SOCIETÀ

Legge elettorale, falsa partenza

Giovedì 18 ottobre la Commissione Affari Costituzionali del Senato ha ripreso l’esame della legge elettorale. Sul tavolo ben 222 emendamenti presentati al testo di base, il disegno di legge a firma Malan (Pdl). Come inizio non c’è male, soprattutto in considerazione del fatto che la riforma della legge elettorale era l’unico impegno che restava sulle spalle delle forze politiche in Parlamento all’indomani della formazione del governo Monti.

Ma in che direzione ci si può aspettare che vada questo lungo processo di gestazione? Il problema principale sembra essere l’insolita presenza combinata delle preferenze con un sistema proporzionale a premio di maggioranza. Una scelta piuttosto anomala, che avvicina la proposta di riforma della nostra legge elettorale al sistema vigente in Grecia. E già questo primo indizio non è certamente di buon auspicio. Vediamo però quali siano le soluzioni sul tavolo rispetto a questi due temi.

Per quel che concerne le preferenze, esse agirebbero sulla scelta di 2/3 degli eletti di ogni circoscrizione, mentre il restante 1/3 verrebbe assegnato in modo residuale su liste bloccate. Si parla inoltre di circoscrizioni molto estese: al Senato dovrebbero essere le singole regioni, alla Camera dovrebbero tornare le 31 circoscrizioni pluriprovinciali della legge elettorale pre-1992. È quindi chiaro che, a partire da circoscrizioni così ampie, il voto di preferenza potrà essere efficace tanto più sarà condizionato da filiere organizzate, da cordate esterne, magari innervate da consistenti interessi economici, in grado di alimentare un voto di natura clientelare. Una sorta di riedizione dei difetti della Prima repubblica, con effetti ulteriormente amplificati dalla prevalenza di partiti omnibus e dall’assenza di partiti strutturati.

Per quel che concerne il premio di maggioranza, si prevede un bonus di 76 seggi alla Camera e 37 seggi al Senato. Trattandosi di premio assegnato alla coalizione vincente, e non a un partito, il problema della formazione di coalizioni eterogenee, e quindi incapaci di governare, resta aperto. Ma a questo problema di aggiunge il fatto che, di per sé, data l’elevata frammentazione del sistema partitico, l’entità del premio non può ritenersi sufficiente ad assicurare che una coalizione abbia la maggioranza dei seggi in Parlamento. Siamo quindi di fronte ad un premio che non è in grado di garantire la governabilità, sia perché non risolve il problema delle maggioranze eterogenee sia perché non assicura i numeri per governare alla coalizione che vince le elezioni.

Se poi guardiamo agli emendamenti, la situazione non sembra destinata a migliorare, dato che essi non intervengono sulla struttura fondamentale della legge, ma bensì su aspetti tecnici destinati a non modificane l’impianto, quali premio di maggioranza (in percentuale di seggi raggiunta), soglie per l’assegnazione dello stesso premio, ampiezza dei collegi (soprattutto al Senato), indicazione del leader di coalizione. È quindi evidente come sia ancora lunga la strada per una riforma della legge elettorale che permetta di garantire la governabilità insieme al potere di scelta del governo da parte dei cittadini. Nel frattempo, però, le elezioni si avvicinano e il rischio di tornare a votare con il famigerato Porcellum si fa sempre più grande. 

Luciano Fasano

Università di Milano

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