San Francesco Grande, dove la carità imparò a curare
I portici della Chiesa di San Francesco a Padova - Foto di Andrea De Padova/Università di Padova
Il 29 dicembre 1414, nel palazzo vescovile di Padova, i rappresentanti di due importanti e facoltose famiglie fanno mettere per iscritto una decisione destinata a influenzare la città per quasi quattro secoli. Davanti al vescovo Pietro Marcello e a pochi testimoni Baldo Bonafari, già consigliere di Francesco Novello da Carrara, e Sibilia de Cetto, padovana colta e di fede intensa, dichiarano di voler destinare buona parte dei loro ingenti beni per la costruzione di una chiesa, un convento per i frati minori dell’Osservanza e soprattutto un ospedale. Baldo muore nel 1418; toccherà a Sibilia, fino alla sua dipartita nel 1421, tenere aperto il cantiere. I primi malati verranno accolti intorno al 1444, e l’ospedale di San Francesco resterà il nosocomio della città fino al 1798, con l’apertura del Giustinianeo.
Non è un gesto isolato: negli stessi anni a Firenze l’Arte della Seta affida a Filippo Brunelleschi lo Spedale degli Innocenti, la cui prima pietra viene posata nel 1419, per accogliere i neonati abbandonati; nel 1456 a Milano Francesco Sforza fonda l’Ospedale Maggiore, la Ca’ Granda progettata dal Filarete, con l’idea di riunire in un solo grande edificio una costellazione di piccoli ospizi medievali. Le città dell’Italia quattrocentesca cominciano a ripensare il modo in cui ci si prende cura di chi resta indietro: poveri, pellegrini, orfani, infermi. Un primo cantiere di ciò che oggi chiamiamo welfare: una comunità che, avvicinandosi all’apice del benessere e dello splendore artistico e culturale, si dà allo stesso tempo strutture e patrimoni per non abbandonare i più deboli. All’inizio, beninteso, si tratta più di ospitalità cristiana che di medicina: il letto, il pane, il conforto spirituale piuttosto che la diagnosi.
“ Nel 1414 Baldo Bonafari e Sibilia de Cetto avviano un progetto destinato a segnare Padova per secoli: una chiesa, un convento francescano e un ospedale per accogliere i più fragili
A questa storia, e a tutto quello che nei secoli ne è scaturito, è dedicato La chiesa di San Francesco Grande e l’ospedale antico di Padova. Archeologia, storia, arte, architettura e restauri, ottavo volume della collana “Chiese monumentali padovane” pubblicata dall’«Erma» di Bretschneider (Roma 2026): un’opera monumentale, curata da Girolamo Zampieri, che restituisce con un’ampiezza inedita uno dei luoghi più stratificati della città. Il “Grande” del titolo, per inciso, serviva a distinguere la chiesa da un più modesto San Francesco Piccolo, oggi conosciuta come San Gaetano: un aggettivo di servizio che col tempo è diventato quasi un giudizio.
Il ritorno alle origini come innovazione
Tra i molti fili che il volume dipana c’è, come ha messo in luce durante la presentazione lo storico Lucio Biasiori, quello dell’Osservanza: la corrente riformatrice che tra Tre e Quattrocento percorre il francescanesimo chiedendo un ritorno rigoroso alla regola, alla povertà evangelica e alla predicazione itinerante, oltre che a una più concreta vicinanza con i poveri e gli emarginati. Maria Teresa Dolso l’ha definita una “restaurazione innovatrice”, formula che coglie bene il paradosso ricorrente del nuovo che si presenta con l’abito dell’origine: in questo caso la minoritas di Francesco, la scelta di stare in basso, dalla parte degli ultimi. Che non coincide semplicemente con la povertà, come ha ricordato su Il Bo Live lo storico Antonio Musarra in occasione dell’ottavo centenario dalla morte del santo.
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Il saggio di Donato Gallo mostra come San Francesco Grande diventi rapidamente uno dei principali centri osservanti del Veneto: qui sostano e predicano Bernardino da Siena, Giovanni da Capestrano, Giacomo della Marca, Bernardino da Feltre. Da questo pulpito i frati “zoccolanti”, come li chiama il popolo, provano a orientare la vita morale e spirituale della città. Altro tratto decisivo è il protagonismo dei laici: il complesso non nasce da un’iniziativa ecclesiastica calata dall’alto, ma da un atto di carità civica. Bonafari si riserva la nomina del rettore dell’ospedale, diritto che dopo la sua morte passerà al Collegio dei giuristi dello Studio; accanto, nella casa dove abitavano i fondatori, si insedia la Scuola della Carità, confraternita che amministra lasciti per infermi, poveri e fanciulle da dotare. Conta anche la geografia; come ricostruisce Federico Giacomello, il borgo Rudena è in quegli anni un’area periferica rispetto ai centri del potere religioso e politico, e proprio per questo un terreno adatto a sperimentare forme più creative e innovatrici di assistenza.
