Verso un’Amazzonia libera dall’estrattivismo. Cos’è successo al Forum Sociale Panamazzonico a Puyo
Conferenza stampa di chiusura del XII FOSPA presso il Parco delle Nazionalità. 21 Agosto 2026
La difesa della Panamazzonia come territorio unico, vivo e interconnesso e la protezione dei popoli che la custodiscono dall’avanzata di un modello economico fondato sull’estrattivismo, sulla distruzione degli ecosistemi e la conquista dei territori. Sono questi alcuni dei temi principali contenuti nel Piano d’azione del XII Forum sociale Panamazzonico (FOSPA), che si è tenuto a Puyo, in Ecuador, dal 18 al 21 agosto.
Il FOSPA è un appuntamento biennale che da più di vent'anni riunisce in luoghi diversi dell'America Latina confederazioni indigene, movimenti sociali, ONG, attivisti afro-latinoamericani, comunità contadine, amministrazioni locali e ricercatori, uniti dalla difesa dei territori amazzonici e dei diritti delle persone che la abitano.
A raccontarci di questo evento sono Massimo De Marchi, Francesco Facchinelli ed Edoardo Crescini, tre dei cinque ricercatori del Centro di Eccellenza Jean Monnet per la Transizione Giusta dai Combustibili Fossili dell'Università di Padova che hanno partecipato direttamente ai lavori in Ecuador, insieme a Elena Stecca e Alberto Diantini.
“Il FOSPA rappresenta un appuntamento importante in cui discutere delle politiche amazzoniche”, spiega Massimo De Marchi. “Quest'anno, inoltre, ha rappresentato un'occasione per continuare le riflessioni sull’uscita dai combustibili fossili iniziate alla prima Conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili che si è tenuta questa primavera a Santa Marta, in Colombia”.
Cerimonia di apertura del XII FOSPA presso Pabellón de los Deportes “Roberto Basurto”, Puyo. 18 Agosto 2026
I lavori si sono svolti in quattro diversi spazi, le cosiddette “case”, ciascuna dedicata a un tema: la liberazione dei territori dall’estrattivismo, la sovranità territoriale, le economie alternative, donne e diversità. La delegazione del Jean Monnet ha seguito i lavori delle diverse case e gli eventi paralleli organizzati durante i giorni del FOSPA, tra cui corsi, interventi e una sessione del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, dove il centro ha presentato un’analisi tecnica sul caso “Espansione petrolifera nella Foz do Amazonas”. Gli studiosi hanno partecipato in prima persona anche alle escursioni nei territori interessati dalle attività estrattive e dalle possibili alternative.
“Camminare nella foresta distrutta, vedere le piscine di petrolio abbandonate e toccare con mano il terreno contaminato ha un impatto decisamente maggiore rispetto a guardare una foto o leggere un report”, commenta De Marchi. “Si tratta di attività che l’Unión de Afectados y Afectadas por las Operaciones Petroleras de Texaco (UDAPT) conduce da tantissimi anni, organizzando dei veri e propri Toxic Tour, che hanno la funzione di mostrare a visitatori nazionali e internazionali la permanenza degli impatti ambientali dell’estrattivismo e di far conoscere le storie legate a quei luoghi attraverso le voci degli attivisti delle comunità locali”.
I siti del tour erano quelli interessati dalle attività della Texaco che, come racconta Francesco Facchinelli, “è stata la prima compagnia petrolifera a operare nell’Amazzonia ecuadoriana dalla fine degli anni Sessanta fino ai primi anni Novanta, quando un gruppo di campesinos ha deciso di ricorrere in giudizio per i danni ambientali estensivi causati dalla compagnia. Buona parte di quell'inquinamento si trova ancora in loco: a distanza di trent'anni dalla fine delle operazioni rimangono centinaia di piscine petrolifere mai bonificate. Parliamo di milioni di barili sversati”.
