera in genere un ritorno di 4–6 dollari per ogni dollaro investito, che può arrivare fino a 36 dollari se si considerano anche i più ampi benefici pubblici, come l'approvvigionamento idrico”.

Per tradurre queste analisi in azioni, alla COP17 è stata annunciata la Rangelands Flagship Initiative (l’iniziativa bandiera per i pascoli): tiene insieme 45 progetti e raccoglie 1,2 miliardi di dollari, rappresentando la più grande mobilitazione di risorse mai realizzata a favore delle aree di pascolo nella storia della Convenzione.


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Il fronte finanziario

Sebbene non sia stato raggiunto il consenso per la creazione di un meccanismo di gestione globale della siccità, sono state portate avanti diverse iniziative sul fronte finanziario. Tra queste, è stata lanciata la Drought Resilience Investment Facility (DRIF), che mira a mobilitare 400 milioni di dollari tra capitali pubblici e privati da investire nella sicurezza idrica, nell’agricoltura sostenibile, nel ripristino dei territori degradati e in altre soluzioni basate sul rispetto degli ecosistemi (le nature-based solutions).

È stato anche annunciato un altro nuovo portafoglio di finanziamenti da 1,3 miliardi di dollari che coinvolge 23 Paesi di 5 continenti, di diverse fasce di reddito. Complessivamente oggi nel mondo gli investimenti per contrastare la desertificazione e il degrado del suolo ammontano a più di 70 miliardi di dollari. Tuttavia, durante la COP è stato sottolineato che servirebbero più di 350 miliardi entro il 2030, ovvero cinque volte tanti.

Comunità pastorali, indigene e donne

La difficoltà consiste anche nel far arrivare questi fondi a quelle persone che si trovano in prima linea a difendere la salute dei suoli, quindi comunità pastorali, popoli indigeni e donne di tutto il mondo che spesso portano avanti attività agricole ma quasi mai vengono coinvolte nei processi decisionali. A Ulan Bator questi gruppi hanno fatto sentire la loro voce, chiedendo maggiore rappresentanza anche alla COP18.

Le parole del delegato dell’Unione Europea

"L'Unione Europea e i suoi Stati membri sono particolarmente preoccupati per il fatto che, su diverse questioni di rilievo, non sia stato possibile nemmeno avviare una discussione sostanziale. Ciò ha reso estremamente difficile individuare un terreno comune e, in ultima analisi, raggiungere un consenso" ha detto il delegato dell’Unione Europea, Patrick Anthony Child, nell'assemblea plenaria conclusiva del 28 agosto.

"Il multilateralismo dipende dalla nostra disponibilità a confrontarci sulle questioni, anche quando le nostre posizioni divergono. Non può produrre risultati quando le differenze si trasformano in un gioco a somma zero o quando le opportunità di un dialogo sostanziale non vengono pienamente sfruttate".

"Incoraggiamo pertanto tutte le Parti a rimanere aperte a un dialogo significativo, al compromesso e a un confronto di merito. Non si tratta semplicemente di una questione di tecnica negoziale: è un elemento essenziale per la credibilità e l'efficacia del processo multilaterale".

"La Convenzione è più forte quando vengono ascoltate le voci e valorizzati i contributi della società civile, dei popoli indigeni, delle comunità locali, dei giovani, delle donne, degli agricoltori e degli altri portatori di interesse. La loro partecipazione non è un elemento accessorio o facoltativo. È essenziale per un'attuazione efficace sul campo e dobbiamo continuare a garantire che i nostri processi riflettano questa realtà".

"Rammarichiamo inoltre la mancata opportunità di rafforzare ulteriormente le sinergie tra le tre Convenzioni di Rio. Le sfide legate al suolo, al clima e alla biodiversità sono profondamente interconnesse e, per essere realmente efficaci, anche le nostre risposte devono esserlo. Una maggiore coerenza e cooperazione tra le Convenzioni sono essenziali per utilizzare al meglio le risorse limitate e conseguire risultati concreti e significativi per i Paesi e le comunità. Per quanto riguarda la siccità, pur auspicando un esito più ambizioso, accogliamo con favore la decisione di proseguire il confronto sulle future azioni per una gestione proattiva della siccità".

"La siccità sta aumentando in frequenza, intensità e impatto in diverse regioni del mondo. Proseguire il confronto è importante, ma questo deve tradursi in azioni concrete. Auspichiamo che questo lavoro ci consenta di elaborare una risposta collettiva adeguata all'urgenza e alla portata della sfida".

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