UNIVERSITÀ E SCUOLA

Dieci cose che ho imparato facendo didattica a distanza per la prima volta

Sono molto grato alle colleghe e ai colleghi che hanno sollecitato un confronto sui temi della didattica universitaria e del futuro stesso dell’università, alla luce dell’esperienza maturata in questo semestre di insegnamento a distanza. E ringrazio Il Bo Live per aver offerto uno spazio aperto per affrontare la discussione con contributi che offrano punti di vista diversi (docenti, studenti e studentesse, personale tecnico e amministrativo). Vorrei proporre il mio, di docente, confessando però subito alcuni “peccati originali” che spero non limitino l’obiettività delle mie considerazioni.

Per prima cosa, riconosco che adoro fare lezione in presenza e mi è difficile pensare a un futuro in cui non mi venga data la possibilità di farlo. In secondo luogo, non ho competenza disciplinare in tema di formazione universitaria: ho infatti una formazione tecnica, della quale sono orgoglioso ma che può rappresentare anche un limite, perché i miei pensieri sono basati più sull’esperienza personale che su solide argomentazioni pedagogiche e andragogiche. Infine, da studente, quella in presenza è stata l’unica modalità d’insegnamento che mi è stata offerta per apprendere, per l’intero mio percorso formativo; con poca originalità, da docente è stata l’unica che ho avuto modo di proporre (per lo meno fino a qualche settimana fa).

Non sono preoccupato che la didattica a distanza possa sostituire, a Padova, quella in presenza. L’Università di Padova non è una università telematica e mai lo diventerà. La nostra tradizione secolare di “vicinanza fisica” tra studenti, studentesse, docenti e personale tecnico e amministrativo è così solida da rendere impensabile la transizione. La città stessa è i suoi studenti e le sue studentesse: un futuro senza di loro in città è talmente improponibile che, pur di riaverli e riaverle, per l’inizio del prossimo anno accademico si è dovuta inventare una forma di didattica altrimenti inesistente (e che, con termini di eleganza decrescente, potremmo chiamare duale, mista o ibrida ‒ ma non certo blended). Sarà un modello transitorio, che tutti e tutte auspichiamo duri il più breve tempo possibile e sul quale non spenderei molte riflessioni, se non per dire che ha ben poche motivazioni formative per essere sostenuto; rappresenta soltanto la risposta (criticabile, ma pur sempre temporanea) a istanze sociali ed economiche che come comunità accademica non possiamo ignorare.

Mi preoccupa invece che l’alternativa auspicata al “cambiare tutto” sia il “cambiare niente”, dove “cambiare tutto” corrisponde a un’università telematica con lezioni riproducibili su larga scala e replicabili all’infinito, e “cambiare niente” all’università che abbiamo lasciato alla fine di febbraio di quest’anno. Mi preoccupa che lo sforzo collettivo che abbiamo fatto per superare un’emergenza rimanga confinato a se stesso, ed anzi venga additato come un modello dal quale tenersi in futuro più a distanza possibile soltanto perché supportato dalla tecnologia. La quale ‒ è vero ‒ non è uno strumento neutrale, ma non predetermina il contenuto di una lezione più di quanto lo possa fare l’uso dell’aula e della lavagna. Si tratta in ogni caso di impiegare “tecnologie” (aula e lavagna molto mature, strumenti telematici assai meno), che non hanno di per sé il potere di oggettivare il contenuto dell’insegnamento, se non attraverso la mediazione del docente o della docente che le impiega. Paventare che le tecnologie possano sopraffare il ruolo centrale del docente o della docente è ovviamente fantasioso: scherzosamente, sarebbe come temere che gli strumenti di videoscrittura possano portare alla scomparsa degli scrittori o delle scrittrici (o, peggio, a far sì che tutti i libri di uno scrittore o una scrittrice siano repliche perché scritti impiegando il medesimo strumento).

A me pare che il nostro sforzo dovrebbe essere comprendere quali lezioni abbiamo imparato insegnando in una modalità diversa da quella alla quale siamo stati da sempre abituati, come docenti e anche come studenti o studentesse. Se (come sono pienamente convinto) non tutto è da buttare, allora potremmo mettere a sistema le esperienze positive per farle diventare utili anche al di fuori dell’emergenza, in una logica di miglioramento continuo che è fondamento del nostro essere parte di una comunità accademica.

Per migliorare occorre però cambiare, e ‒ per essere incisivo a livello di sistema ‒ il cambiamento va governato. Ma occorre prima di tutto crederci. Occorre da un lato ammettere che non tutto quello di cui abbiamo fatto esperienza in questo semestre è positivo e auspicabile anche per il futuro, ma dall’altro anche riconoscere che non tutto ciò che era consolidato prima dell’emergenza è così efficace e funzionale all’apprendimento da risultare immodificabile.

