SOCIETÀ

Ucraina: la storia e la lingua piegate al conflitto

Dove vive un ucraino, in Ucràina o in Ucraìna? Bisogna fare attenzione alla risposta, perché la domanda nasconde la peggiore delle insidie: la politica linguistica applicata alla toponomastica. Ben difficilmente un integerrimo nazionalista, o anche un sostenitore dell’ambigua politica interna del presidente neoeletto, Petro Porošenko, vi risponderà con la prima opzione: la sentirà limitante, addirittura insultante, giacché kraj è, nella maggioranza delle lingue slave, un termine per indicare la terra di confine, se non apertamente il confine stesso. Significherebbe, in fondo, appartenere a una terra di nessuno, ad una frontiera franca (u okrajna, appunto) priva di identità e di spessore internazionale, non riconosciuta se non nell’ambito delle sue funzioni di collegamento tra il grande blocco russo, le steppe siberiane, le aree transcarpatiche e i Balcani. Si preferirà dunque, a dispetto della continuità storica, il secondo termine, "moderno" ed occidentalizzante. Inutile sottolineare che, dall’altra parte, un russo identificato con la propria causa nazionale  si rifiuterà di dare ulteriore rilevanza ad un profilo di cui non ha mai riconosciuto l’indipendenza politica, ed opterà, consapevolmente, per la prima denominazione. Una "contendibilità" delle parole che, a ben vedere, si colloca in quel vuoto e in quei tentativi di riempirlo a proprio vantaggio di cui sono, in maniere diverse, rappresentanti anche Porošenko, che incarna perfettamente i tratti dello spregiudicato oligarca figlio della stagnazione brežneviana e del crollo istituzionale post-sovietico, come d'altro canto sia il deposto Viktor Janukovyč, sia la pasionaria mediatica Julija Tymošenko.

La guerra civile, sempre meno "notizia" sulle testate europee e sempre più connotata come tregua armata continuamente violata a dispetto delle distensioni formali, sta vivendo peraltro i suoi momenti più drammatici, e i suoi attori principali – Porošenko, che ha già annunciato nuove azioni contro i “ribelli” separatisti; Putin, che non perde un’occasione per rilanciare il tema della “difesa” dei russofoni; Gazprom, la Corporation gigante del gas russa la cui pazienza nei confronti del governo centrale di Kiev è giunta ai minimi storici –  mettono in gioco, in queste ore, gli equilibri di uno scacchiere geopolitico traballante. Una partita nella quale, come prevedibile, tutti i richiami simbolici – dalla storia alla lingua alle identità collettive – vengono costantemente invocati, quanto a proposito poco importa, dalle parti in causa.

Tanto più necessario, quindi, guardare alla storia con consapevolezza critica e strumenti adeguati per cercare di decodificare alcune questioni chiave nell’attuale situazione politica, riconducibili al bisogno di costruire, o rinforzare, una propria identità. Ha cercato di colmare questa lacuna un  seminario di Stefano Aloe, ricercatore di lingua e letteratura russa all’università di Verona, organizzato per iniziativa dell’università di Padova e della Scuola galileiana di studi superiori. Nel mettere ordine in questa materia, tanto contesa quanto essenziale per comprendere livelli profondi e meno immediatamente visibili del conflitto in corso tra Russia ed Ucraina, a dire la verità molto, anche al di là della disputa linguistica, è ancora inespresso. Perché gli eventi sono precipitati in maniera – apparentemente – repentina? Per quale ragione l’esito del referendum per il distacco della Crimea dall’Ucraina ha innescato un così pronunciato inasprimento delle lotte? Perché persino Michail Gorbačëv, premio Nobel per la pace nel 1990, artefice della perestrojka e della transizione dell’URSS verso un maggiore liberalismo politico ed economico ha speso parole di elogio per l’azione politica in Crimea di Vladimir Putin (“è un bene, è stato corretto un errore storico”, dichiarò alla stampa lo scorso marzo, in chiaro riferimento alla “donazione” di Nikita Chruščëv del 1954)? 

