SCIENZA E RICERCA

L'importanza di avere qualcuno accanto (anche un estraneo) in situazioni di stress

Meglio avere una presenza accanto, e non necessariamente una persona conosciuta o di cui ci fidiamo: la sola vicinanza fisica di qualcuno aiuta ad affrontare una condizione di stress acuto. Lo studio Physical Proximity With Social Support Regulates Vigilance to Threat: Evidence From Startle Reactivity During Emotional Stress Induction, pubblicato recentemente su Psychophysiology da un gruppo di ricerca dei dipartimenti di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione e di Psicologia Generale dell'Università di Padova, in collaborazione con la statunitense Wake Forest University, mette al centro i meccanismi che sovraintendono il rapporto tra supporto sociale e stress. Ne abbiamo parlato con Antonio Maffei, primo autore e ricercatore del dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione all'Università di Padova. "Questa linea di ricerca è nata qualche anno fa, durante il mio ultimo post-doc, quando ho iniziato a definire il mio ambito di indagine - spiega Maffei -. Mi sono sempre occupato di psicofisiologia delle emozioni ed empatia, ma l'esperienza del COVID ha acceso il mio interesse verso i processi psicologici legati alla socializzazione. Approfondendo il tema ho scoperto una letteratura vastissima che risale agli anni Sessanta. Come spesso accade nella scienza, alcuni temi raggiungono dei picchi, finiscono nel dimenticatoio e poi vengono riscoperti. In quel frangente ho iniziato a occuparmi di supporto sociale, applicando il mio background da neuroscienziato, con l’obiettivo di comprendere i processi di co-regolazione delle emozioni".

Il supporto sociale rappresenta un fattore determinante per una corretta regolazione dell'attivazione psicofisiologica indotta dallo stress ed è predittivo di una migliore salute e benessere. La ricerca approfondisce la comprensione di questo effetto cuscinetto (buffering effect), focalizzandosi sulla modulazione del riflesso di trasalimento (startle reflex) durante l’induzione di uno stress standardizzato, in funzione della vicinanza di risorse sociali e della tipologia di relazione con esse. Si legge nello studio: "La reattività del trasalimento a una serie di stimoli acustici presentati durante il compito è stata misurata insieme ai livelli di ansia auto-riferiti. I risultati indicano che trovarsi insieme ad altri mentre si affronta un evento stressante regola la vigilanza verso la minaccia. I risultati sono stati letti attraverso la lente della Social Baseline Theory, suggerendo che il trasalimento possa tracciare dinamicamente il processo di condivisione del carico (load sharing): dunque, la vicinanza a risorse sociali ottimizzerebbe la regolazione fisiologica e cognitiva del comportamento in un ambiente minaccioso.

Il riflesso di trasalimento

Il campione comprendeva di 70 partecipanti dello stesso sesso: "Sono infatti state selezionate partecipati donne per minimizzare gli effetti delle differenze di genere nella reattività affettiva". Divise in tre gruppi, sono state sottoposte al Trier Social Stress Test (TSST), protocollo standardizzato che induce stress attraverso la simulazione di un colloquio di lavoro svolto davanti a una commissione di valutazione: da sole, con il proprio partner o accanto a uno sconosciuto. Durante il test, il gruppo di ricerca ha misurato il grado di allerta attraverso il riflesso di trasalimento (startle reflex), risposta muscolare involontaria primordiale prodotta da un suono improvviso. Questo riflesso aumenta quando il nostro organismo percepisce l'ambiente circostante come minaccioso.

Nel laboratorio di elettrofisiologia del dipartimento, guidato da Paola Sessa, responsabile scientifica e co-autrice della ricerca, "disponiamo di un set-up diadico che ci permette di analizzare due partecipanti in contemporanea. Come paradigma sperimentale usiamo lo stress, perché è un fenomeno molto robusto e facile da evocare, anche in un contesto artificiale di laboratorio. Chiediamo ai partecipanti di affrontare una sorta di colloquio di lavoro davanti a una commissione e a una telecamera. In questo contesto, misuriamo la reattività cardiovascolare e, nell'ultima ricerca appena pubblicata, il riflesso di trasalimento, startle reflex. Questo riflesso è molto semplice da registrare: si applicano due elettrodi sotto l'occhio, sul muscolo orbicularis oculi. Basta un suono forte per produrre una chiusura rapida dell'occhio. È un riflesso difensivo controllato dal tronco encefalico". In una condizione di minaccia questo riflesso viene modulato dal cervello per prepararci all'azione. Se ci sentiamo in pericolo, il sistema si accende o si spegne, a seconda delle strategie difensive più adatte.