Tra le tappe del tour, i ricercatori menzionano Lago Agrio, un’area urbana in cui è stato scavato il primo pozzo petrolifero in Amazzonia ecuadoriana, la cui apertura ha comportato lo spostamento forzato delle popolazioni indigene, e un flare (un impianto per la combustione del gas estratto dal sottosuolo) nel bel mezzo della foresta. “Per ogni luogo, gli esponenti dei gruppi indigeni presenti – tra cui il leader e attivista cofán Wilmer Lucitante – hanno raccontato gli episodi di violenza e le minacce perpetrati dalle compagnie petrolifere e le battaglie legali in corso per ottenere giustizia”, riporta Facchinelli, che ha contribuito a guidare il Toxic Tour occupandosi di fornire i dati ricavati dagli studi che il Centro Jean Monnet conduce da anni in questi luoghi, in collaborazione con l’UDAPT.
“In un lavoro del 2023, abbiamo stimato che le attività petrolifere compromettono la salute di un numero di persone compreso tra 12.000 e 100.000, a seconda dello scenario di rischio e del raggio d’impatto considerato”, spiega. “Non è facile, però, ottenere una stima precisa della popolazione a rischio e dell’insorgenza effettiva di malattie e tumori. Gli unici ospedali attrezzati per questo tipo di cure si trovano nella capitale, ascrivendo quindi i pazienti nei registri di Quito e non in quelli delle località di provenienza. Per questo, dimostrare il nesso causale diventa estremamente difficile. L'Amazzonia, inoltre, è povera di infrastrutture per il monitoraggio oncologico, e questo si traduce in una quantità enorme di casi che non vengono mai registrati o diagnosticati. Per questo, l'UDAPT sta costruendo un proprio registro dei tumori, nel tentativo di colmare dall’interno un vuoto che le istituzioni non riescono a riempire”.
Donne e giovani generazioni in prima linea per il cambiamento
I movimenti femministi, ecofemministi e transfemministi hanno avuto un ruolo centrale al FOSPA. “La casa della Resistencia de Mujeres y Diversidades ha lavorato molto sulla questione delle minacce ecologiche e del loro legame con l'industria estrattivista patriarcale, che perpetra violenza non solo sui territori, ma anche sui corpi delle persone, in particolare quelli delle donne” spiega Edoardo Crescini. “Questi diventano così oggetti da conquistare attraverso la militarizzazione dei territori e il traffico sessuale. È un'intersezionalità che bisogna sempre tenere presente quando si riflette sul tema della giustizia ambientale e climatica”.
Inoltre, come sottolinea Facchinelli, “le donne nel contesto indigeno hanno un tasso di esposizione ai contaminanti mediamente più alto (per via delle abitudini e delle attività che solitamente svolgono nelle comunità) e subiscono per prime le conseguenze sociali delle strategie che l'industria petrolifera e mineraria tende ad applicare per operare più facilmente sul territorio, tra cui l’esacerbazione dei problemi di alcolismo e violenza all’interno della comunità.
Tutti questi diversi livelli di violenza minacciano il ruolo che le donne svolgono come custodi della vita e del territorio, un concetto che nel pensiero indigeno si esprime con il termine cuidado (cura). Per questo motivo, nella casa della Resistencia de Mujeres y Diversidades si è discusso molto dell’importanza di garantire una maggiore spazio alle donne anche nella lotta contro l’estrattivismo, garantendo loro una più equa partecipazione ai processi decisionali”.
Quest’anno, anche le giovani generazioni hanno avuto un ruolo di primo piano all’interno del FOSPA. “La componente giovanile aveva uno spazio dedicato, il Campamento Permanente de Juventudes. che ha prodotto un proprio documento di proposte, in modo analogo a quanto fatto dalle quattro case”, racconta De Marchi. “Tra i giovani attivisti presenti, c’era anche Yuvelis Morales Blanco, attivista colombiana vincitrice del Premio Goldman per l’ambiente quest'anno, impegnata contro il fracking”.
“Questi gruppi hanno insistito molto sugli attacchi diretti alla vita subiti dai popoli indigeni che difendono i propri diritti, i cui leader vengono costantemente minacciati e uccisi”, aggiunge Crescini. “Denunciano, inoltre, un problema di impoverimento culturale: per esempio, spesso le persone giovani capiscono la lingua indigena, ma non la parlano. Allo stesso tempo, oltre a voler proteggere la loro identità culturale, le associazioni giovanili vogliono contribuire a dare soluzioni concrete contro l’estrattivismo, consapevoli che in futuro toccherà a loro continuare le battaglie per difendere i territori”.
