SOCIETÀ

Un tormentato primo comitato della 73esima Assemblea generale dell’ONU

Si sono conclusi lo scorso 8 novembre i lavori del primo comitato della 73esima Assemblea generale dell’ONU (UNGA), dopo quattro settimane e tre giorni di discussioni, sotto la presidenza del rumeno Ion Jinga. Il primo comitato si occupa in modo specifico di disarmo e della sicurezza internazionale, preparando bozze di deliberazioni e risoluzioni per la stessa UNGA.

I temi trattati coprono tutto lo spettro degli armamenti: armi nuclearichimichebiologichearmi incendiarieleggere autonomedroni armatimine antiuomo e munizioni grappolocommercio internazionale delle armi, guerra cibernetica, militarizzazione dello spazio; sono inoltre affrontate questioni generali, quali disarmo e sviluppo, prospettive di genere ed educazione al processo del disarmo.

L’importanza del primo comitato è dovuta al suo essere l’unica sede ove tutti i paesi possono intervenire su queste tematiche fondamentali e prendere decisioni a maggioranza (dei tre quarti dei presenti) che non possono essere bloccate dal veto di singoli stati. Va notata la partecipazione attiva dei paesi che non sono parti del trattato di non-proliferazione (NPT): Corea del Nord, India, Israele e Pakistan.

Quest’anno ci sono stati interventi di 135 rappresentanze nazionali e sono state approvate le bozze di 68 risoluzioni, solo 26 senza ricorso a votazioni, una frazione molto inferiore al solito. La necessità di ricorrere a votazioni, anche plurime per una stessa delibera, pure su aggiornamenti di delibere prese all’unanimità negli anni precedenti, è una chiara indicazione del clima teso e contrastato in cui si sono svolti i lavori, con comportamenti lontanissimi e senza precedenti rispetto allo stile di un’assise di diplomatici. 

Il tema di massima discordia è stato quello delle armi nucleari, ove è netta e appare insanabile la contrapposizione fra i sostenitori del trattato per il bando delle armi nucleari (TPNW), aperto alla firma il 20 settembre 2017da una parte, e i paesi contrari, includenti le potenze nucleari e loro alleati. La contrapposizione è risultata molto più forte che negli incontri preparatori della conferenza di revisione del 2020 dell’NPT, svoltisi nel 2017 e 2018, un crescendo che potrebbe portare a un fallimento della conferenza e a porre a rischio la stessa tenuta dell’NPT.

Il primo gruppo, che deteneva la maggioranza qualificata, ha inserito nelle bozze di delibera riferimenti al TPNW come strumento necessario per il disarmo nucleare e presentato delibere specifiche per la promozione dell’adesione al trattato; le potenze nucleari, individualmente o collettivamente, hanno condannato il TPNW quale minaccia per il NPT e impedimento al processo di disarmo; in particolare gli Stati Uniti hanno ribadito la necessità della creazione di prerequisiti politici e strette garanzie di non-proliferazione e limitazione globale degli armamenti per il disarmo nucleare. Alleati delle potenze nucleari hanno espresso preferenza per un percorso graduale con rafforzamento dei trattati esistenti e passi successivi in grado di garantire la sicurezza globale ad ogni stadio. Molte votazioni hanno così visto un 120 paesi a favore e una quarantina contrari o astenuti. 

Accanto a questa contrapposizione, si è assistito a violenti contrasti fra le potenze nucleari, con accuse reciproche di violazione dei trattati e di sviluppi quantitativi e qualitativi degli arsenali esistenti. Particolarmente duro è risultato il confronto fra USA e Russia, in particolare a seguito dell’annuncio della denuncia americana del trattato INFsulle forze nucleari intermediemettendo in dubbio anche il rinnovo del trattato New START.

A favore del mantenimento dei trattati INF e New START si sono pronunciati anche molti paesi della NATO e alleati asiatici degli USA, segnalando una spaccatura anche nel gruppo dei paesi “occidentali”. Questa divergenza si è confermata nelle votazioni sulle bozze di proposizioni sulle armi nucleari in Medio oriente, dove Israele e gli USA si trovati soli all’opposizione (qualche volta anche con l’Arabia Saudita) di ogni iniziativa per la denuclearizzazione della zona e a sostegno dell’accordo con l’Iran sulla questione nucleare, lo Joint Comprehensive Plan Of Action (JPCOA), sottoscritto nel 2015 da USA, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, Germania e dall’Unione Europea, da cui gli USA si sono unilateralmente ritirati imponendo sanzioni a ogni paese che voglia mantenere relazioni economiche con l’Iran. 

