SCIENZA E RICERCA

Coronavirus: quando la fiducia diventa lo scopo. I risultati di uno studio del Cnr

In questo momento così complesso, in cui oltre ad aver dovuto rinunciare alla dimensione sociale della vita quotidiana e congelare la maggior parte delle libertà individuali, si affacciano paure e inquietudini legate alla nostra salute e a quella dei nostri cari, ma anche all’impatto della pandemia sul fronte economico e occupazionale, abbiamo bisogno di certezze e rassicurazioni. E se è difficile ottenerle con dati che ci garantiscano che a breve saremo fuori da questa emergenza, ci affidiamo a una risorsa che molte indagini precedenti alla diffusione del coronavirus avevano dato per persa: la fiducia nei confronti delle autorità pubbliche. E’ questa l'osservazione, per alcuni versi sorprendente, emersa da uno studio condotto dall’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr attraverso un questionario proposto, nel periodo tra il 9 e il 14 marzo, a un campione di 4260 persone di tutta Italia, nella fascia di età compresa tra i 18 e 85 anni. L’indagine, dal titolo “Coronavirus e fiducia”, è stata quindi realizzata nei giorni in cui erano già entrate in vigore, o venivano estese, le misure emanate dal governo per contenere l’epidemia, come la chiusura di scuole e università, l’annullamento di tutte le iniziative pubbliche, le restrizioni sugli spostamenti non necessari e la chiusura di bar e ristoranti.

Per approfondire i principali dati forniti dall'indagine abbiamo intervistato il professor Rino Falcone, dirigente di ricerca dell'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr, autore dello studio insieme ai colleghi Cristiano Castelfranchi ed Elisa Colì.

L'intervista al professor Rino Falcone, dirigente di ricerca dell'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr. Servizio di Barbara Paknazar

Quali erano gli obiettivi del vostro studio e perché avete deciso di mettere in relazione il coronavirus, e l'impatto che sta avendo sulle nostre vite, con il tema della fiducia?

Vorrei iniziare spiegando perché abbiamo messo in connessione una pandemia con una nostra attitudine, una nostra costruzione mentale e anche con una nostra capacità relazionale. La ragione è ovvia ed è il fatto che questa pandemia produce da parte delle autorità pubbliche delle indicazioni e anche delle norme molto restrittive che condizionano il comportamento di ciascun cittadino. Questo cambiamento comportamentale stravolge profondamente la vita di tutti noi e quindi anche le nostre menti che reagiscono a questo cambiamento contestuale ri-rappresendando sia le autorità, sia gli altri cittadini e persino noi stessi. Quindi questa indagine ha tentato di misurare questo stravolgimento e capire come sta avvenendo. La fiducia è un tema studiato in letteratura da tantissime discipline, dalla biologia alla sociologia, dalla psicologia all’economia, e ultimamente anche dall’intelligenza artificiale, cioè dagli studi tecnologici che devono tener conto del fatto che le macchine, sempre più intelligenti, devono cooperare e interagire con gli esseri umani. Questo fatto dà conto di quello che Locke chiamava il “vinculum societatis”, cioè la fiducia, la possibilità di stare in società. Siccome le tecnologie sono sempre più inserite nella società, anche come sistemi autonomi, è fondamentale - e nel nostro laboratorio di questo ci occupiamo - capire il ruolo fondamentale della fiducia. Quindi abbiamo analizzato nel tempo quali sono gli elementi costitutivi dell’avere fiducia e anche dell’essere affidabili e, sulla base di questo, nel nostro ultimo studio abbiamo utllizzato questo modello per comprendere come nell’ambito del fenomeno coronavirus la fiducia si stia modificando.

Entriamo allora nel dettaglio di quello che è il risultato forse più inaspettato della ricerca: un elevatissimo livello di fiducia verso le istituzioni, elemento che invece in altre rilevazioni effettuate periodicamente e non connesse all'emergenza coronavirus non era assolutamente emerso. Basti pensare che nel Rapporto Italia 2020, presentato da Eurispes alla fine di gennaio, la fiducia nelle istituzioni risultava al 14,6%.

