Le "domande" della ricerca: dall’intuizione alle nuove conoscenze
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Trovare le risposte è importante. Ma porsi le domande “giuste” lo è altrettanto, specie in ambito scientifico. È proprio dalla capacità di osservare, interrogarsi e formulare domande significative che prende avvio la ricerca: le domande orientano la formulazione delle ipotesi, che vengono sottoposte a verifica attraverso metodologie rigorose, replicabili e basate sull’evidenza. In altri casi una domanda può offrire uno spazio di interpretazione e confronto: interrogare un testo, un’opera d’arte, un evento storico significa metterne in luce i significati, darne nuove letture, ragionare sul contesto.
“Osservare” ricercatori e ricercatrici durante il loro lavoro quotidiano – come abbiamo voluto fare nei servizi dedicati ai suoni e agli oggetti della ricerca – significa anche e soprattutto “ascoltarli”. Cogliere le loro intuizioni, le idee che spesso aprono a nuove direzioni di pensiero. Abbiamo chiesto dunque ad alcuni studiosi e studiose dell’Università di Padova di indicarci una domanda che accompagna la loro attività scientifica. Non necessariamente la domanda principale attorno alla quale ruota il loro campo di indagine, ma un interrogativo che torna, che ha orientato i loro studi, che è nato da un risultato inatteso o al quale ancora non si sa dare una risposta.
Ne è emersa una coralità di voci e prospettive, tuttavia con un elemento comune: l’attenzione rivolta all’essere umano nella sua dimensione soggettiva e collettiva. A rispondere sono stati Vittorio Morato, Gianluigi Baldo, Antonio Maffei, Ombretta Gaggi, Giada Peterle, Rachele Bertolini, Alessandro Santagata. Molti dei docenti che abbiamo contattato in questo e nei precedenti servizi saranno presenti nei prossimi giorni a Padova a Science4All, il festival delle scienze che si terrà dal 25 al 27 settembre.
Come fa una parola ad acquisire un significato?
Vittorio Morato, filosofo del linguaggio
“Ho sempre considerato la filosofia una disciplina che insegna a stupirsi di aspetti che altrimenti ci lascerebbero indifferenti, proprio perché fondamentali. Tra questi, uno dei più stupefacenti ha orientato parte delle mie ricerche: come fa una parola ad acquisire significato?
Lo stupore nasce da un paradosso: da una parte, acquisire una parola ci dà una sorta di super-potere. Saper usare “cane” ci permette di parlare di tutti i cani (passati, presenti, futuri e possibili). Dall’altra, anche “dog” o “hund” fanno lo stesso. La relazione tra “cane” e tutti i cani è quindi indiretta. Ma qual è l’intermediario misterioso?
Si potrebbe sostenere che sia ciò che penso quando uso la parola “cane” a darle il suo significato. Ma una spiegazione troppo “mentalista” rischia di confondere le attività soggettive di chi usa il termine con il suo significato, che deve essere stabile e condivisibile. Se invece affermiamo che è qualche aspetto del reale a consentire a “cane” di avere il significato che ha, come spiegare parole come “unicorno”? (Spoiler: gli unicorni non esistono nella realtà!)
Il significato, quindi, non sembra trovarsi da una parte sola, nella mente o nel mondo. Quale altra dimensione chiamare in causa? O qual è la ricetta “mente-mondo” che funziona meglio? E se fosse proprio l’idea che le parole abbiano un significato…. a non avere un significato?”
Come “ragionavano” gli autori antichi?
Gianluigi Baldo, studioso di lingua e letteratura latina
“La mia attività di ricerca pone al centro il testo letterario antico, in particolare il testo poetico. Nei miei studi recenti, una domanda che in me è tornata spesso, e a cui non ho ancora dedicato tempo ed energia sufficienti per dare una risposta scientificamente degna, o almeno un'ipotesi di risposta, riguarda la struttura della mente del poeta antico.
