Le cinciallegre e l’arte di far quadrare il nido
Un uccellino entra nel nido con una preda nel becco, la consegna ai piccoli e riparte. È una scena ordinaria, e ad alcuni potrebbe sembrare quasi meccanica. In realtà, per organizzare questo semplice gesto di cura della prole, ci sono molte informazioni da processare. Dove cercare il cibo, quanto tempo dedicarci, quando tornare al nido, come distribuire le energie tra le proprie necessità e quelle della prole. Quell’andirivieni è parte di un bilancio in cui le risorse sono limitate e le conseguenze delle scelte possono essere decisive.
Tante intelligenze diverse
Una parte della ricerca in passato ha studiato gli animali non umani soprattutto attraverso il confronto con le nostre capacità: uso di strumenti, cooperazione, comprensione di ciò che vede un altro individuo. Questo approccio ha prodotto conoscenze importanti, ma ha rischiato di indurre a privilegiare le abilità che assomigliano alle nostre, trascurando quelle che servono a vivere in ambienti diversi dal nostro.
Una rassegna pubblicata nel 2020 su Journal of Intelligence lo chiarisce già dal titolo There Is Not “One Cognition”: una specie può eccellere in un ambito e incontrare difficoltà in un altro. Contano la sua storia evolutiva, l’ambiente, le informazioni accessibili ai suoi sensi e la pertinenza del compito sperimentale.
Studiare queste capacità nel loro contesto permette anche di comprenderne l’utilità. Gli studi sulla cognizione numerica, per esempio, mostrano quanto la capacità di distinguere quantità sia diffusa anche in animali che tendiamo a sottovalutare. Anche i pulcini, per citare solo una specie, sanno discriminare numerosità diverse: una competenza che in natura può aiutare a orientarsi tra gruppi di compagni o risorse alimentari. Un’ape che raccoglie nettare deve invece mettere in relazione la quantità ottenuta con il tempo necessario a procurarsela. Valutare quanto si guadagna e quanto si spende diventa parte del problema di trovare cibo.
Leggi anche: Pulcini (e neonati) geniali tra neuroscienze e filosofia
L’economia di una famiglia di cinciallegre
Gestire le alternative richiede di raccogliere informazioni, imparare dall’esperienza e adattare il comportamento alle circostanze. Quando però compare un ostacolo nuovo, le risposte abituali possono non bastare: bisogna trovare un modo diverso per raggiungere l’obiettivo. È qui che entra in gioco il problem solving, che misura la modifica di un comportamento già conosciuto o l’apprendimento di una nuova associazione tra un’azione e il suo risultato.
In questa concezione di intelligenza animale si inserisce uno studio di Laure Cauchard e altri, che ha indagato il rapporto tra capacità di problem solving, alimentazione dei piccoli e successo riproduttivo nelle cinciallegre. Emanuele Miccolis, tra gli autori della ricerca, propone un parallelo con la gestione delle risorse familiari: “Le cinciallegre – ci spiega – fanno economia domestica per gestire la prole. Tempo ed energia vanno distribuiti tra attività che possono entrare in competizione: cercare cibo richiede spostamenti, mentre restare nel nido per riscaldare i piccoli limita le occasioni di uscire. Si parla sempre di compromessi per gestire la situazione”.
Può sembrare banale, almeno finché non ci ritroviamo a barcamenarci sui calcoli finanziari per arrivare a fine mese e magari mettere da parte i soldi per le ferie. Quella delle cinciallegre non è una contabilità consapevole, ma anche il loro comportamento deve fare i conti con risorse limitate: un luogo è ricco di prede, ma è più lontano: conviene cercare una preda più grande e tornare più tardi o rientrare al nido?
Una porta da aprire con la zampa
Lo studio non esamina direttamente queste singole scelte, ma verifica se gli individui capaci di risolvere un problema nuovo siano anche più efficienti nell’approvvigionamento quotidiano: se, cioè, la prestazione davanti a un ostacolo si associ alla capacità di portare più cibo ai piccoli, con possibili conseguenze sul successo riproduttivo. I dati sono stati raccolti nella primavera del 2015 sull’isola svedese di Gotland, dove i ricercatori monitorano una popolazione di cinciallegre che nidificano in cassette artificiali installate nei boschi e controllate da microcamere.
Il gruppo ha raccolto dati su 199 adulti, 107 femmine e 92 maschi, osservando prima l’alimentazione dei piccoli e poi il problem solving. Quando i nidiacei avevano sei giorni, sono stati registrati 90 minuti di visite mattutine. I ricercatori hanno contato consegne e prede, stimandone le dimensioni rispetto al becco e distinguendo larve di lepidotteri, ragni e altri organismi. Hanno così ricavato anche un indice della biomassa consegnata, che stima la quantità complessiva di cibo.