Questo è molto interessante: noi con il nostro questionario abbiamo rilevato che circa il 75% dei cittadini ha fiducia nei confronti delle autorità pubbliche. Abbiamo voluto tenere il concetto di autorità il più possibile fuori da un contesto politico o partitico, proprio per svestirle di una possibile influenza sull’opinione dei cittadini di natura più strettamente politica. In realtà poi abbiamo visto che altri sondaggi usciti successivamente, per esempio quello di Diamanti di qualche giorno fa, hanno confermato il dato in maniera abbastanza clamorosa, anche in rilevazioni che hanno coinvolto in maniera più diretta il governo, mentre noi abbiamo lasciato che le autorità pubbliche fossero rappresentate nella loro complessità. La ragione con cui noi spieghiamo questo elevato livello di fiducia e l’atteggiamento molto volitivo da parte del campione intervistato è che la fiducia in genere è un atto volontario e arbitrario perché siamo noi a decidere di dare fiducia e lo facciamo sempre per l’ottenimento di un certo scopo. Però esistono anche situazioni in cui l’attribuzione di fiducia è un atto costrittivo: l’emergenza coronavirus è un caso tipico perché in questa situazione lo scopo ha una natura fondamentale ed è la salute pubblica, la nostra salute, la sopravvivenza di un certo modello sociale e della possibilità di rapportarci agli altri. E’ uno scopo prioritario che noi vogliamo raggiungere e per ottenerlo siamo vincolati ad un soggetto che è un soggetto pubblico. In questo momento nessun altro, se non le autorità pubbliche, può fare degli interventi che ci salvino la vita e la nostra coesistenza. Quindi c’è un elemento cognitivo che trasforma quello che in generale è un atto libero di affidarci a qualcuno, oggi diventa per certi versi un atto obbligato e contemporaneamente un nostro scopo.

Quando abbiamo uno scopo modifichiamo le nostre credenze in relazione all’ottenimento dell’obiettivo che dobbiamo raggiungere

La fiducia ovviamente si lega in modo molto stretto all’efficacia dei provvedimenti. Come sono state valutate le misure introdotte dalle autorità?

L’efficacia delle misure è stata valutata molto positivamente seppure il campione di intervistati abbia mostrato di essere parecchio attento anche agli aspetti critici, per esempio rilevando che ci sono state delle contraddizioni nell’azione delle autorità pubbliche. Queste contraddizioni sono state rilevate sia quando la stessa autorità nel corso del tempo ha modificato i propri comportamenti e le direttive emanate, sia quando si è verificata una divergenza di vedute e di azioni tra diverse autorità, ad esempio tra le Regioni maggiormente colpite dal virus e il governo centrale.

Nella classifica delle autorità ritenute più adeguate nell’assumere le decisioni il campione di intervistati ha indicato al primo posto il governo, seguito dalla Protezione civile e dal presidente della Repubblica. Le Regioni sono solo al quarto posto.

Questo è un aspetto molto interessante perché mostra che i cittadini tolgono ogni veste un po’ faziosa e comprendono l’importanza di confrontarsi con un fenomeno globale attraverso provvedimenti che vengono da un’autorità che rappresenta l’intero Paese. E’ un dato che abbiamo verificato anche scorporando il campione e continua a valere anche nelle Regioni dove ci sono state importanti iniziative dei governatori, come la Lombardia o il Veneto. Vuol dire che i cittadini comprendono che a un fenomeno globale è necessario contrapporre un governo globale. E’ importante anche il ruolo del presidente della Repubblica che, come sappiamo anche da altri sondaggi che non hanno l’obiettivo di testare rispetto a una pandemia, rimane un’autorità morale rilevante e lo stesso accade anche in questo contesto in cui non può avere un ruolo di emanazione diretta di provvedimenti, perché non rientra nelle sue funzioni. La Protezione civile invece è uno degli assi di attivazione dei provvedimenti e di esecuzione degli stessi.

Che livello di fiducia è emerso rispetto agli altri cittadini e ai relativi comportamenti?

C’è un dato che vorrei portare all’attenzione: nel questionario abbiamo posto anche la seguente domanda “dato che i provvedimenti e i comportamenti suggeriti riguardano l’intera popolazione, credi che sia utile il tuo specifico contributo a seguire queste indicazioni?”. Su questa domanda il campione si è schierato per il 96,6% a favore, ritenendo cioè utile il proprio personale contributo per il raggiungimento dell’obiettivo e questo mostra che i cittadini hanno accettato le indicazioni pubbliche e che hanno un’elevata consapevolezza. Contemporaneamente però c’è una piccolissima parte del campione che invece non ritiene di dover adeguare il proprio comportamento alle indicazioni delle autorità e purtroppo da queste persone potrebbe giungere un danno perché sappiamo che l’efficacia del contrasto a questo virus è strettamente legata ai comportamenti di tutti noi. Quindi da questo punto di vista è necessario che i cittadini si convincano della necessità di sacrificarsi per qualche tempo, che sarà tanto più breve quanto più noi tutti lo faremo. Il campione manifesta però qualche scetticismo sul fatto che tutti si comporteranno seguendo le disposizioni anche se l’ipotesi più pessimistica, cioè che le persone che non si comporteranno in modo adeguato saranno in un numero tale da compromettere l’azione di tutti gli altri, è fortemente avversata.