Le motivazioni non sono facilmente e linearmente sintetizzabili, tanto più che il principale oggetto del contendere, la Crimea, ora quasi defilatosi sullo sfondo, è a sua volta un’assoluta eccezionalità, geografica e politica. Territorio quasi esotico, porta della Slavia orientale verso L'Impero ottomano, dal quale venne inizialmente colonizzata e fortemente influenzata (fu certo la compresenza di colbacchi e caftani ad ispirare Puškin per la composizione del suo celebre poemetto La fontana di Bachčisaraj), meta di ritrovo e di relax dei potenti capi di stato e partito sovietici, esso di sicuro non apparteneva all’Ucraina, ma è largamente discutibile anche una sua eventuale filiazione russa. Di tutt’altra etnia, infatti, erano gli originari abitanti del luogo: turchi prima, ebrei poi, solo in un secondo momento mischiatisi alle folle sempre maggiori di russi, popolani e aristocratici che dal XIX secolo in avanti venivano stregati dal fascino magnetico di questo strano angolo d’oriente. Popolazioni autoctone come i Tatari che non sono state interpellate sul nucleo del referendum di marzo.

A guardare lo scenario nella sua interezza, tuttavia, la Crimea appare realmente per quello che è: un pretesto, forte se si vuole, in grado di scatenare un’offensiva biunivoca sul senso dei rispettivi pilastri culturali. È noto come le èlite conservatrici russe, con l’appoggio di una buona fetta di popolazione, ritengano l’Ucraina nient’altro che una provincia ex-sovietica. Una Malarosija, “piccola Russia”, come era chiamata sotto Pietro il Grande, la cui indipendenza, raggiunta nel 1990, ha avuto valore puramente formale. D’altro canto, le spinte centrifughe di segno opposto arrivano a sostenere che l’Ucraina debba essere investita del ruolo di leader della cristianità orientale: non solo essendo Kiev capitale originaria della maggiore entità statale degli slavi orientali in epoca medievale, la Rus’, ma anche perché il nome della città santa per eccellenza, Gerusalemme (in ucraino Erusalim), altro non sarebbe che una contrazione di est’ russkaja zemlja, “(questa) è terra russa”. Si tratta di boutade in fondo troppo grosse per essere credute, ma che testimoniano il livello radicale del conflitto. Da un estremo all’altro: se la politica aggressiva e "coloniale" di Putin risulta poco gradita, in superficie, ai “nemici” occidentali, è sbalorditivo, tuttavia, constatare come in Ucraina venga assunto a “eroe nazionale” un personaggio oscuro e controverso come Stepan Bandera, macchiatosi di collaborazionismo e crimini di guerra al tempo dell’occupazione nazista nella Seconda guerra mondiale.

inevitabilmente, ad uno sguardo attento appare sfumata la distinzione tra “buoni” e “cattivi”, tra ciò che è “giusto” e “sbagliato” giudizi di valore che il più delle volte contraddicono apertamente senso comune e continuum storico. Lo scontro linguistico, accesosi e subito caduto in empasse, non si è ancora disincagliato, con la Verchovna Rada, il parlamento di Kiev, ora impegnata a legiferare contro le spinte autonomiste dell’autoproclamata Repubblica di Donec’k. Nello sforzo dell’identificazione di un altro da Sé, come l’avrebbe intesa Todorov, in Ucraina si sta contemporaneamente consumando la frattura interna tra chi parla l’ucraino “galiziano”: occidentale, formale, giornalistico, e chi invece opta – anche per una precisa convinzione politica – per la variante “poltavo-kieviana”, inevitabilmente caricata di riflessi nazionalisti russi. Una bomba ad orologeria, l’ennesima, di cui dovrà occuparsi nell’immediato futuro Porošenko.

Marco Biasio

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