I risultati

Ci siamo posti una domanda: se misuriamo questo riflesso durante una minaccia, per esempio lo stress di un colloquio, la presenza di un'altra persona riesce ad attenuarlo? I risultati mostrano che l'ampiezza del riflesso si riduce quando affrontiamo una minaccia in compagnia di qualcuno e questo accade anche se accanto c'è uno sconosciuto. "Ci aspettavamo un riflesso massimo da soli, intermedio con uno sconosciuto e una minima attivazione con il partner. Invece abbiamo osservato che partner o sconosciuto garantiscono lo stesso livello di attenuazione. La spiegazione è che il riflesso di trasalimento è un processo di basso livello che sfugge alla consapevolezza cognitiva. È un meccanismo che caratterizza quasi tutti i mammiferi: anche nei topi i comportamenti di difesa si riducono se c'è un conspecifico accanto, a prescindere dal legame di parentela. Tuttavia, altre misure come la frequenza cardiaca sono più sensibili: lì abbiamo notato che chi affronta il compito con il partner mantiene una frequenza leggermente più bassa rispetto a chi è con uno sconosciuto".

"Non siamo fatti per stare soli"

Anche le persone meno socievoli potrebbero dunque avere bisogno degli altri per affrontare condizioni di stress acuto. La semplice presenza fisica fa la differenza. "Lo dico sempre a lezione: l'isolamento sociale è una forma di tortura. Non siamo fatti per stare soli. Essere immersi in un contesto sociale permette al nostro organismo di ottimizzare le risorse per la sopravvivenza. Ridurre la percezione del pericolo è fondamentale per la nostra specie. Al netto delle nostre "sovrastrutture" caratteriali, abbiamo biologicamente bisogno degli altri. Non a caso, patologie gravi come la depressione maggiore portano spesso a un forte ritiro sociale. Dettagli sul campione e prospettive di genere 

"Abbiamo studiato 70 partecipanti, tutte donne, affiancate da un partner o uno sconosciuto di sesso maschile. Studiare le diadi è complesso perché raddoppia i numeri. Per ragioni di risorse non abbiamo potuto includere anche partecipanti maschi come soggetti stressati in questa fase, ma è un obiettivo futuro", precisa Maffei. Ma se i ruoli fossero stati ribaltati, quali risultati ci si sarebbe potuti aspettare? "Studi di circa quindici anni fa suggeriscono che esistano differenze di genere: sembra che gli uomini beneficino maggiormente della presenza fisica o del tocco affettivo, mentre le donne siano più sensibili al supporto mediato dal linguaggio - commenta Maffei -. Nel nostro esperimento, alla persona seduta accanto veniva chiesto esplicitamente di restare in silenzio per isolare l'effetto della sola presenza fisica. Sembra incredibile ma, nonostante il silenzio, l'effetto protettivo è stato molto evidente. In futuro vorrei anche riuscire a dimostrare quanto questi benefici siano universali e prescindano dall'orientamento sessuale, ovvero che il legame affettivo produca gli stessi effetti positivi sulla salute, indipendentemente dal genere del partner".

La semplice presenza fisica fa la differenza

Differenze individuali e applicazioni cliniche 

Dunque, quali scenari di ulteriore indagine apre questa ricerca? "Stiamo investendo molto sulle differenze individuali perché, anche se questo fenomeno è universale per gli esseri umani, non siamo tutti uguali. Ora vogliamo capire come l'ansia sociale, l'empatia e i diversi stili relazionali influenzino lo stress buffering, l'effetto cuscinetto" della presenza sociale. E questi approfondimenti potrebbero avere ricadute cliniche importanti: per esempio, sapere se un paziente trae maggiormente beneficio dal supporto sociale, o se prima deve sviluppare risorse individuali, è una informazione che potrebbe contribuire a guidare lo psicoterapeuta in modo più preciso. Spesso i clinici vanno a intuito: quantificare questi aspetti in laboratorio fornisce basi solide per la loro pratica".

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