Dalla cattedra al letto del malato
Per gli osservanti, del resto, seguire la regola non significa soltanto pregare per la salvezza dell’anima ma prendersi cura dei corpi; carità spirituale e materiale si saldano fin dall’inizio: l’ospedale non è un’appendice del convento ma la sua espressione più coerente. Perché però un hospitale diventi un ospedale serve un altro ingrediente, e si trova a poche centinaia di metri: l’università. È qui che, come indaga nel suo saggio Fabio Zampieri, nel 1543 Giovanni Battista Da Monte, professore di medicina teorica e pratica, comincia a portare gli studenti al capezzale dei ricoverati. Fino ad allora la medicina viene insegnata soprattutto commentando dalla cattedra Ippocrate e Galeno; con Da Monte gli allievi imparano a raccogliere la storia del paziente e a esaminarlo, seguendo il decorso della malattia. È una delle prime forme documentate di insegnamento clinico: la diagnosi diventa qualcosa che si esercita con le mani e con gli occhi, non solo con la memoria dei testi.
Modello del complesso di san Francesco. Foto Musme - Museo di storia della medicina in Padova
Il legame tra i medici e San Francesco si fa così stretto che alcuni di loro vogliono esservi sepolti. Il caso più eloquente è quello di Pietro Roccabonella, medico e docente dello Studio morto nel 1491, il cui monumento funebre, oggi smembrato, è l’ultima impresa di Bartolomeo Bellano, scultore padovano allievo di Donatello, più stimato da Vasari che dai concittadini (anche se il cenotafio, incompiuto alla morte dell’artista, viene portato a termine da Andrea Briosco detto il Riccio). Elena Cera ne ricostruisce l’assetto originario, alto oltre quattro metri, con il professore seduto in cattedra tra gli strumenti del mestiere, e lo legge come un documento del passaggio dal naturalismo espressionistico proveniente dalla lezione di Donatello – presente nella vicina basilica di Sant’Antonio – a un classicismo più composto. Una pagina di storia della medicina, quella rievocata dagli autori dei contributi, che del resto non si è mai chiusa; o meglio: si è riaperta negli ultimi anni con l’insediamento negli spazi dell’antico ospedale del MUSME, il Museo di Storia della Medicina che ne prosegue idealmente l’eredità.
L’intreccio tra convento e università tocca però anche un altro aspetto: i libri. La biblioteca del convento ha origine intorno al 1420 e cresce con il ruolo di San Francesco come centro di studio teologico, fino all’ampliamento cinquecentesco. All’inizio del Seicento, quando la Congregazione dell’Indice chiede ai conventi gli elenchi dei volumi posseduti, i bibliotecari padovani producono inventari che oggi sono una miniera per gli storici: permettono di immaginare la raccolta com’era e dov’era, con oltre milleduecento volumi distribuiti fra una trentina di collezioni personali dei frati e circa novecento della comunità. Nel Settecento fra Michelangelo Carmeli – erudito e filologo, nonché primo docente di lingue orientali nello Studio patavino – farà costruire una nuova grande sala per circa quindicimila volumi, poi in gran parte confluiti nella Biblioteca Universitaria di Padova, dove sono ancora disponibili per gli studiosi.
“ Nel Cinquecento Giovanni Battista Da Monte porta gli studenti al letto dei malati: l'ospedale diventa un luogo di cura e di insegnamento
Un palinsesto da decifrare
Se c’è un merito che accomuna i contributi, ha osservato la storica dell’arte Vittoria Romani sempre durante l’incontro sul volume, nella stessa Chiesa di San Francesco, è la compattezza del metodo, con un’attenzione costante alle fonti d’archivio che consente di aggiornare in profondità le sintesi precedenti. Da questo punto di vista la chiesa che vediamo oggi è il risultato di secoli di interventi e committenze sovrapposti: i frati che la amministrano, ma anche i confratelli della Scuola della Carità, i medici in cerca di sepoltura, le famiglie cittadine che vi acquistano cappelle e altari, come indaga Giovanna Baldissin Molli.