I dirigenti delle nazionalità indigene di Pastaza consegnano la “Declaración Política de Puyuk” e il “Mandato de los Pueblos y Naciones Indígenas en Puyo 2026” perché vengano sottoscritti dalla governatrice della provincia di Pastaza. 21 Agosto 2026
Emergenza Amazzonia
Come anticipato, i lavori del FOSPA si sono chiusi con la redazione di un Piano d’azione, un documento che sintetizza i temi principali emersi dalle discussioni delle quattro case, e non solo.
“Il punto centrale del Piano d'azione è che l’Amazzonia viene dichiarata in emergenza e bisogna agire”, spiega Crescini. “I contributi redatti dalle quattro case convergono infatti sul tema della fuoriuscita dall’estrattivismo: si parla di creare delle zone libere dai combustibili fossili, chiamate in alcuni casi “zone di esclusione” o “zone di vita”, riprendendo il concetto proposto dall’Associazione indigena Cuencas Sagradas.
Il documento contiene inoltre la Dichiarazione Politica di Puyo – presentata alla fine del FOSPA al governo territoriale – che inizia con la rivendicazione della consulta popolare dello Yasuní: il primo referendum nella storia in cui una popolazione è riuscita a bloccare le trivellazioni in un’area del territorio. La Dichiarazione Kawsak Sacha (Selva Viviente) cita anche la storica battaglia vinta della comunità indigena Kichwa di Sarayaku per rivendicare il proprio territorio libero dai combustibili fossili, proponendola come un modello virtuoso di sovranità territoriale da tentare di replicare altrove. Insomma, il lavoro iniziato a Santa Marta per la costruzione di territori liberi dall’estrattivismo continua oggi e sta confluendo verso la COP31 in Turchia”.
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Tuttavia, non si tratta di un percorso facile. Come spiega Facchinelli, a ostacolarlo è l’architettura stessa del sistema finanziario e commerciale globale. “Uno dei meccanismi più discussi è l'Investor-State Dispute Settlement: uno strumento che permette a un'impresa privata di ricorrere alle corti internazionali nel caso in cui ritenga che la propria attività commerciale in un determinato paese venga compromessa. Per di più, queste cause legali costano svariati milioni di euro: spesso la semplice minaccia di intentarne una basta per portare uno Stato a riadeguare le proprie politiche ambientali.
A questo si aggiunge il problema della finanza climatica: la maggior parte dei finanziamenti che dovrebbero supportare questi Paesi nella transizione arriva sotto forma di debito. Perciò, tra le richieste avanzate al FOSPA, c’è anche quella di ricevere questo tipo di supporto sotto forma di grant (e quindi di sovvenzione)”.
Insomma, come osserva Crescini, “il FOSPA è anche un’occasione per pretendere per concreta applicazione del diritto siainternazionale che nazionale, dal momento che l’Ecuador ha diverse leggi che riconoscono i territori ancestrali e indigeni. Tuttavia, accade spesso che le compagnie, non solo quelle petrolifere ma anche quelle agroindustriali e quelle interessate ai minerali critici, entrino nei territori in maniera illegale. E chi per primo ne subisce gli impatti socioambientali sono le comunità indigene, afrodiscendenti e rurali”.
De Marchi sottolinea infine la natura non solo amazzonica, bensì panamazzonica dell’evento. “Questo concetto serve a ricordare come il territorio da difendere non comprenda solo la foresta, bensì tutta quella grande regione che inizia dalle Ande, da cui nascono i fiumi che formano il bacino del Rio delle Amazzoni, e che arriva fino alla costa atlantica e alle acque dell’Oceano (perché i sedimenti del Rio delle Amazzoni arrivano a centinaia di chilometri al largo). Viene rivendicata quindi l’Amazzonia intera, compresa di mare, terra e montagne, come soggetto di diritto. Adottare questa prospettiva consente di ampliare lo sguardo e restituire visibilità a quella comunità umana che si estende dai ghiacciai delle Ande fino alla foce del Rio delle Amazzoni”.
Tutte le fotografie sono state scattate dal Centro di Eccellenza Jean Monnet sulla Giusta Transizione dai Combustibili Fossili, Dipartimento ICEA, Università di Padova