Il ruolo del cambiamento climatico nel disastro in Nepal
Il fiume di fango che ha travolto gli edifici a Trishuli nel distretto di Nuwakot in Nepal - REUTERS/Navesh Chitrakar
Da un’altezza di oltre 5.000 metri, il 26 agosto si sono staccati circa 2 chilometri quadrati di roccia e ghiaccio dalla montagna di Langtang Lirung, al confine tra Nepal e Tibet. Sono atterrati 1.400 metri più in basso e in soli sette minuti la valanga di detriti ha coperto 22 km, correndo a una velocità media di 188 km/h. Ha cancellato dalla mappa geografica il villaggio di Timure, con i suoi 500 abitanti, per poi proseguire la sua corsa per quasi 7 ore lungo le strette valli montane, fermandosi oltre 200 km più a valle.
Oggi i decessi accertati sono circa 1.300 mentre i dispersi più di 6.000. La stima dei danni e delle ricostruzioni ammonta a 5 miliardi di dollari, circa un decimo del PIL del Paese.
In un primo momento si era pensato che la caduta del blocco di montagna e ghiaccio fosse stato provocato da un terremoto: i sismografi avevano registrato un’onda sismica di circa 4,5 gradi di magnitudo. È stato appurato invece che è stata la caduta del blocco di montagna, con il suo impatto, a scatenare quel terremoto. Le cause del crollo sono state altre.
Uno studio pubblicato dalla World Weather Attribution (WWA) ha mostrato che il cambiamento climatico provocato dalle emissioni di gas serra prodotte dalle attività umane ha contribuito al distacco.
Il meccanismo è molto simile a quanto già avvenuto, seppur in scala più piccola, a maggio del 2025 a Blatten, in Svizzera, quando una blocco di ghiaccio e roccia si è staccato dalla montagna ostruendo la valle. In quel caso i monitoraggi avevano permesso di evacuare la zona già una decina di giorni prima.
Oltre al riscaldamento globale però, i ricercatori hanno trovato che effettivamente un terremoto ha probabilmente contribuito a indebolire la struttura della montagna: non si è trattato però di quello del 26 agosto, ma di un altro molto più forte, di magnitudo 7,8, avvenuto in Nepal nel 2015, che aveva allargato le fratture nella roccia, rendendola più vulnerabile agli effetti di un clima più caldo.
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Uno studio di attribuzione non convenzionale
Ricercatori provenienti dal Nepal, dal Pakistan, dal Regno Unito, dall’Irlanda, dalla Svezia, dalla Danimarca, dalla Norvegia, dagli Stati Uniti, dalla Nuova Zelanda e dai Paesi Bassi, tra cui esperti di glaciologia, idrologia montana, scienze del clima, aiuti umanitari, sismologia e scienze sociali, si sono riuniti per esaminare l’insieme dei fattori che hanno contribuito al disastro in Nepal.
Solitamente gli studi di attribuzione della WWA si concentrano su un singolo evento estremo, come un’ondata di calore eccezionale, o un temporale particolarmente violento, e stabiliscono se quello stesso evento sarebbe potuto accadere anche in un mondo non surriscaldato. Con quest’analisi controfattuale, basata sui modelli climatici sviluppati e affinati nel corso degli anni, sono in grado di stabilire o escludere il ruolo causale del cambiamento climatico.
“Il riscaldamento a più lungo termine e il cambiamento della fase delle precipitazioni, dalla neve alla pioggia, potrebbero averne ridotto la stabilità, indebolendo le fratture riempite di ghiaccio e i contatti roccia-ghiaccio, aumentando la pressione dell’acqua” scrivono i ricercatori. “Il cambiamento climatico va quindi inteso soprattutto come un fattore di destabilizzazione che agisce su una predisposizione geologica preesistente, piuttosto che come la causa fondamentale del cedimento” sottolineano.
I risultati dello studio
Dopo il terremoto del 2015, sono stati registrati numerosi eventi franosi lungo il versante della montagna, indice di un probabile indebolimento della massa rocciosa. Con questa premessa, l’aumento delle temperature ha fatto il resto.
Il permafrost quando è in salute funge da strato isolante tra roccia e ghiaccio. Con il suo scioglimento, l'acqua si infiltra nella roccia, aumenta la pressione e quando gela nei mesi freddi allarga le fratture già presenti nella montagna.
