SCIENZA E RICERCA

Ci si può fidare delle neuroimmagini?

Le neuroimmagini funzionali risalgono alla metà degli anni Ottanta del XX secolo. Da allora sono diventate molto popolari e hanno occupato grande spazio sui quotidiani e sulle riviste di informazione generale. Hanno anche affascinato studiosi prima lontani dalle neuroscienze, dando così origine a un gran numero di apparentemente nuove discipline, definite aggiungendo il prefisso “neuro” a nomi tradizionali: neuro-economia, neuro-etica, neuro-estetica, neuro-politica, neuro-teologia, neuro-sociologia…

Il principale presupposto degli studi di neuroimmagine è che il cervello sia scomponibile in strutture indipendenti e separabili che svolgono attività specifiche. Anche la mente sarebbe scomponibile in funzioni mentali che dipendono dall’attività di strutture neurali localizzabili nel cervello. Questa è la concezione “localizzazionista” (contrapposta a quella “olistica”), per la quale il cervello possiede un’architettura composta di strutture specializzate e pure la mente possiede un’architettura composta da funzioni indipendenti. Le due architetture possono essere messe in corrispondenza, ottenendo così una localizzazione cerebrale di ciascuna funzione mentale. 

Non bisogna credere che si tratti di una concezione nuova o che sia l’unica possibile. Un certo tipo di localizzazionismo fu popolare nel Medioevo, con la teoria delle “celle”. Una versione più sofisticata di localizzazionismo fu proposta, all’inizio del XIX secolo, da Gall e Spurzheim. Essi fallirono per molte ragioni, ma, soprattutto, perché cercarono di localizzare funzioni mentali inesistenti. 

Questo insuccesso deve fare valutare molto criticamente le nuove discipline: neuroeconomia, neuroetica, neuroestetica, neuropolitica, neuroteologia, neurosociologia… Esse sono accomunate dal tentativo di coniugare una disciplina tradizionale direttamente con le neuroscienze cognitive, eliminando la psicologia. Purtroppo, le due discipline che sono coniugate, la disciplina tradizionale e le neuroscienze cognitive, ben poco sanno di funzioni mentali. Lo studio delle funzioni mentali è, infatti, il campo specifico della psicologia.

Si è diffusa la la bizzarra convinzione che, grazie alle neuroimmagini, sia possibile ottenere un qualche tipo di rappresentazione diretta (una fotografia?) di quelle aree del cervello che si attivano quando il soggetto svolge un compito la cui esecuzione dipende da funzioni mentali note. Questa convinzione è falsa: non siamo (ancora?) in grado di fotografare le aree attive del cervello e non siamo (ancora?) in grado di stabilire con un sufficiente grado di certezza quali siano le funzioni mentali necessarie alla esecuzione di un qualsiasi compito. 

Ciò che riusciamo a fare è stabilire come si distribuisce il sangue nel cervello in un momento dato e da ciò stimare quale strutture cerebrali sono attive. L’idea non è nuova: l’aveva avuta Mosso a Torino verso la fine del XIX secolo. Mosso faceva svolgere delle semplici operazioni mentali ai suoi soggetti e cercava di stabilire che effetto avesse l’esecuzione di questo compito sulla distribuzione del sangue nel cervello. Ora i metodi sono molto più precisi ma il principio è sempre lo stesso. Il segnale deve, però, essere sottoposto a operazioni complesse, dove “operazioni complesse” vuole dire “operazioni altamente soggette alla possibilità di errore”. Così si ottengono neuroimmagini grezze, che devono essere ulteriormente elaborate perché possano fornirci informazioni sulle attivazioni cerebrali rilevanti. È necessario eliminare dalle neuroimmagini grezze tutte quelle attivazioni che non sono attribuibili alla funzione mentale che ci interessa. Il problema è risolto con il metodo della sottrazione cognitiva, introdotto da Donders nella seconda metà del XIX secolo per risolvere un problema simile nell’analisi dei tempi di reazione. Il metodo è tale che anche un piccolo errore nella scelta dei compiti, che il soggetto deve eseguire, porta a risultati inattendibili. 

Oggi conosciamo molto meglio le funzioni mentali di quanto le conoscessero Gall e Spurzheim. Ma le conosciamo a sufficienza da applicare la sottrazione cognitiva o una sua variante? Sarebbe necessario conoscere con precisione le funzioni mentali richieste dallo svolgimento del compito sperimentale e di quello di controllo, e anche il loro decorso temporale. Le nostre conoscenze non hanno ancora raggiunto questo livello. 

Supponiamo che l’assunzione localizzazionista sia valida, che si riesca a passare senza errori dalla distribuzione del sangue nel cervello al livello di attivazione delle aree cerebrali e che le conoscenze di psicologia siano tanto progredite da permetterci di determinare con precisione le funzioni mentali coinvolte nell’esecuzione di un compito. Riusciremmo a localizzare con precisione nel cervello le funzioni mentali. Ma riusciremmo a scoprire come funziona la mente? Ciò che veramente interessa è sapere come si realizza una funzione mentale, non tanto dove si realizza.

 

Carlo Umiltà

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