SCIENZA E RICERCA

Le misure anti-Covid 19 e l'influenza

Il virus dell’influenza non morde. Non ancora, perlomeno. Non solo in Italia: il fenomeno è infatti globale. Le avvisaglie si erano già viste durante l’inverno nell’emisfero australe, dove i casi di infezione derivanti dal virus dell’influenza erano stati nettamente sotto le medie degli anni passati. E il trend – al momento – viene confermato anche nell’emisfero boreale, almeno in questo primo scampolo di inverno. Ciononostante, non è ancora il caso di essere tranquilli: per quanto non avere un’epidemia di influenza che corre in parallelo con quella di Sars-Cov-2 sia sicuramente un’ottima notizia, non è ancora detto – avvertono gli scienziati – che non ci possa essere un picco più avanti nel tempo.

Per ora, utilizzando i dati messi a disposizione dall’Organizzazione mondiale della sanità, l’attività del virus dell’influenza risulta essere a un “livello infra-stagionale”. Vale a dire che l’influenza si sta comportando come durante il periodo estivo, quando è ampiamente sotto traccia. La conferma arriva anche dall’Italia: i dati della rete di controllo dell’Istituto sanitario nazionale parlano di circolazione ancora ben al di sotto del livello basale. Negli Stati Uniti – per dare un ulteriore metro di paragone, le malattie influenzali registrate sono l’1,6%, ben al di sotto della linea fissata al 2,6% usata per definire l’inizio di un’epidemia. I laboratori americani hanno raccolto, complessivamente 925 campioni positivi a virus influenzali, contro i quasi 64.000 del 2019.

Come dicevamo, sicuramente sono buone notizie. Lo spettro di un doppio attacco, da una parte il Covid-19 e dall’altra l’influenza, aveva portato molte nazioni a spingere verso una possente campagna di immunizzazione tramite i vaccini. I risultati si sono visti (negli Stati Uniti il numero di vaccinati è passato dal 42% del 2019 al 53% del 2020), ma secondi i virologi i vaccini contro l’influenza non possono essere l’unico motivo per cui la stagione influenzale permanga a livelli bassi. La spiegazione, allora, non può che passare per le misure di distanziamento sociale e l’uso massivo delle mascherine. I due fattori, messi assieme, stanno facendo da scudo anche contro il virus dell’influenza. D’altra parte i meccanismi di trasmissione, al netto di una maggiore contagiosità di Sars-Cov-2, sono simili. E il fatto che le norme di distanziamento e l’uso delle mascherine siano la principale ragione per il ritardo nell’arrivo dell’influenza lo si denota anche dal comportamento di altri virus, quelli cosiddetti parainfluenzali o del raffreddore come i rhinovirus o l’RSV, il virus sinciziale. Anche per essi si è osservato, addirittura a partire dai primi lockdown, una netta diminuzione dei casi. In Inghilterra, per esempio e come riporta Science, la percentuale di infezione è stata nettamente più bassa. Si è osservata poi una crescita della curva, ma solo in concomitanza con il rientro a scuola degli studenti inglesi.

 Molto banalmente e in modo sicuramente poco scientifico e molto (troppo) empirico, potremmo chiederci: quando è stata l’ultima volta che abbiamo avuto un banale raffreddore in questi mesi? 

Tutto bene, quindi? Certamente – al momento – per i servizi sanitari nazionali non dover affrontare anche i ricoveri derivanti dai malati di influenza è una boccata d’ossigeno, viste le difficoltà intrinseche alla pandemia di Covid-19.

D’altra parte, una stagione influenzale sottotraccia non significa scomparsa e non significa che non debba continuare il monitoraggio. Per tre motivi: il primo è la possibilità che ci possa essere un picco ritardato rispetto al normale andamento nel tempo a cui siamo abituati. Il secondo è che una stagione anomala – avvisano gli scienziati – potrebbe rendere più complicato il sequenziamento delle varianti genetiche del virus influenzale necessario per individuare i ceppi che circoleranno nella stagione 2021/2022 e su cui si baseranno le case farmaceutiche per creare i vaccini. Il terzo è la possibilità che un numero basso di ammalati nel 2020/2021 potrebbe portare a una epidemia di influenza più aggressiva nel 2021/2022. Si tratta solamente di un’ipotesi, ma da tenere in conto considerando che avremo ancora a che fare anche con Sars-Cov-2. 

C’è poi una questione di fondo: mentre si fanno i primi bilanci, sommando le infezioni da Sars-Cov-2 a quelle degli altri virus stagionali, perché non pensare a immaginarci a indossare la mascherina in pubblico durante i mesi invernali, a prescindere dal coronavirus? Alcuni scienziati se lo stanno già chiedendo, come Benjamin Singer, un medico della Northwestern University consultato da Science: “Sarebbe un interessante quesito sociologico – dice – come sarà influenzato a lungo termine il nostro comportamento generale dopo l’esperienza con Covid?”.

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