SCIENZA E RICERCA

Terremoto e diplomazia: quando la scienza jugoslava aiutò il Friuli

“Quello che non ha distrutto maggio, l’ha fatto settembre”. È una frase che abbiamo sentito tante volte durante le nostre indagini per ricostruire il sisma del Friuli del 1976 e che abbiamo raccontato nel podcast 9000 pietre. Come ci hanno detto esperti ed esperte, ma anche i testimoni diretti, quello che chiamiamo semplicemente terremoto del Friuli sono in realtà due terremoti: quello del 6 maggio e la raffica di settembre.


Ascolta il podcast: 9000 pietre. Il terremoto del Friuli 50 anni dopo


Esiste così un 11 settembre anche nella memoria del terremoto friulano, quando la terra torna a tremare per due volte: alle 18:31 e 18:35, con magnitudo 5.3 e 5.6. E queste scosse, unite a quelle del 15 settembre (alle 5:15 e poi alle 11:21, magnitudo 5.9 e 6.0) assestano il colpo definitivo agli edifici che a maggio in qualche modo avevano retto. Si annullano le speranze di rientrare in casa prima dell’inverno e si passa dall’idea della riparazione a quella della ricostruzione a lungo termine. 

È la storia dello sfollamento delle decine di paesi del cratere sismico - Gemona, Venzone, Osoppo, Artegna, Buia e gli altri - con le famiglie alloggiate per l’inverno sulla costa adriatica, tra Lignano e Grado, negli alberghi e nelle case vacanza ormai vuote per la fine della stagione balneare.

L’aiuto che viene da “oltre cortina”

La frase “quello che non ha distrutto maggio, l’ha fatto settembre” sottintende che tutto era crollato. Ed è sostanzialmente vero, con qualche eccezione. Perché l’estate del 1976 è stata anche un campo di sperimentazione di alcune nuove tecniche di consolidamento delle strutture murarie grazie alla collaborazione con l’Università di Lubiana, in Slovenia. Alcune nuove tecniche e conoscenze venivano infatti da oltre la cortina di ferro.

All’indomani della scossa di maggio, anche la Slovenia, allora parte della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, si ritrova a fare la conta dei danni sul suo confine verso l’Italia. Nelle valli tra Kobarid (Caporetto), Tolmin (Tolmino) e gli altri paesi lungo il corso del fiume Nadiža (Natisone) la situazione però è molto meno grave che in Italia. E il governo federale decide di inviare aiuti, soprattutto nelle valli del Natisone in territorio italiano, la cosiddetta Slavia friulana, quel territorio dove una fetta consistente della popolazione parla sloveno.

Si tratta di una vicenda nota che, recentemente, è stata ricostruita nei dettagli da un libro, Il terremoto in Friuli. Esperienze e ricordi 1976 - 2026, pubblicato dal Circolo Culturale Navarca di Aiello del Friuli e curato da Aurelio Pantanali e Miroslav Žerajić. Quest’ultimo, bosniaco trasferitosi in Friuli negli anni Novanta, ha ricostruito dettagliatamente l’impatto degli aiuti internazionali che sono arrivati in Friuli. E quelli provenienti dalla Jugoslavia sono stati consistenti, circa 3,5 miliardi di lire. Per fare un confronto, si tratta di un contributo pari a quello della Svizzera.

L’esperienza scientifica jugoslava

Tra gli autori del libro c’è anche una figura centrale, Miha Tomaževič, che nel 1976 lavorava con un gruppo di studiosi di ingegneria e sismologia che poi costituiranno il Centro per i Materiali e le Strutture dell’attuale Università di Lubiana. La Jugoslavia aveva da poco subito due importanti terremoti: nel 1963 a Skopje, oggi capitale della Macedonia del Nord, e nel 1969 a Banja Luka, in Bosnia Erzegovina. Entrambe le esperienze erano state occasioni per raccogliere dati e studiare il comportamento delle opere in muratura esposte alle scosse del terremoto. La Jugoslavia, quindi, porta in Friuli un sapere che si stava costruendo in quegli anni.