Come viene valutato l’impatto di questi provvedimenti restrittivi sulla propria vita?

Ci siamo meravigliati anche davanti a questo aspetto perché la maggioranza del campione ritiene che l’impatto dei provvedimenti non sia stravolgente. Questo contraddice la realtà perché è una situazione che invece è stravolgente: nessuno di noi dal dopoguerra in poi si è trovato in queste condizioni così clamorosamente vincolate dall’autorità pubblica. Nonostante questo, il campione vive l'esperienza positivamente e la ragione è legata a quanto abbiamo detto prima, cioè alla convinzione che la condivisione collettiva dei comportamenti ci porterà fuori da questa situazione così drammatica.

Arriviamo a un altro punto fondamentale che è quello delle fonti. Durante questo periodo di emergenza abbiamo più volte sottolineato l’importanza di scegliere fonti attendibili e verificate. Dall’indagine quali sono le fonti di informazione ritenute più affidabili e qual è il ruolo degli scienziati?

Qui va sottolineato che il campione si rivolge frequentemente ai media ma non li considera una fonte così affidabile. La voce che invece è ritenuta più attentibile è quella degli scienziati, figure che hanno un ruolo molto rilevante e inoltre gli esperti vengono chiamati spesso negli approfondimenti in radio, tv e sui giornali. Occorre dire che però anche gli scienziati hanno mostrato una certa oscillazione nelle loro opinioni, anche perché il fenomeno era del tutto sconosciuto ed è la prima volta che ci troviamo di fronte a un virus di questo genere. Nonostante questo la capacità da parte dei cittadini intervistati nel questionario di riconoscere la rilevanza della conoscenza, di chi mette gli strumenti della conoscenza a disposizione della società per risolvere questi problemi viene considetato come l’elemento fondamentale, come la chiave di volta per uscire da situazioni di questo genere. Queste stesse considerazioni sono state ribadite nella domanda successiva in cui chiedevamo come la cittadinanza si orientasse nel riflettere su come modificherà la propria fiducia nel futuro, rispetto alle istituzioni, agli altri cittadini, agli scienziati e al modello di società. Qui le risposte sono molto interessanti perché c’è una percezione ottimistica di quello che succederà dopo nelle proprie menti: la maggioranza del campione ritiene che le proprie menti saranno disponibili a riconquistare un rapporto di fiducia verso le autorità, le persone e gli scienziati, mentre invece ha molti dubbi sul fatto che la fiducia possa in fututo continuare a essere somministrata a questo modello di sviluppo, visto che si tratta di un sistema che ha mostrato di avere delle falle, dei rischiosi elementi di apertura all’ignoto e a qualcosa che può drammaticamente stravolgerci.

Possiamo quindi concludere che i dati più rilevanti emersi dal vostro studio sono l’elevata fiducia nei confronti delle autorità pubbliche, ma anche la capacità di mettere in secondo piano il proprio interesse individuale per un fine che riguarda la collettività?

Sì, è molto interessante perché c’è una specie di capovolgimento delle priorità dei nostri tempi. Fino a poco prima di questa pandemia c’era una rincorsa folle ai propri obiettivi individuali come se questi fossero del tutto indipendenti dai comportanti degli altri e tra gli altri, come se la priorità del proprio bene indiduale fosse del tutto avulsa dal bene collettivo. Questa riflessione mi sembra che sia entrata nella testa delle persone e dal nostro questionario emerge in modo evidente una trasformazione del ruolo degli attori in campo e delle loro gerarchie di valore. Mi sembra che oggi guardiamo gli altri con occhi diversi, senza più sottovalutare il ruolo delle altre persone, e credo che continueremo a farlo anche dopo questa pandemia che ci auguriamo finisca al più presto.

 

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