Sono convinto che, pur in un disegno comune, ciascuno e ciascuna di noi possa fare la propria parte, e vorrei quindi rilanciare la discussione con una domanda: c’è qualcosa di buono che abbiamo portato a casa in questa esperienza di didattica a distanza?

Do il mio contributo, precisando che ‒ per me ‒ “a distanza” significa anche didattica “sincrona”, una modalità che mi mette di gran lunga più a mio agio permettendomi di stimolare comunque un dialogo continuo con la classe che partecipa alle mie lezioni.

Ecco dunque la lista delle

DIECI COSE CHE HO IMPARATO FACENDO PER LA PRIMA VOLTA LEZIONE A DISTANZA

  1. Parlare in presenza di fronte a un gruppo di studenti e di studentesse mi dà piacere e sicurezza, mi motiva e mi mette a mio agio. Non è però detto che sia sempre vero anche il viceversa: gli studenti e le studentesse potrebbero avere meno bisogno di vedere me di quanto ne abbia io di vedere loro.
  2. Il fatto che io non sia mai stato esposto, da studente, a forme di didattica a distanza, non significa necessariamente che queste non possano essere efficaci per l’apprendimento.
  3. Se ammetto che la frequenza del mio insegnamento non sia obbligatoria, e che esistano anche studentesse e studenti “non frequentanti” che possono legittimamente aspirare a raggiungere gli obiettivi formativi che ho stabilito, allora devo ammettere anche che la lezione in presenza non è l’unico modo attraverso il quale l’apprendimento può realizzarsi.
  4. Se io stesso, che ho scelto di fare dello studio il mio lavoro, utilizzo qualche volta il lavoro agile, devo ammettere che può esistere anche lo studio agile.
  5. Non è del tutto vero (come invece ho sempre creduto) che, andando in aula, dagli sguardi degli studenti e delle studentesse comprendo se “hanno capito” oppure no. Probabilmente, comprendo abbastanza bene se li sto annoiando oppure no.
    • Conseguenza. Questo giustifica perché, per valutare l’apprendimento, ho sempre fatto sostenere un esame, invece che accontentarmi di guardare negli occhi gli studenti e le studentesse.
  6. Per motivare la presenza delle studentesse e degli studenti a una mia lezione, la lezione deve aggiungere valore a quello della trasmissione di contenuti. Il valore aggiunto non è la mia presenza fisica, né la loro, né l’aula, né la lavagna; è invece la loro partecipazione attiva alla lezione.
    • Conseguenza n°1. Devo fare tutto quanto è nelle mie possibilità per far cambiare il linguaggio comune: alle mie lezioni non si assiste, si partecipa.
    • Conseguenza n°2. Se nella lezione che intendo proporre non è previsto che le studentesse e gli studenti svolgano alcuna attività, allora non è necessario che siamo presenti in sincronia: potranno ascoltare la mia lezione registrata quando farà loro più comodo.
  7. Per partecipare a una lezione, la presenza fisica è molto importante. Tuttavia, non sempre è indispensabile: la tecnologia permette a gruppi di persone di partecipare attivamente anche a distanza.
    • Conseguenza n°1. Devo impegnarmi per conoscere meglio che cosa la tecnologia offre.
    • Conseguenza n°2. Devo io stesso inventare nuovi metodi per promuovere la partecipazione delle studentesse e degli studenti alle mie lezioni, in presenza e a distanza.
  8. Se devo insegnare un argomento in presenza, progetto la lezione in funzione degli studenti e delle studentesse che mi troverò di fronte. Se devo insegnare lo stesso argomento a distanza, devo progettare la lezione in modo diverso, anche se da uno schermo mi seguiranno gli stessi studenti e le stesse studentesse.
  9. Alcune studentesse e studenti sono meno imbarazzate/i nel fare domande o nell’esprimere commenti durante una lezione, quando si sentono “protette/i” da uno schermo.
  10. Devo avere maggior rispetto del tempo degli studenti e delle studentesse, in particolar modo di quelli e quelle pendolari: se in una giornata devono partecipare soltanto alla mia lezione, o magari alla mia e a un’altra, non è molto rispettoso costringerli ad ore di viaggio per venirmi ad ascoltare. Organizzerò a distanza la lezione.
    • Conseguenza n°1. Questo renderà la loro giornata meno gravosa, darà loro maggior tempo per studiare, e farà risparmiare denaro a loro e alle loro famiglie.
    • Conseguenza n°2. Questo contribuirà anche a ridurre il traffico e le emissioni inquinanti.

 

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