I mesi di luglio e agosto sono stati particolarmente caldi in tutta la regione dell'Himalaya e sono arrivati dopo un periodo di 12 mesi di temperature al di sopra della media. Lo studio mostra che non sarebbero potuti essere così caldi senza il riscaldamento antropico. “Il degrado del permafrost potrebbe aver agito come un ulteriore fattore legato al cambiamento climatico, predisponendo il versante al cedimento” concludono gli autori.
A conferma, ci sono i dati di assottigliamento dei ghiacciai dell’intera regione, che retrocedono a un ritmo di oltre mezzo metro all’anno. Dal 2010, l’arretramento del ghiacciaio Langtang Lirung è addirittura accelerato, “passando dallo 0,5% annuo registrato nei due secoli precedenti all’1 – 2,3% annuo degli ultimi 16 anni”.
A questo si sono aggiunte le precipitazioni, che scendono sempre più spesso sotto forma di pioggia, anziché di neve, anche a quote elevate. Negli ultimi decenni, lo zero termico si è spostato più in alto di 100 metri ogni 10 anni, contribuendo alla degradazione del permafrost.
“Non abbiamo valutato se questa specifica valanga di roccia e ghiaccio si sarebbe verificata in assenza dei cambiamenti climatici indotti dall’uomo” specificano gli autori dello studio. “Una tale attribuzione diretta richiede ulteriori evidenze che colleghino le condizioni atmosferiche alle temperature nel sottosuolo, alla pressione dell’acqua nelle fratture e all’evoluzione delle caratteristiche meccaniche del versante” precisano. “Tuttavia, il rapido aumento delle temperature, a un ritmo superiore alla media globale, dovuto alle emissioni derivanti dall’uso di combustibili fossili, aumenta la probabilità e la gravità di fenomeni di questo tipo nell’Himalaya”.
Adattamento e risarcimento
Una volta distaccatosi, il blocco di roccia e ghiaccio si è trasformato in una valanga di detriti a cui si sono aggiunte decine di milioni di metri cubi d’acqua che ha incontrato sulla sua strada.
Un altro recente studio ha infatti mostrato che con l’aumento delle temperature nella regione dell’Himalaya sta aumentando la formazione e l’espansione di laghi di origine glaciale, la cui presenza aumenta il rischio di piene improvvise: il fenomeno è noto con l’acronimo GLOF, che sta per collasso dei laghi glaciali (Glacial Lake Outburst Floods).
Ad oggi, nella regione sono stati documentati più di 388 eventi GLOF, principalmente associati a laghi sbarrati da morene e ghiaccio, con la frequenza più elevata segnalata nella regione del Karakoram, seguita dall’Himalaya centrale e orientale. Le valanghe di ghiaccio e le precipitazioni estreme rappresentano i fattori scatenanti più comuni. “La crescente esposizione di insediamenti e infrastrutture ne amplifica gli impatti, evidenziando la necessità di integrare le conoscenze sulle dinamiche fisiche con la vulnerabilità sociale” sottolineano gli autori di quest’altro lavoro. Insomma, anche una conoscenza più approfondita di questi fenomeni è una forma necessaria di adattamento: occorre lavorare sul potenziamento dell’osservazione della Terra nell’Alto Himalaya, sul monitoraggio dei pericoli, sulla comunicazione del rischio e sulla condivisione transfrontaliera di dati e conoscenze.
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Gli autori dello studio di attribuzione della WWA rimarcano anche che “affrontare le perdite e i danni che si stanno verificando e che sono ormai imminenti, attraverso il sostegno alla ripresa e alla ricostruzione nelle comunità colpite, è diventato ormai una componente imprescindibile della risposta al cambiamento climatico”. Ad oggi però il fondo dedicato alle perdite e ai danni (loss and damage) nato alla COP28 di Dubai nel 2023 dispone di meno di un miliardo di dollari.
L’Himalaya e le altre aree di alta montagna sono tra le regioni del pianeta che subiranno maggiormente le conseguenze dell’aumento delle temperature: la riduzione dei ghiacciai e il degrado del permafrost, una volta innescati, continueranno anche in assenza di un ulteriore riscaldamento. Gli esperti sottolineano che alcuni degli impatti del riscaldamento passato devono ancora manifestarsi pienamente e non è da escludere che, in un mondo stabilmente al di sopra di 1,5°C di riscaldamento rispetto a due secoli fa, un disastro come quello del Nepal del 26 agosto potrebbe ripetersi.