CULTURA

L’Italia, un “paese senza domani”?

Il suo ultimo libro avrebbe dovuto intitolarsi, desolatamente: “Paese senza domani. La distruzione del sapere”. La sua biografia, umana e scientifica, è una chiave di lettura della storia italiana del Novecento. La vicenda del genetista Adriano Buzzati-Traverso e del suo laboratorio internazionale di genetica e biofisica di Napoli nell’Italia del boom economico degli anni Sessanta – raccontata in un recente volume dallo storico della scienza Francesco Cassata, L’Italia intelligente (Donzelli, 2013) – ha però molto da dire anche all’Italia di oggi, attraversata da polemiche senza fine (e più che giustificate) sulla fuga dei cervelli, sugli scarsi investimenti nella ricerca scientifica, sulla perdita di competitività nella scacchiera internazionale, sull’inadeguatezza culturale delle nostre classi dirigenti, politiche e imprenditoriali.

Buzzati-Traverso, nato esattamente 100 anni fa e scomparso 30 anni fa, è un gigante della ricerca italiana sulle cui spalle sono cresciute generazioni di biologi. La sua statura intellettuale spicca per almeno quattro ragioni. Innanzitutto, fu colui che portò in Italia, dai primi anni Quaranta, la sintesi evoluzionistica moderna, fusione di evoluzione darwiniana e genetica di popolazioni. Capì che si trattava della prima grande cornice unificante di tutta la biologia, un programma di ricerca coerente e capace di unire paleontologia, ecologia, etologia, genetica: la micro e la macro-evoluzione. In secondo luogo, seppe fare scuola, formando schiere di giovani talenti come Luigi Luca Cavalli Sforza. Fu inoltre un instancabile organizzatore, un formidabile tessitore di legami internazionali, fin da quando (nel 1949 a Pallanza e nel 1953 a Bellagio) portò in Italia i maggiori evoluzionisti mondiali per due convegni di altissimo livello che faranno storia. Infine, Buzzati-Traverso si spese come pochi suoi colleghi nella comunicazione e nella politica della scienza, intervenendo nel dibattito pubblico con passione e competenza, animando campagne di opinione e mantenendo fedelmente le sue rubriche su importanti quotidiani nazionali.

Nel libro di Cassata c’è una foto splendida di Buzzati-Traverso, anziano, assorto, malinconico. Fece qualche errore, ma ebbe soprattutto molti e agguerriti nemici: il sistema accademico italiano; la burocrazia delle pubbliche amministrazioni; il provincialismo culturale; classi politiche impreparate e indifferenti; autorità religiose e ideologie massimaliste. Si scontrò per tutta la vita con l’Italia della furbizia e della miopia. Coronamento di una battaglia decennale condotta da Buzzati-Traverso in collegamento con i maggiori centri di ricerca internazionali, il laboratorio napoletano ebbe purtroppo vita breve. Un paragrafo del libro, “Il Maggio a Fuorigrotta” (sull’occupazione politica e sulla paralisi del Laboratorio nel 1969), è un pezzo immancabile di letteratura sulle assurdità italiane.

Il “modello Buzzati” per la ricerca scientifica era di impianto statunitense e prevedeva autonomia, finanziamenti privati, meritocrazia, concorrenza, scambi internazionali, snellezza burocratica. Si ispirava a un’idea di modernità che nessuna forza politica volle davvero sposare. Il fallimento del Laboratorio e la diaspora che ne conseguì – ricostruiti da Cassata attraverso un meticoloso lavoro di archivio – rappresentano una delle tante occasioni mancate, una storia che mette bene in luce le inadeguatezze del sistema italiano, al di là delle crisi economiche. Descrivendo l’intreccio tra politica, organizzazione della ricerca scientifica e sviluppo economico, Cassata ricostruisce minuziosamente uno spaccato della storia della biologia del Novecento, nella convinzione che il problema del mancato riconoscimento del valore della ricerca scientifica e tecnologica italiana non sia soltanto culturale (la tanto lamentata influenza nefasta dell’idealismo crociano) ma anche strutturale. Non siamo un paese per scienziati, come ha rimarcato di recente la rivista Nature Neuroscience. Nel 1956 Buzzati-Traverso scriveva un articolo su Il Giorno elencando le “stranezze” del comportamento italiano verso la scienza. Sono le stesse stranezze di oggi ed è passato più di mezzo secolo. Ma il lamento rituale non serve a nulla: le idee di Buzzati-Traverso sono più vive che mai. Hanno generato reti internazionali di scienziati ancora molto attive. I suoi allievi si sono dispersi in Italia e all’estero, seminando altrove quanto avevano imparato da lui e fecondando nuovi campi di studio. La ricerca è come l’oceano, non la puoi recintare.

Telmo Pievani

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