CULTURA

L'innocenza di Giulio: Andreotti e la mafia

Che cosa può spingere un 35enne, prima attore e regista di teatro e ora anche consigliere regionale in Lombardia, ad avventurarsi nella pubblicazione di un libro su Giulio Andreotti? A far ricordare gli errori del passato, a restituire la memoria alla moltitudine di persone che pensa che il senatore a vita sia stato assolto (e non prescritto) dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa? Il caso Andreotti e “l’andreottismo” sono considerati come emblematici per descrivere l’Italia che era e quella che è, ancora travolta dagli scandali politici tra i vari Fiorito e le infiltrazioni della mafia al Nord, in Lombardia e non solo. 

Giulio Cavalli, autore de L’innocenza di Giulio: Andreotti e la mafia (Chiarelettere, 2012), affronta temi delicati, più che attuali, con tratti di leggerezza e serietà che distinguono il suo parlare, infervorato, quasi teatrale, più che da politico, alla platea della Fiera delle Parole. “Scusate il ritardo - inizia scherzando Cavalli - ma vengo da quello strano luogo chiamato Regione Lombardia in cui sono uno dei pochi a entrare scortato dai carabinieri, invece che uscire ammanettato assieme a loro”. Poi entra nel vivo con un’altra battuta, mentre annuncia la querela di Andreotti ai suoi danni: “Il mio avvocato mi ha accennato la sua strategia, è quella di attendere che passi il tempo, sembra funzionare”. Ironia a parte, Cavalli è in grado di attirare l’attenzione su di sé. Racconta di come le sentinelle della democrazia del Paese abbiano fallito nel vedere il nemico avvicinarsi: “Non lo hanno visto nemmeno entrare - dice - e ora ci troviamo in questa situazione”. Accusa la classe intellettuale dell’epoca di Andreotti, colpevole di non aver aperto bocca, di essere stata indifferente di fronte a quello che stava accadendo: “I veri latitanti del processo Andreotti sono proprio gli intellettuali - rincara Cavalli - Sono coloro che hanno prestato il fianco a un ceto politico che ha poi indebolito la magistratura”. In questa storia, quella del democristiano per antonomasia, ci sarebbe insomma il Dna dell’Italia attuale, fatto di una classe dirigente-politica che “cerca soluzioni solo per la convergenza di gruppi di persone ristrette e poi agisce per preoccuparsi solo di dare una parvenza di rappresentenza democratica alle azioni già eseguite”, chiude Cavalli. 

Una vecchia storia che ritorna, quella degli interessi di (pochi) privati, contro gli interessi della res publica. Indifferenza e “reato di egoismo”: sono questi per Cavalli alcuni dei nemici da affrontare per risvegliare la coscienza pubblica delle persone rispetto a quanto sta accadendo anche in questi giorni nella classe politica tra le indagini in Lazio e in Lombardia. E combattere l’indifferenza e l’egoismo significa anche fare in modo che Andreotti non sia ricordato come il “buon cattolico perseguitato, ma per quello che era - prosegue Cavalli - Il processo Andreotti è la sconfitta di ciò che è tollerabile”. E allora, di fronte a quanto accade oggi in Italia, c’è da chiedersi cosa serva ancora al popolo italiano per indignarsi e smettere di essere un Paese dei “pervertiti dell’intolleranza”, usando le parole del politico lombardo.

 Qualcosa inizia a cambiare, anche se la strada appare ancora lunga con l’ombra della mafia che si allunga sulle regioni del Norditalia: “Sono ottimista - conclude Cavalli - il primato contro la mafia si avrà con un popolo educato e culturale che avrà abbandonato l’indifferenza. Ma ho un timore, che le sentinelle che hanno sbagliato con Andreotti siano ora le stesse che si vogliono riproporre come la nuova classe dirigente italiana”. 

 

Mattia Sopelsa

 

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