In particolare, essendomi occupato in anni recenti della lirica di Orazio, il celebre poeta di età augustea, ho avuto a che fare con la spinosa interpretazione di vibrazioni emotive, allusioni affettive, e soprattutto scarti logico-sintattici che riflettono attitudini discorsive e meccanismi mentali molto diversi da quelli che regolano la nostra vita relazionale e la nostra stessa produzione mentale in quanto uomini e donne contemporanei.
La critica psicanalitica ha ovviamente dato molti frutti anche nello studio delle letterature antiche, ma io mi riferisco a qualcosa di diverso: penso che il filologo classico dovrebbe prendere in maggiore considerazione il problema della psicologia dell'autore antico a livello linguistico. Il tema non è assente nella bibliografia specialistica, ma non è stato ancora oggetto di indagini sistematiche adeguate (specie per gli autori latini). Penso che sarebbe auspicabile un progetto interdisciplinare, in collaborazione, per esempio, con i colleghi psicologi”.
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Perché il bisogno di stare con gli altri è così radicato nell’essere umano?
Antonio Maffei, psicofisiologo
“Quando si fa ricerca ci si immerge così tanto nei dettagli del proprio campo, da rischiare di perdere la visione d’insieme. Per me che mi occupo di psicofisiologia delle emozioni, è stata l’esperienza del lockdown del 2020, a darmi uno scossone. L’impossibilità di vedere i miei amici e familiari mi ha fatto tornare a una domanda, semplice solo all’apparenza: 'Perché il bisogno di stare con gli altri è così radicato nell’essere umano?'
Quali sono i meccanismi psicobiologici che rendono le relazioni sociali una parte così imprescindibile della vita umana? È una domanda con un grande potenziale applicativo. Le relazioni sociali operano come uno 'strumento' per regolare le nostre emozioni, in particolare quando siamo in situazioni di stress, incertezza e paura. Sentire il supporto delle altre persone cambia il modo in cui il nostro corpo reagisce alle minacce, con effetti a cascata sul nostro benessere psicologico e sulla nostra salute fisica.
Il bisogno di supporto vale per tutte le persone, anche se non tutti lo cerchiamo allo stesso modo e non tutte le relazioni ci proteggono con la stessa efficacia. Proprio qui si concentra una parte della mia ricerca: capire quando, come e per chi l’altro diventa una risorsa capace di aiutarci a stare meglio”.
La tecnologia è davvero inclusiva?
Ombretta Gaggi, informatica esperta di accessibilità
“Negli ultimi anni ci siamo abituati a vedere la tecnologia come uno strumento abilitante che offre nuove opportunità e facilita la vita delle persone. Dal Covid in poi, abbiamo visto come la tecnologia possa unire persone lontane, facilitare incontri e condivisioni, permetterci di accedere a nuove informazioni e conoscenza.
Ma è davvero così per tutti? La tecnologia è davvero inclusiva? Se utilizzata male la tecnologia può creare barriere invece di rimuoverle, può escludere invece di includere. Al MobileLab del Dipartimento di Matematica ‘Tullio Levi-Civita’ studiamo e creiamo tecnologia e strumenti, app e servizi che siano fruibili davvero da tutti e tutte, senza distinzioni di età, abilità o disabilità e cultura.
Tante volte mi sento dire: ‘Io sono negata con il computer’. E penso che il fallimento non è di questa persona, ma di chi non è riuscito a creare uno strumento davvero accessibile, magari a chi ne ha più bisogno, perché, ad esempio, età o disabilità rendono più difficili gli spostamenti e quindi maggiormente necessario l'accesso alle informazioni tramite web”.
Caterina Morigi, "Phantàsia", Padova, 2026. All’interno del progetto PRIN PNRR 2022 WALC – Walking Landscapes of Urban Cultures. Foto: Giada Peterle
La geografia può “curare” le città?
