SOCIETÀ

“Mai dire mai”, storie dal carcere

Lorenzo non ha ancora compiuto quarant’anni ma ha il volto stanco di chi ha già vissuto mille vite. In una manciata di minuti racconta la sua storia, il suo dolore, la sua pena e la sua voglia di riscatto. Parte da lontano: dall’infanzia vissuta a Milano, con il padre recluso nel carcere di fronte alla sua scuola, e attraversa il tempo fino ad arrivare al dramma del figlio scomparso, a soli tredici anni, a causa di un male incurabile. C’è anche lui tra il pubblico riunito nell’auditorium del carcere Due Palazzi di Padova, in occasione dell’anteprima di Mai dire mai, docufilm realizzato da Tv2000, promosso dalla Diocesi di Padova per il Giubileo dei carcerati, nell’anno della Misericordia voluto da Papa Francesco, e diretto da Andrea Salvadore, regista che così riassume il senso di un progetto che esclude il giudizio e punta a restituire speranza e dignità: “Nella lotteria delle nascite, in un’altra vita, potrebbe essere Lorenzo a intervistare me”. Due giorni prima della presentazione del 26 ottobre, al Due Palazzi si toglie la vita Said, detenuto egiziano condannato all’ergastolo. Poche ore dopo il suicidio, Lorenzo, che fa parte della redazione di Ristretti Orizzonti (la rivista della casa di reclusione di Padova e della Giudecca di Venezia, diretta da Ornella Favero), scrive una riflessione dal titoloVorrei che tutti capissero il disagio che una lunga carcerazione può portare a una persona: “Sono molte le voci che girano all’interno del carcere cercando di spiegare le motivazioni che hanno indotto Said a volerla far finita. Alcuni mi hanno spiegato che aveva dei problemi psicologici e che soffriva di depressione, altri mi hanno raccontato che non aveva più nessuno fuori che lo attendesse e quindi aveva paura della solitudine. Altri ancora mi hanno detto che nella mattinata di sabato gli era stato confermato l’ergastolo. Poi ci sono i racconti delle persone che l’avevano visto sorridente qualche ora prima di decidere di abbandonare il suo corpo a dei lacci legati alle sbarre arrugginite della sua finestra. Era come sempre, non c’era stato nessun motivo nel suo atteggiamento per destare allarme. Tutti così mi dicono. Ma io continuo a non trovare pace, non riesco a non pensarci. Provo a distrarmi leggendo, guardando la televisione, ma la mia mente è proiettata a Said”. Secondo il dossier Morire di carcere, curato dal Centro Studi di Ristretti Orizzonti, dal 2000 a oggi, nelle carceri italiane, si sono tolti la vita 917 detenuti, di cui 29 dall’inizio del 2016. “Tu dovevi essere salvato ancora prima che il tuo corpo ciondolasse come se alla corda ci fosse appeso il nulla, l’inesistente – scrive Lorenzo – L’indifferenza uccide e tu sei l’ennesima vittima”. 

Mai dire mai – che sarà trasmesso in due puntate, il 6 e il 13 novembre alle 23, su Tv2000 - racconta le storie di dieci detenuti: otto uomini del Due Palazzi e due donne della Casa di reclusione femminile della Giudecca a Venezia. “Qui ci sono storie bruttissime. Sono storie di violenze, di omicidi, di sequestri, di narcotraffico. Però, perduto tutto, rimane il nocciolo. E si scopre che la vita non si scioglie neanche quando fa i conti con la morte”, spiega don Marco Pozza, cappellano del carcere padovano, la cui testimonianza è inserita nella narrazione insieme a quelle del vescovo di Padova Claudio Cipolla, di fra Nilo Trevisanato, cappellano del carcere di Venezia, dei direttori dei penitenziari Ottavio Casarano(Padova) e Gabriella Straffi (Venezia) e degli operatori di altre realtà che realizzano attività nelle due case di pena (tra i progetti si inserisce anche quello di tutorato in carcere dell’università di Padova). 

Oltre alla storia di Lorenzo, ci sono quelle di Meghi, Carlo, Armand Davide, Raffaele, Enrico, Chakib, Milva, Kasem, Guido. Tra ricordi di un passato doloroso, pentimento e voglia di riscatto, trovano posto anche e soprattutto le parole commosse rivolte ai familiari: scuse, buoni propositi e dichiarazioni d’affetto come quella di Carlo al padre: “Papà mio – dice guardando la telecamera –, non so cosa dirti. Sei la mia vita e ti voglio bene. Ti chiedo scusa e non vedo l’ora di abbracciarti e coccolarti come tu facevi con me”. Meghi ha 27 anni, è croata ed è già mamma di tre bambini. La più grande ha tredici anni e conosce la verità, ma i figli più piccoli pensano che la mamma sia in viaggio per lavoro. Meghi ha scelto di non coinvolgerli, di tenerli lontani dal buio del carcere. E c’è Raffaele, da Salerno - trent’anni d’età e altrettanti di pena - che invita gli studenti di una scuola in visita al Due Palazzi a chiedere senza timori: “Non fatevi problemi, fate anche domande cattive che ci permettano di avere un confronto e che ci possano far crescere e sentire responsabili delle nostre azioni”.

Francesca Boccaletto

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