Abbiamo raggiunto Tomaževič per farci raccontare quei momenti. Durante l’estate del 1976 l’equipe jugoslava di cui faceva parte applica ad alcuni edifici storici friulani soluzioni tecniche di base per il rinforzo, come “legare i muri con tiranti in acciaio e il rinforzo dei muri con impasti di cemento (per la muratura in pietra) e rivestimenti in cemento armato (per la muratura in mattoni), era già stato sperimentato”. Sono principi che ancora oggi rimangono validi, anche se “le soluzioni tecnologiche sono migliorate e i materiali impiegati sono più innovativi”.

Queste tecniche, come racconta il libro pubblicato dal Circolo Culturale Navarca, vengono applicate a un caso emblematico per l’ingegneria sismica: un edificio storico nel comune di Lusevera, un comune montano a una trentina di chilometri da Udine, verso il confine sloveno. La casa rinforzata nell’estate del ’76 con le tecniche affinate dopo aver studiato Skopje e Banja Luka non ha ceduto ai terremoti di settembre ed è ancora visibile oggi.

Un pionieristico programma informatico

Uno dei vantaggi che all’epoca aveva l’ateneo jugoslavo è aver a disposizione le prime tavole vibranti che permettevano di testare la resistenza delle diverse tipologie di strutture. In pratica, portando in laboratorio un pezzo di muro o un altro elemento architettonico, era possibile sottoporlo a vibrazioni che simulavano il terremoto. In questo modo, con una serie di prove con materiali e tipologie costruttive diverse, è stato possibile determinare in quali condizioni un determinato muro, costruito con quei materiali e quella tecnica, sarebbe crollato. Un muro alla volta, il gruppo jugoslavo aveva messo insieme quello che oggi chiameremmo un database di casi studio sulla resistenza sismica.

Da questi numeri Tomaževič e i suoi colleghi hanno ricavato una formula che permetteva, e permette tutt’ora, di calcolare a che spinta sismica un determinato manufatto edile crolla. Questo risultato è noto come metodo POR (Progetto Orientato alla Resistenzaed è il primo strumento a livello internazionale per la verifica di calcolo computerizzato dei risultati strutturali conseguiti con le opere di consolidamento. Sì, perché il team jugoslavo mise a punto anche un programma informatico, basato allora sulle schede perforate, che permetteva di far svolgere i calcoli al computer, velocizzando le operazioni.

Gli scienziati jugoslavi lavorarono moltissimo sul campo assieme ai tecnici locali e condivisero le proprie conoscenze in una serie di seminari in Friuli. Il clima ricostruito da Tomaževič è di collaborazione concreta e fattiva: “non ho percepito alcuna difficoltà nell’istituire una cooperazione transfrontaliera”. Certo, i sistemi politici erano diversi, “ma la frontiera era aperta e c’erano necessità e volontà di collaborazione da entrambe le parti”. Tomaževič ricorda anche la collaborazione con l’Università di Padova, in particolare con “il gruppo del mio caro amico, il professor Claudio Modena”, con cui “noi dell’allora Istituto di Collaudo e Ricerche sui Materiali e Strutture di Lubiana abbiamo studiato il comportamento sismico di vari sistemi strutturali in muratura” esposti agli eventi sismici. Una collaborazione che è proseguita, anche con altre figure, per tutta la carriera dell’ingegnere sloveno, che è andato in pensione nel 2017.

“Quello che non ha distrutto maggio, l’ha fatto settembre” rimane un adagio capace di descrivere in poche parole la situazione dopo le scosse dell’11 e del 15 settembre 1976. Ma è anche vero che già dall’estate era iniziata una collaborazione scientifica e tecnica internazionale con la Jugoslavia, un Paese tecnicamente al di là della cortina di ferro, con il quale, sulla carta, sarebbe dovuto essere molto difficile lavorare. Invece, sul campo, all’indomani del terremoto del Friuli si è sperimentata una diplomazia scientifica che è andata al di là della divisione in blocchi, che ha sperimentato tecniche innovative che si sono consolidate ed evolute nei decenni successivi e che ha trovato il modo di trarre un risultato positivo all’interno di uno scenario tragico.

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012