Giada Peterle, geografa culturale
“È una domanda provocatoria, che porta con sé il senso di una responsabilità etica e civile che guida da alcuni anni le mie pratiche di ricerca geografica. Le città sono organismi complessi e condensano questioni di interesse globale che, su scala urbana, si rendono leggibili e tangibili. Il cambiamento climatico, l’acuirsi delle disuguaglianze sociali e il rapporto tra urbanizzazione contemporanea e modelli di sviluppo economico ci spingono a riconsiderare oggi il 'diritto alla città', di cui già parlavano Harvey e Lefebvre. Di chi è la città? Chi può abitarla? 'La città è di tutti', ci ricorda Elena Granata, e la responsabilità di 'reimmaginare l’urbano' è collettiva.
Come geografa culturale e direttrice del Museo di Geografia provo a tenere insieme ricerca e divulgazione scientifica, interrogando gli studi urbani attraverso il dialogo con altri linguaggi, come la letteratura, il fumetto e l’arte contemporanea. Intrecciando ricerca geografica e curatela artistica è possibile 'prendersi cura' delle città attraverso azioni concrete che danno forma all’immaginazione geografica e voce a contesti e soggetti marginali. Da queste idee e dalla collaborazione con il Comune di Padova sono nate Ghosting di Daniele Costa e Phantàsia di Caterina Morigi, due opere d’arte pubblica permanenti installate a gennaio 2026 nell’area stazione”.
E se non funzionasse?
Rachele Bertolini, ingegnera
“In quanto docente di tecnologia meccanica, mi trovo spesso a lavorare su progetti e tesi che richiedono un contributo sostanziale da parte mia, a partire dall’idea alla base della ricerca. La domanda che più spesso mi accompagna non riguarda l’impatto tecnologico, poiché i temi di cui mi occupo sono generalmente di forte interesse industriale. Al contrario, la domanda che mi assilla è forse la più semplice, ma anche la più temibile: 'E se non funzionasse?'
Quando mi viene una nuova idea, ne intravedo subito le potenzialità, ma anche i limiti. L’approccio pragmatico derivante dalla mia formazione mi porta infatti a individuare ciò che potrebbe andare storto. Ricordo, per esempio, quando cercai di replicare la struttura delle foglie di loto per ridurre la bagnabilità di una superficie. Ero convinta del mio approccio, ma ottenni l’effetto opposto: una superficie molto più bagnabile!
Un’idea può rivelarsi fallimentare, ma a volte è proprio da ciò che non funziona che si aprono strade nuove e inaspettate. Se così non fosse, probabilmente oggi non avremmo né i Post-it né la penicillina né il panettone”.
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E se le risposte sono impossibili da trovare?
Alessandro Santagata, storico dell’età contemporanea
“Non è mai facile spiegare in poche battute quali domande sono alla base di un percorso di ricerca storiografica. Lo immagino spesso come un tessuto con fili di diversa dimensione e colore; alcuni ormai solidamente intrecciati, anche se a rischio di logorarsi; altri nuovi, più colorati, ma anche più sottili. Fare ricerca assomiglia per me al lavoro di Penelope, perché anche sfare la tela è opportuno, anzi necessario per mettere in discussione le domande e porne delle nuove.
Se, per esempio, la mia prospettiva di partenza è stata quella di interrogarmi su quale apporto la fede e la cultura cattolica hanno dato alle sinistre europee, in particolare alla 'rivoluzione' del Sessantotto nel suo incontro con il post-Concilio Vaticano II, negli ultimi dieci anni ho spostato la mia attenzione alle forme della violenza connesse alla rivoluzione.
Ho approfondito la storia e la memoria della Resistenza italiana al nazifascismo come momento genetico di nuovi schemi culturali convinto che la secolarizzazione delle categorie religiose sia fondamentale per comprendere la politica contemporanea e che lo sguardo obliquo, attraverso la cultura cattolica, fornisca chiavi di lettura potenzialmente universali. Angosciato dalla guerra che oggi più che mai minaccia la sopravvivenza di tutte e tutti, cerco nel mio lavoro risposte forse impossibili ma rimanendo convinto del valore del percorso”.