Il gruppo dei paesi arabi ha introdotto una risoluzione operativa sull’annosa questiona della creazione di una zona denuclearizzata in Medio oriente: la L.22/Rev.1 richiede che il Segretario-generale convochi all’ONU entro il 2019 una conferenza per la costituzione nel Medio-oriente di una zona libera da armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa. Un’analoga conferenza era stata decisa nella conferenza di revisione dell’NPT del 2010, senza esito, causando il fallimento della successiva conferenza di revisione. La nuova proposta differisce dalla precedente in quanto a promuoverla è il solo Segretario-generale, senza Russia, UK e USA, non si deve cercare una sede e un “facilitatore” e l’obiettivo è ben definito: elaborare un trattato legalmente vincolante per la creazione della zona, sulla base della risoluzione adottata nella conferenza di revisione dell’NPT del 1995. Alla conferenza sono invitati gli stati della regione, le cinque potenze nucleari membri dell’NPT e le organizzazioni internazionali responsabili del controllo di tali armi. La proposta ha avuto 103 paesi a favore, Israele e gli USA contrari e 71 astenuti.

Le polarizzazioni hanno reso vani i tentativi di alcuni paesi di trovare una mediazione fra le posizioni contrapposte. Un esempio è costituito dall’intenso dibattito sulla proposta L.54 (United action with renewed determination towards the total elimination of nuclear weapons) presentata tradizionalmente dal Giappone in cui si rinnova la determinazione di tutti gli stati a operare congiuntamente per l’eliminazione totale delle armi nucleari riducendo le tensioni internazionali e rafforzando la fiducia reciproca degli stati, come previsto nel preambolo dell’NPT. L’esame paragrafo per paragrafo ha richiesto 13 voti, ad assetto variabile, alcuni rifiutati dai sostenitori del TPNW, in quanto non abbastanza riconoscenti dell’approccio umanitario contro le armi nucleari o troppo compiacenti con le posizione delle potenze nucleari, altri respinti dalle potenze nucleari, in quanto troppo insistenti sulla necessità del disarmo. Alla fine la proposta è passata con 160 voti favorevoli, 4 contrari (Cina, Corea del Nord, Russia e Siria) e 24 stensioni, fra cui quelle di Francia, Pakistan e USA e dei principali sostenitori del TPNW.

I risultati e il clima di questa sessione del primo comitato non sorprendono, riflettendo la presente grave situazione internazionale, basata sul confronto e l’erosione della propensione alla creazione o mantenimento di un approccio pattizio per la soluzione dei problemi posti dagli armamenti nucleari in particolare e della sicurezza mondiale globale. Tuttavia l’incapacità di un dialogo costruttivo anche in un contesto tecnico-diplomatico lontano dalla diretta propaganda politica, mentre i programmi di potenziamento degli armamenti nucleari mondiali proiettano la presenza di tali armi praticamente per tutto il secolo, non può non accresce le preoccupazioni per il futuro e far naufragare definitivamente le speranze di “un mondo privo di armi nucleari”.

alessandro pascolini

ALESSANDRO PASCOLINI

Alessandro Pascolini è uno studioso senior dell’Università di Padova, già docente di fisica teorica e di scienze per la pace, ed è vice-direttore del Master in comunicazione delle scienze. Si occupa di fisica nucleare, controllo degli armamenti e divulgazione scientifica. Dal 1988 al 2002 è stato responsabile delle attività di promozione della cultura scientifica dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, producendo una sessantina di mostre in Italia e all’estero e predisponendo testi e materiali audiovisivi, cinematografici e multimediali. La Società Europea di Fisica gli ha conferito il premio 2004 per la divulgazione scientifica. È vicepresidente dell’ISODARCO e partecipa alle Pugwash Conferences on Science and World Affairs.

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