SOCIETÀ

Il percorso di uscita dai combustibili fossili della Germania

Alla COP 28 di Dubai, nel 2023, i Paesi membri della convenzione Onu sui cambiamenti climatici si erano lasciati con una stretta di mano storica: impegnarsi in un percorso di uscita dai combustibili fossili. Era la prima volta che l’assassino del giallo veniva chiamato per nome e messo nero su bianco nel testo di una decisione finale di una Cop sul clima. Per di più tutto questo avveniva in un petrostato, gli Emirati Arabi Uniti, e sotto la direzione di Sultan Al Jaber, ministro dell’industria, amministratore delegato di ADNOC, la società petrolifera nazionale (ma anche di Masdar, società di energia rinnovabile).

Da allora la dicitura transitioning away from fossil fuels è diventata sinonimo di transizione energetica e contrasto al cambiamento climatico. Tuttavia, i risultati concreti hanno tardato ad arrivare, tanto che all’ultima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, quella brasiliana di Belèm, si è consumata una sorta di secessione. Una sessantina di Paesi, insoddisfatti della conduzione e dell’esito della COP 30, hanno deciso di creare un appuntamento intermedio tra una COP e l’altra e riunirsi, per la prima volta ad aprile di quest’anno, a Santa Marta in Colombia, per parlare concretamente e senza giri di parole negoziali di uscita dai combustibili fossili.


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L’incontro di Santa Marta era stato co-organizzato da Colombia e Olanda, mentre il prossimo, previsto per il 2027, si terrà nell’isola del Pacifico di Tuvalu, che sta progressivamente venendo sommersa dall’aumento del livello del mare, con il supporto dell’Irlanda. Così come il primo, anche il secondo appuntamento sarà incentrato su tre tematiche concrete: chi finanzia la transizione, quali partnership tra Paesi e attori sociali vanno allacciate e come vanno articolati i piani nazionali di uscita dalle fonti fossili.

Il più grande slittamento rispetto alle COP è forse proprio quest’ultimo: invece di lavorare a un unico processo globale, si è preferito procedere su scala nazionale. Tre Paesi finora hanno presentato un piano di transizione con tempi, obiettivi, risorse e quadri normativi: Olanda, Francia e, poche settimana fa, Germania.


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Così come l’Unione Europea si è dotata di una legge sul clima che la vincola legalmente a raggiungere la neutralità climatica entro metà secolo, con il BundesKlimaschutzgesetz (KSG) la Germania si è data lo stesso obiettivo non più tardi del 2045. Lo scorso 23 settembre ha presentato i punti cardine attorno a cui si deve articolare la sua transizione.

Dal 1990 Berlino ha già ridotto di quasi la metà le sue emissioni annuali di gas a effetto serra, pur aumentando il proprio PIL del 48% nello stesso periodo. “La riduzione delle emissioni di gas serra è indissolubilmente legata al progressivo abbandono dei combustibili fossili per la produzione di energia” si legge in apertura del piano tedesco. La ricetta è la stessa che ormai sta prendendo piede in tutti i Paesi impegnati nella transizione: elettrificare là dove possibile, produrre quell’energia elettrica da fonti a basse emissioni e renderne più efficiente l’uso, in modo da ridurre il più possibile i consumi.

Combustibili fossili ed emissioni

Circa i due terzi dell’energia consumata dai tedeschi è di origine fossile ed è responsabile dell’83% di tutte le emissioni annuali del Paese. Così come per l’Italia, anche nel caso della Germania la quasi totalità dei combustibili che usa (a eccezione della lignite) sono importati, e a caro prezzo: nel 2024 gli sono costati 76 miliardi di euro: 51 per petrolio, 19 per il gas e 5 per il carbone.

Il KSG stabilisce le tappe di riduzione delle emissioni e dunque dell’uso delle fonti fossili: sempre rispetto al 1990, entro il 2030 i gas serra vanno tagliati del 65%, dell’88% entro il 2040, mentre vanno portati a zero nel 2045. Il piano tedesco riporta valori precisi, settore per settore, anno per anno: energia, industria, trasporti, edifici, agricoltura, rifiuti e uso del suolo.

Berlino addirittura si impone di ottenere emissioni negative al 2050, ossia diventare un assorbitore netto di anidride carbonica dall’atmosfera: “Ciò significa che è necessario potenziare i pozzi di assorbimento del carbonio (pozzi naturali, come le foreste, o soluzioni tecnologiche per la rimozione della CO₂)”.

Il programma di azione climatica

A marzo di quest’anno il governo federale ha adottato un programma di azione climatica che mette in campo 67 misure concrete per rispettare gli obiettivi previsti per la fine di questo decennio e per quello successivo.

Verranno per esempio tagliati 27 milioni di tonnellate di CO₂ rinunciando a 7 miliardi di metri cubi di gas e 4 miliardi di litri di petrolio al 2030. Allo stesso tempo, l’aggiunta di circa 2.000 turbine eoliche farà risparmiare circa 1 miliardo di euro in importazioni di gas naturale. È previsto inoltre un programma governativo di supporto all’acquisto dei veicoli elettrici e un altro volto ad accompagnare la decarbonizzazione dell’industria.

Rinnovabili

Un altro provvedimento è invece dedicato appositamente alla crescita delle rinnovabili, che dovranno passare dai circa 200 GW odierni agli oltre 600 GW nel 2045.

