SOCIETÀ

La guerra perenne della scuola precaria

Nell’Italia costretta dalla crisi economica, non esiste solo la battaglia per lo spread o per l’euro, ma una lotta più sotterranea, a volte invisibile, che prosegue da molto tempo, almeno dagli anni Settanta. È la guerra dei precari, in questo caso di quelli della scuola. Una moltitudine di cui si è tornato a parlare, complice l’annuncio del ministro Francesco Profumo per l’avvio di due bandi di concorso a cattedra. Uno, imminente, a settembre, l’altro previsto nella prossima primavera. Lo scontro, anche se il termine non piace a chi parteciperà alla disfida, avverrà soprattutto tra gli stessi precari (sono 163.000 gli iscritti alle liste, l'età media non è alta, sui 38 anni, ma tra loro ci sono anche “supplenti storici” che sono in lista da decenni) e i pochi giovani – o anche meno giovani – che potranno tentare la via del concorso. Restano fuori gli aspiranti del Tfa: circa 20.000  persone che stanno facendo adesso le selezioni per i corsi che li abiliteranno a fare gli insegnanti, ma che senza un concorso a cui partecipare rischiano di andare a ingrossare le fila dei disoccupati senza accesso alla professione. “Si tratta di una guerra già vista in passato - spiega Carla Ida Salviati, già dirigente scolastico di lungo corso e ora direttore dei periodici Giunti editore - Si tratta di una macchia per il nostro Paese che deriva da scelte politiche e sindacali discutibili”. Un male solo italiano, visto che negli altri Paesi europei la situazione non è mai stata così allarmante, e sarebbe assai difficile per ciascuno di noi tradurre in inglese, o altra lingua, un'espressione ormai diventata tipica come quella di “precario storico”. “Ne abbiamo anche esempi letterari – prosegue Salviato - come Il maestro di Vigevano di Lucio Mastronardi” in cui un insegnante precario chiede a un docente di ruolo di mettersi in aspettativa per prendere la supplenza. E poi dalla finzione si è passati alla realtà, “con inchieste delle magistratura che indagava su docenti pronti a chiedere parte dello stipendio per farsi sostituire dal precario di turno”. Un quadro mesto del passato, quanto mai attuale almeno a guardare i numeri.

È il ministro a snocciolarli: 21.000 docenti sono stati immessi in ruolo a settembre (presi dalle vecchie graduatorie), altri 24.000 si insedieranno nel settembre 2013, la metà provenienti dal concorso, l’altra metà di nuovo dalle liste. A questi si aggiungeranno altri 10.000 insegnanti, ancora una volta divisi a metà tra le graduatorie e il secondo concorso annunciato per la primavera prossima. A conti fatti, in un anno saranno assunti quasi 38.000 docenti di ruolo. Ne rimarranno fuori 125.108, tutti fermi nelle  graduatorie che si sono sedimentate nel tempo. Profumo è stato chiaro: “Non verranno create nuove graduatorie”, ha spiegato a più riprese in questi ultimi giorni. Ciò significa che le vecchie liste, se il Profumo-pensiero viene interpretato in modo corretto, verranno svuotate garantendo agli iscrittti alle graduatorie, a scorrimento, la metà dei posti di ruolo che via via si liberano: l'altra metà, invece, sarà coperta con i vincitori dei concorsi, che dovranno essere banditi ogni due anni. È il meccanismo del “doppio canale”. “Il ragionamento è corretto - argomenta Salviati - Chi non passerà il concorso ci potrà riprovare al successivo, mentre i precari delle graduatorie saranno man mano riassorbiti”. Come accadeva in altri tempi, con bandi ciclici regolari, quando i precari erano solo coloro che, per demerito, non superavano la prova.

Ma il principio, adottato da Profumo - previsto del resto da una legge introdotta a suo tempo dal ministro Fioroni e non ancora attuata - non tiene conto di alcuni dettagli: “A parte che ci vorranno almeno due generazioni per riallocare tutti i precari - dice Salviati - non vengono considerate alcune variabili”. La prima riguarda la decisione dei futuri governi: se il meccanismo dei bandi ogni due anni sarà interrotto, si ritornerà a breve nella confusione in cui ci si trova oggi. D’altra parte, “si deve tenere conto anche dei progressivi tagli all’istruzione che hanno diminuito di molto le cattedre disponibili”. Rimangono insomma molte incognite sul piano del Miur “anche se le intenzioni non sono scorrette”, dice ancora Salviati.

In mezzo, resta il destino dei tirocinanti del Tfa che non potranno accedere al  concorso che sarà bandito il 24 settembre, perché non ancora abilitati, e temono di restare fuori anche dal successivo, se non avranno terminato le 475 ore di formazione previste: “Chi entrerà al tirocinio formativo attivo - conferma Salviati - potrà partecipare, a patto che ci siano, solo ai futuri concorsi” e fino ad allora, non farà altro che rimpolpare la lista dei precari, “dei disoccupati, in realtà”, precisa l’ex dirigente scolastico, dato che non ci saranno più graduatorie in cui inserirsi. Il rischio in questo caso è quello di non creare precari, che in qualche modo avevano comunque uno sbocco nella scuola, ma persone formate, impossibilitate ad accedere alla professione. Infine, con i concorsi da bandire, aumenterà un altro fenomeno mai morto nel mondo della scuola: la migrazione degli insegnanti dal Sud al Nord Italia: “Un fenomeno spesso sottaciuto - conclude Carla Ida Salviati - Ma con il Sud con pochi posti disponibili per l’insegnamento, l’appetibilità delle cattedre del Nord tornerà a essere molto alta”. A questo punto, la speranza è che non si veda aprire un altro fronte, su base geografica, in una battaglia che non ha ancora visto la fine.

 

Mattia Sopelsa

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