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Coronavirus: prevenzione e corretta informazione sono un antidoto per la paura

Supermercati saccheggiati, mascherine protettive introvabili, intere comunità in quarantena. E ancora: una copertura mediatica mastodontica, con pareri di decine di esperti (o sedicenti tali), proclami politici e provvedimenti locali più o meno leciti.

L’epidemia di Coronavirus ci ha colto impreparati, soprattutto dal punto di vista psicologico: un giorno era solo un nome, una notizia sul giornale; il giorno dopo, un invisibile pericolo dal quale correre ai ripari il più velocemente possibile. I casi sono aumentati in maniera esponenziale, in tutto il Nord Italia, nell’arco di pochissimi giorni; ciò è probabilmente dovuto al fatto che sono stati condotti numerosi test, e che molti contagiati stiano manifestando solo ora i primi sintomi della patologia.

I numeri, certo, non sono rassicuranti: secondo gli ultimi aggiornamenti, i contagiati sarebbero oltre 200, con 6 decessi confermati e 23 ricoverati in terapia intensiva. Ma le statistiche restituiscono un ridotto tasso di mortalità (oscillante tra l’1 e il 2%) e una altrettanto bassa percentuale di complicanze (circa il 5% dei contagiati sviluppa forme di polmonite). La prerogativa, adesso, è contenere la diffusione del patogeno: si tratta di una misura preventiva, motivata soprattutto dal fatto che ci troviamo di fronte ad un virus poco conosciuto, per contrastare il quale non esistono ancora farmaci né vaccinazioni. Come afferma il dottor Giancarlo Sturloni, specializzato in Comunicazione del rischio, “il problema principale è che domina l’incertezza su come evolverà l’epidemia. A fronte dell’assenza di una sicura valutazione del rischio, non è ancora chiaro quanto dobbiamo preoccuparci”.

L’incognita maggiore riguarda l’eventualità di una larga diffusione: “Vi sono infatti fasce vulnerabili – anziani, persone con patologie croniche, gli stessi operatori sanitari – che non possono essere protette, e per le quali è dunque necessario arginare la possibilità di entrare in contatto con il virus”, sottolinea Sturloni. La sfida principale riguarderà senz’altro la sanità pubblica: “bisognerà dunque lavorare su due scenari: uno è quello che già conosciamo, cioè un rapido aumento dei casi – fenomeno dovuto, probabilmente, al fatto che solo ora stiamo facendo i test e stiamo dunque accertando i contagi effettivi – in un contesto ancora circoscritto; l’altro è la possibilità che il contagio si diffonda. È ancora difficile tracciare una linea d’azione univoca: nella gestione dell’emergenza bisogna tener conto dell’incertezza ed essere consapevoli che, nella situazione peggiore, il problema potrebbe diventare estremamente serio”.

Anche gli esperti cui i mass media stanno dando voce forniscono pareri contrastanti: alcuni sostengono la necessità di prepararsi allo scenario peggiore, mentre per altri non bisogna esagerare la portata di questa epidemia, e sarebbe bene contestualizzare gli eventi e le notizie degli ultimi giorni.

Un punto nodale nella gestione dell’emergenza, infatti, si coagula proprio intorno all’informazione pubblica: in questi ultimi giorni l’epidema da coronavirus ha avuto un’enorme copertura mediatica, alla quale non è però sempre corrisposta un’informazione di qualità. Al contrario, sono stati forniti dati e opinioni non uniformi, a volte addirittura dissonanti tra loro, che hanno, a volte, contribuito ad alimentare la psicosi in una società non preparata a questo tipo di eventi. “Un’estesa copertura mediatica sicuramente contribuisce ad elevare la percezione del rischio e allo stesso tempo riflette la preoccupazione della società: si tratta di due aspetti che si influenzano e si alimentano a vicenda”, spiega Sturloni.

Il corto circuito che si è venuto a creare – e che ha generato un complesso di comunicazioni e notizie frammentarie, spesso parziali – è dipeso dal fatto che, in Italia, le istituzioni pubbliche non hanno ancora pienamente sviluppato la capacità di dialogare in modo efficace direttamente con il pubblico. “Continuando ad indire conferenze stampa per i giornalisti o ad affidarsi alle trasmissioni televisive, le istituzioni rinunciano a diventare un punto di riferimento diretto per i cittadini, e sono costrette ad accettare la mediazione dei mass media, con tutte le sue imperfezioni”. Laddove l’istituzione – per mancanza di efficacia o di visibilità – non assume una posizione centrale nel dibattito pubblico, si moltiplicano le voci alternative, e si corre il rischio che queste infine prevalgano su una voce istituzionale chiara e univoca, capace di imporsi, con la propria autorevolezza, sulle opinioni personali.

Di fronte ad una situazione in cui, come in questo caso, la percezione del rischio è amplificata dalla vicinanza spaziale e temporale del pericolo, è dunque fondamentale che i media non alimentino la paura, ma che, piuttosto, si impegnino a diffondere informazioni chiare e limpide, coerenti tra loro e provenienti da fonti autorevoli.

In questo processo, alle istituzioni spetta un ruolo di primo piano: devono, cioè, rinsaldare il rapporto di fiducia con i cittadini, facilitando un dialogo diretto e rendendo accessibile la conoscenza. È solo grazie ad essa, in fondo, che si sconfigge l’irrazionalità della paura, e si rendono le persone effettivamente libere.

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