Ad oggi la Germania trae dalle rinnovabili già il 55% della sua elettricità e punta all’80% entro il 2030, così come punta ad abbandonare l’uso del carbone entro il 2038. “L’energia solare ed eolica stanno assumendo un ruolo sempre più significativo nel sistema elettrico, mentre i combustibili fossili diventeranno meno importanti nel lungo periodo”.

La singola fonte che è cresciuta di più negli ultimi dieci anni è stata quella solare: nel 2015 il fotovoltaico installato era meno di 40 GW, mentre nel 2025 è triplicato a 120 GW. Per confronto, l’Italia, pur avendo una maggiore irradiazione, ha installati meno di 50 GW di energia solare. L’eolico tedesco invece (contando sia quello sulla terraferma che quello offshore) è passato da meno di 45 GW a quasi 80 GW nello stesso periodo decennale. Sommando anche l’idroelettrico e le biomasse, la capacità rinnovabile tedesca l’anno scorso raggiungeva i 214 GW.

Ad aprile 2023 la Germania ha spento la sua ultima centrale nucleare. Il dibattito però rimane aperto: in un recente sondaggio, poco più della metà degli intervistati ha espresso un parere contrario all’addio all’atomo, specialmente nel contesto della crisi energetica di Hormuz.

Trasporti

Ad agosto di quest’anno circa un terzo delle auto vendute in Germania erano elettriche a batteria e il piano tedesco punta a portarle al 100% entro il 2035. Ma oltre all’elettrificazione, “gli elementi chiave per una mobilità amica dell’ambiente includono l’uso dei carburanti sostenibili, migliorare i trasporti pubblici e le condizioni per camminare e andare in bicicletta”.

Nonostante la crisi dell’industria dell’auto, rimasta troppo ancorata a benzina e diesel, il piano tedesco dice espressamente che al 2030 dovranno essere 7 milioni le auto elettriche circolanti e 17 milioni quelle nel 2035.

Nei settori difficili da decarbonizzare, come il trasporto aereo, marittimo e in generale quello pesante, giocherà un ruolo importante anche l’idrogeno, sia per sviluppare veicoli a cella combustibile (fuel-cell), sia per produrre carburanti sintetici (e-fuels), che combinano appunto l’idrogeno e l’anidride carbonica per ottenere idrocarburi con la stessa composizione chimica di quelli di origine fossile. In questo segmento, anche i biocarburanti ottenuti dagli scarti agricoli offriranno una soluzione alternativa.


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Pompe di calore per gli edifici

Un altro settore in vibrante crescita è quello delle pompe di calore elettriche per il riscaldamento, sostenibile ed efficiente, degli edifici. Nel 2025 ne sono state vendute 300.000, facendone la tecnologia di riscaldamento più richiesta sul mercato tedesco. Berlino si aspetta che diventeranno e resteranno la modalità dominante di climatizzazione degli edifici: ha infatti predisposto un piano di supporto alle pompe di calore (Wärmeplanungsgesetz, WPG), che prevede vengano alimentate da rinnovabili tedesche (almeno il 30% entro il 2030 e fino all’80% entro il 2040).

Il governo ha anche elaborato un piano di decarbonizzazione degli edifici (Gebäudemodernisierungsgesetz, GmodG). Quest’ultimo però segue il principio della cosiddetta neutralità tecnologica, ovvero lascia la porta aperta ad altre soluzioni: “chiunque rimpiazzi un vecchio sistema di riscaldamento con un nuovo sistema a gas o petrolio dopo il 29 luglio 2926, dal 2029 in poi farà uso di una quota crescente di carburanti sostenibili (il 60% dal 2040)”.

Attraverso questi programmi di efficientamento, verranno messi a disposizione 12 miliardi di euro l’anno prossimo e un totale di 44 miliardi entro il 2030. A beneficiarne saranno anche le reti di teleriscaldamento che per esempio recuperano il calore industriale e lo distribuiscono alle abitazioni.

Idrogeno, cattura della CO2 e carbon pricing

Anche nel settore industriale, oltre all’elettrificazione, sarà necessario adottare altre soluzioni. La Germania sta puntando sull’idrogeno e sulla cattura dell’anidride carbonica. Inoltre, “in Germania circa l’85% delle emissioni sono al momento coperta dall’Emission Trading System (ETS) europeo o da sistemi di scambio delle quote di emissioni analoghi”. L’ETS 1 è stato attivo dal 2005 e ha interessato settori quali l’industria pesante, le centrali energivore e il trasporto aereo e marittimo: la logica, in estrema sintesi, è “chi emette, paga”. Dal 2028 entrerà in vigore l’ETS 2 che sarà esteso ad altri settori come gli edifici e il trasporto su strada.

Ricerca, innovazione e dimensione sociale

L’Agenda High-Tech tedesca continua a investire sullo sviluppo delle tecnologie necessarie alla transizione, da quelle di cui abbiamo bisogno subito fino a quelle che potrebbero servirci in futuro, come la fusione nucleare.

Sebbene lo scopo della transizione sia quello di abbassare prezzi tenuti troppo alti da un mercato dei combustibili fossili che l’Europa fatica a controllare, il piano tedesco è anche consapevole del fatto che la decarbonizzazione può generare shock sociali, che vanno governati. “La trasformazione strutturale delle regioni di estrazione del carbone dimostra la forma che una politica climatica bilanciata può assumere. Con lo Strukturstärkungsgesetz Kohleregionen, il governo tedesco fornirà fondi alle regioni colpite fino alla fine degli anni ‘30”.

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