UNIVERSITÀ E SCUOLA

Approvati i fondi per gli atenei: merito e imprese al primo posto

È finalmente ufficiale il decreto con cui il Miur ha stabilito i criteri di ripartizione alle università del fondo di finanziamento ordinario (Ffo), la fonte fondamentale per i bilanci degli atenei statali. Rispetto all’accelerazione dello scorso anno, quando già a giugno, oltre all’importo complessivo, si conosceva il dettaglio della distribuzione sede per sede, stavolta il ministero si limita a quantificare le risorse complessive e ribadire i parametri generali per la suddivisione, rinviando a provvedimenti successivi il calcolo delle singole quote. Diciamo subito che l’importo complessivo è praticamente invariato rispetto al 2015, ammontando a 6 miliardi 919 milioni. Si conferma invece l’aumento delle componenti premiali del fondo. Quest’anno la voce principale della quota base (la parte tradizionalmente “non meritocratica”) scende a 4 miliardi 579 milioni, con un decremento di oltre 227 milioni rispetto al 2015 (quasi 5 punti percentuali). Di questa somma, sale al 28% (+3%) la parte assegnata in base al “costo standard per studente in corso”, il criterio adottato a partire dal 2014 che considera i costi sostenuti da ogni ateneo in proporzione all’offerta formativa e agli studenti in regola con la durata del proprio corso. Un parametro destinato a incidere sempre di più nell’attribuzione della quota base. Ritocco all’ingiù, invece, per la somma destinata alle istituzioni a ordinamento speciale (gli atenei specializzati in attività di ricerca) e alle università per stranieri: si passa dai 102,5 milioni del 2015 agli attuali 99,8.

In aumento consistente anche la quota premiale: 1 miliardo 605 milioni, pari a oltre il 23% del totale (l’anno scorso era il 20%, pari a 1 miliardo 385 milioni). Stavolta però, come si accennava, il decreto non entra nel merito della suddivisione del “premio”, che verrà definita con un atto successivo. Viene comunque stabilito che ogni università non potrà vedersi ridotto il finanziamento complessivo (quota base più premiale) di oltre il 2,25% rispetto al 2015. 

Tra le altre voci importanti, i fondi per il reclutamento: per la chiamata di professori di seconda fascia sono stanziati 171 milioni 748mila euro; per i ricercatori di tipo “b” il totale degli stanziamenti è di 52 milioni. Il fondo per le borse post lauream sale a 135 milioni 435mila euro: di questi, un massimo del 10% potrà essere destinato ad assegni di ricerca. Anche in questo caso l’assegnazione è di tipo premiale. Il 40% del fondo verrà distribuito tra gli atenei in base alla qualità della ricerca dei docenti del corso di dottorato, secondo i criteri della Vqr (la procedura di valutazione a cura di Anvur). Due voci peseranno per il 20% ciascuna: la capacità di attrazione del dottorato, intesa come numero di iscritti provenienti da altre università italiane; e la dotazione di servizi e risorse, criterio che tiene conto di quanti iscritti fruiscono di una borsa di dottorato. Le ultime due voci, che incidono per il 10% ciascuna, riguardano il grado di internazionalizzazione (numero di iscritti provenienti da atenei stranieri) e il rapporto con imprese e sistema socioeconomico (numero di borse garantite da enti esterni).

Il rapporto con il sistema produttivo è importante non solo per l’assegnazione, ma soprattutto per l’utilizzo dei fondi per le borse post lauream: il decreto precisa che almeno il 60% dell’importo dovrà essere utilizzato da ogni ateneo in programmi per dottorati innovativi, quelli che nell’ambito del Programma nazionale della ricerca 2015/2017 sono destinati a sviluppare la collaborazione con aziende e partner esterni alle università. 59 milioni 200mila euro, infine, sono previsti per il sostegno agli studenti (tutorato, attività integrative, laboratori, attività scientifiche) e per favorirne la mobilità (i dottorati innovativi internazionali assorbiranno almeno il 10% di questa voce).

In sintesi, il decreto Ffo 2016 prosegue il percorso tracciato da tempo dalla normativa sui finanziamenti universitari: di anno in anno il meccanismo  tradizionale, in cui l’assegnazione di fondi è basata su criteri di spesa storica (si replica la somma attribuita in precedenza), cede il passo sempre più a criteri premiali, destinati a incidere su quote rilevantissime del fondo e, in prospettiva, a diventare la regola principe per ogni assegnazione. Relativamente nuova, e destinata ad aumentare, è invece l’incidenza dei rapporti con i soggetti extrauniversitari per i fondi post lauream. La tendenza è chiara: alle università viene richiesto di sviluppare, oltre alla mobilità internazionale, l’apertura a imprese e territorio per i propri laureati. Resta da verificare come il Miur deciderà di assegnare la quota premiale: un barometro, come sempre, delle priorità che il ministero individua per l’azione degli atenei.

Martino Periti

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