Valentina Baradel si occupa della prima stagione decorativa, di cui resta poco: gli affreschi nel sottarco della prima campata, che oggi si possono ricondurre con maggiore sicurezza al Maestro di Roncaiette, anonimo riscoperto da Roberto Longhi che nel frattempo ha guadagnato, se non ancora un nome, perlomeno un catalogo consistente. Altre opere hanno preso la via dei musei, integre o smembrate, come il polittico di Antonio Vivarini e Giovanni d’Alemagna, datato 1447 e oggi a Praga. Alessandra Pattanaro e Francesca Zancan rileggono, con un lavoro paziente sulle fonti, il grande ciclo delle storie di san Francesco nelle 24 lunette del sottoportico, formulando nuove ipotesi sull’attribuzione, mentre Barbara Maria Savy segue nel suo ampio contributo il percorso di Girolamo Tessari, detto Girolamo dal Santo, nella cappella dell’Immacolata, decorata tra il 1523 e il 1526 in due tempi: il primo acceso dalla lezione di Tiziano e di Romanino, il secondo più prudente, in cui il pittore si appoggia alle stampe, dalla Vita della Vergine di Dürer fino ai modelli raffaelleschi. Sempre Alessandra Pattanaro si occupa della sala capitolare della Scuola della Carità, le cui Storie della Vergine affrescate da Dario Varotari nel 1579 rappresentano l’ultimo grande ciclo pittorico della Padova cinquecentesca: in esse Gioacchino e Anna rimandano ai fondatori, che compaiono inginocchiati con l’ospedale, la chiesa e il convento sullo sfondo. Completano il quadro, tra gli altri, gli studi sugli altari seicenteschi, le epigrafi, i tessuti e gli arredi lignei.
Nella presentazione lo storico dell’architettura Gianmario Guidarelli ha insistito invece sulla complessità dell’approccio del volume, che non si ferma all’edificio ma lo legge dentro la forma della città. I saggi di Giovanna Gambacurta e Stefano Tuzzato organizzano i dati archeologici di un settore di Padova – quello orientale, separato dalla città dal Bacchiglione e unito dai millenari ponti romani – importante e al tempo stesso non facile da studiare, dove fin dall’età del ferro si trovano aree rituali, cippi, tracciati viari; poi il fiume, le mura, i campi via via urbanizzati, il grande cantiere del Santo che ridisegna tutto, la tomba di Antenore voluta da Lovato Lovati, in cui la storia e il mito della fondazione si intrecciano come in molte città italiane del tempo. Davide Tramarin collega l’architettura della chiesa, inizialmente assai più piccola, a quella dell’Osservanza emiliana e al nome di Lorenzo da Bologna, mentre Stefano Zaggia segue le tante trasformazioni del complesso conventuale-ospedaliero nel corso dei secoli. L’ultima sezione è dedicata ai restauri, che oltre a conservare aiutano a ricostruire storie, vicende e sedimentazioni.
Il senso di un percorso, oggi
Cosa può darci oggi la rilettura delle vicende di questo straordinario complesso conventuale-ospedaliero, al di là del piacere che deriva da tanta storia e bellezza? Certamente molto più di un semplice esercizio di erudizione. Mentre infatti si discute del nuovo policlinico vale forse la pena ricordare dove e come nasca l’assistenza organizzata, nel pieno della fioritura del primo Rinascimento: un’età di commerci, di studi e di straordinaria produzione artistica che però sente il bisogno di non dimenticare le fragilità urbane, come si direbbe oggi. Una lezione che può suonare tremendamente attuale in un tempo che sembra di nuovo alla vigilia di un cambio di civiltà, ma in cui la ricchezza appare concentrata in pochissime mani, quelle dei padroni delle tecnologie che governano le nostre vite.
C’è però anche un’altra cosa che San Francesco Grande, grazie a questo splendido e ricco volume, può ricordare a chi abita il presente. A lungo tra queste mura la cura dei corpi, la ricerca scientifica, l’arte e la fede abitano lo stesso spazio senza avvertirsi come estranee, ma anzi sorreggendosi a vicenda. Poi arriveranno Riforma e Controriforma, le guerre di religione e la vicenda di Galileo, a sancire una frattura che per molti versi ci portiamo ancora dietro. Chissà che non sia proprio un luogo come questo, che da sei secoli resiste a ogni lettura univoca, a suggerire che quel divorzio non è un destino.