UNIVERSITÀ E SCUOLA

Merito e pragmatismo, la via inglese alla cattedra

Un amico mi consiglia la lettura di S. L. Clemens, di cui ho modo di apprezzare la sagace chiosa di uno dei suoi romanzi: “When one writes a novel about grown people, he knows exactly where to stop – that is, with a marriage.” In Italia, però, si accosta ai fiori d’arancio una mistica del concorso pubblico che possa garantire il posto fisso (il matrimonio non è tale, se non è a vita) e così l’entrata piena nella vita adulta. L’agognato posto da ricercatore non fa eccezione. In un esercizio di letteratura comparata, può essere interessante indagare come si concluda il bildungsroman del giovine aspirante accademico nel Regno Unito. 

Il reclutamento di un nuovo membro in un dipartimento britannico parte dalla decisione di estendere le attività di ricerca verso nuovi temi giudicati strategici per il futuro ovvero che abbiano possibilità di attrarre fondi attraverso progetti finanziati dalle agenzie di ricerca. Inoltre si fa attenzione che il nuovo progetto possa rinforzare la posizione del dipartimento nelle classifiche periodiche in base alle quali il ministero distribuisce fondi alle università pubbliche. 

Alla retorica della meritocrazia si affianca così una robusta dose di pragmatismo nella scelta del nuovo personale fisso. Non esistono classi di concorso molto generali come quelle italiane – che tali son rimaste anche dopo la recente riforma. I posti sono banditi su linee di ricerca molto ben definite, spesso con l’indicazione di uno o più responsabili cui si può far riferimento per chiarimenti e per discutere dell’opportunità della propria candidatura. La burocrazia è piuttosto snella, non sono richieste certificazioni né abilitazioni per la candidatura, la quale dev’esser presentata riempiendo un modulo on line. Oltre al curriculum vitae e a delle lettere di presentazione, la valutazione prende in conto tre documenti:

 - una cover letter in cui il candidato deve saper dimostrare come il suo profilo risponda ai desiderata del dipartimento. La sottigliezza non è molto apprezzata, il saper dettagliare punto per punto senza falsa modestia né ostentazione sì. 

- un riassunto in cui si spiega cosa si è fatto nel corso della carriera, redatto avendo bene in mente che chi lo leggerà non è necessariamente un esperto del campo specifico;

- un progetto di ricerca che illustri cosa si vuole studiare e come questo possa interessare e coinvolgere i colleghi del dipartimento. La capacità di collaborare e di proporre temi trans-disciplinari è sicuramente un vantaggio.

La commissione che sceglierà il vincitore sarà quindi composta in larga parte da membri del dipartimento: si favorisce quindi la libertà di scelta della struttura alle preoccupazioni per possibili episodi di nepotismo che pur non son mancati. In parte questo è compensato dal fatto che il reclutamento di un candidato molto debole influirà negativamente sulla valutazione del dipartimento da parte del ministero, quindi sul finanziamento. Inoltre, un curriculum forte è un requisito necessario per accedere ai fondi messi a bando dalle agenzie di ricerca che spesso sono la prima fonte di sostentamento della ricerca britannica.

L’approccio d’Oltremanica contrasta quindi con la spinta idealista della ratio del reclutamento in Italia. La commissione di un concorso italiano ha come unico parametro per decidere il curriculum dei candidati. Il legislatore ha così in mente l’idea che il concorso sia in grado di selezionare “il migliore” dei candidati, senza che esista una figura di merito ben marcata e per classi di concorso generalmente molto eterogenee. Per un concorso 08/D1, per esempio, una commissione potrebbe trovarsi a comparare un urbanista e uno studioso di architettura d’interni. Notiamo per inciso che, sebbene alcuni bandi recenti presentino profili molto dettagliati, sono stati sollevati dubbi di legittimità. Nelle ripetute revisioni e riforme dei concorsi questo punto non è mai stato ripensato.

Il sistema britannico e quello italiano sono quindi profondamente differenti, ma, come anche il linguista neofita sa, la produzione letteraria dipende fortemente dal mezzo culturale, e non si può concludere che Chaucer sia meglio di Boccaccio. Però si posson mettere in luce aspetti meritevoli forse di più attenzione e di una risposta che tenga conto delle caratteristiche dell’università italiana.

 

Marco Barbieri

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