Nei due giorni successivi è stato introdotto un ostacolo. Una porticina chiusa bloccava l’ingresso della cassetta: per aprirla l’adulto doveva tirare con la zampa una cordicella e contemporaneamente infilarsi sotto la porta, mentre poteva uscire facilmente. Il compito richiedeva di utilizzare un movimento non abituale per ottenere un risultato, cioè alimentare la prole. Alla fine 90 uccelli, circa il 45%, hanno trovato la soluzione almeno una volta. Anche una ricerca del 2024 dello stesso gruppo ha studiato questo compito. Nei risolutori l’accuratezza migliorava dopo un primo indizio sulla soluzione e con i tentativi successivi, indicando un ruolo dell’apprendimento associativo.
Leggi anche: I bombi trovano soluzioni anche senza addestramento
Problem solving: più consegne e un possibile vantaggio riproduttivo
Gli individui capaci di aprire la porta portavano cibo ai piccoli più frequentemente. Non emergevano differenze chiare nel numero o nelle dimensioni delle prede, né nella proporzione di larve e ragni. Ogni viaggio aveva quindi caratteristiche mediamente simili, ma i viaggi erano più numerosi: il risultato era una maggiore biomassa stimata consegnata alla prole. Nei non risolutori la frequenza delle visite aumentava con il numero di piccoli; nei risolutori rimaneva elevata anche nelle covate meno numerose. Potrebbe essere un indizio di maggiore efficienza: sostenere quel ritmo potrebbe costare meno a chi sfrutta meglio le risorse. Il dispendio energetico, però, non è stato misurato direttamente.
Già uno studio pubblicato nel 2013 su Animal Behaviour aveva osservato che, nei nidi in cui almeno un genitore riusciva a risolvere il problema, i piccoli avevano maggiori probabilità di sopravvivere fino al momento di lasciare il nido, restava però da capire perché. La nuova ricerca ha cercato una possibile spiegazione: questi genitori ottengono risultati migliori perché portano più spesso cibo ai piccoli?
I ricercatori hanno considerato sia quanti giovani arrivassero a lasciare il nido, sia quanti ne sopravvivessero rispetto al numero iniziale di uova. Nei maschi, i risultati sono compatibili con questa spiegazione: quelli capaci di risolvere il problema alimentavano più spesso i piccoli, e una maggiore frequenza delle consegne era associata a una maggiore probabilità di sopravvivenza. Il legame con il numero complessivo di giovani che lasciavano il nido era invece meno chiaro. Si tratta comunque di associazioni: serviranno ulteriori esperimenti per verificare se la capacità di risolvere problemi favorisca davvero l’alimentazione dei piccoli e, attraverso questa, la loro sopravvivenza.
Anche le femmine capaci di risolvere il problema portavano cibo più spesso, ma nel loro caso non emergeva un legame altrettanto chiaro con la sopravvivenza dei piccoli. Una possibile spiegazione riguarda la distribuzione del lavoro: nelle fredde mattine svedesi le madri restavano nel nido anche per riscaldare la prole. Contare le consegne di cibo, quindi, potrebbe non bastare a descrivere il loro contributo alla crescita dei piccoli.
La differenza tra i sessi resta da chiarire, ma non è del tutto nuova: uno studio sui passeri domestici pubblicato nel 2017 su Ethology aveva osservato un’associazione tra la capacità dei padri di risolvere un problema e la sopravvivenza dei piccoli.
Come si produce la maggiore frequenza di consegna? Gli autori propongono diverse possibilità: i risolutori potrebbero trovare abbastanza cibo in un’area più piccola, riducendo gli spostamenti, oppure assicurarsi territori più ricchi di risorse. Consegne frequenti potrebbero anche ridurre i costi sostenuti dai piccoli nel chiedere cibo. Sono spiegazioni da verificare, perché le videocamere documentano solo gli arrivi al nido, senza seguire direttamente la ricerca delle prede.
Leggi anche: Le sigarette potrebbero essere utili. Se sei una cinciarella
I compromessi nella gestione del nido
Da questi studi emerge quanto sia complicato un gesto semplice come nutrire la prole delle cinciallegre, ma è solo una parte di quella che potremmo chiamare economia del nido. Mandare avanti un nido, infatti, significa occuparsi di molte cose contemporaneamente. Miccolis lo racconta attraverso un’immagine: “Gestire un nido significa portare il cibo a casa, fare la spesa, farla bene, portare il cibo più nutriente, ma anche portare fuori la spazzatura: molti piccoli di uccello producono sacche fecali che i genitori rimuovono dal nido, a volte mangiandole: come per gli umani, la pulizia rientra nel lavoro quotidiano della coppia”.
Per chi non ama le pulizie e preferisce i giochi in scatola, Miccolis ha l’esempio perfetto: “C’è Wingspan, un gioco che fa onore al complesso affaccendarsi della vita degli uccelli: il giocatore deve ingegnarsi per creare la strategia migliore tra raccogliere cibo, posizionare ogni uccello nell’habitat più consono e deporre uova al momento giusto per aumentare la possibilità di fare punti.”
Solo che quando giochi se proprio ti va male puoi chiedere la rivincita, se invece sei una cinciallegra rischi davvero di giocarti la prole.