UNIVERSITÀ E SCUOLA

Riformare l’Anvur prima che sia troppo tardi

Alessandro Schiesaro, a suo tempo uno dei principali fautori della Riforma Gelmini e dei nuovi meccanismi di reclutamento e tuttora coordinatore della segreteria tecnica per le politiche della ricerca del MIUR, riconosce gravi carenze nell’azione intrapresa finora dall’Agenzia: le metodologie mancano della necessaria robustezza e soprattutto non sono condivise dai soggetti valutati, minando le fondamenta stesse della procedure.

Schiesaro ricorda anche come – per quanto il nostro Paese sia un paese latecomer per quanto riguarda la cultura della valutazione – si sia scelto di fare ricorso a criteri e indicatori bibliometrici che in nazioni con più esperienza della nostra sono accantonati o utilizzati solo con molta cautela: è il caso del RAE/REF britannico. Schiesaro prende anche posizione contro il criterio delle mediane. Come abbiamo tante volte ribadito su questo blog, e come fu sostenuto  in sedi istituzionali coinvolte nelle scelte da compiere per attuare la riforma dei reclutamenti, le mediane non solo sono costruite su dati incerti, ma non sono utili per accertare la “qualificazione scientifica” di un candidato o di un aspirante commissario. E questo vale sia per quelle che il semplificato linguaggio ministeriale chiama le aree bibliometriche, come dimostra il caso di Storia delle matematiche, sia per le aree non bibliometriche, come ricorda Schiesaro nel suo intervento. Molto opportunamente Schiesaro chiede che non si torni a procedure di valutazione opache, ma che si costruiscano criteri solidi, affidabili e duraturi nel tempo.

Siamo del tutto d’accordo: infatti sono tesi che sosteniamo da tempo.

Passiamo ora al secondo articolo, firmato da Armando Massarenti. Concordiamo sul fatto che “il principio” della valutazione sia da salvare nonostante l’ormai conclamato fallimento di ANVUR. Ci preoccupa invece la soluzione che propone: non è la natura “proprietaria” dell’Agenzia ad averne determinato il fallimento. Non siamo di fronte ad un “fallimento” dello Stato cui supplire con l’intervento dei privati. Siamo di fronte ad un fallimento dell’azione di un’Agenzia dovuta a due motivi essenziali. Il primo è la carenza di competenze del direttivo (che in altri paesi avrebbe già rassegnato le dimissioni), che ha ritenuto di operare con criteri emergenziali in una situazione d’urgenza per “risanare l’università italiana”, a scapito dell’accuratezza, della solidità e della validità scientifica dei criteri. L’Agenzia anziché promuovere trasparenza e accountability ha trascinato l’intero sistema della valutazione in un gorgo burocratico di mediane presentate e ritirate, fondate su basi dati incomplete e inadatte allo scopo, con gli esiti tragicomici che tutti conoscono. La seconda causa del fallimento è nell’errata architettura del sistema: un’agenzia di nomina politica trasformata in un ministero ombra, caricata di un insieme di compiti che per sua natura non potrà mai assolvere decentemente. Anvur è un leviatano incaricato allo stesso tempo di definire i criteri di valutazione, applicarli, procedere all’accreditamento dei corsi di laurea, delle sedi e dei dottorati, definire le policies dell’istruzione e della ricerca, intervenire sulla gestione dei fondi per la ricerca, sulla programmazione universitaria, sulla valutazione della didattica e così via. La concentrazione di poteri e competenze è tale che viene addirittura da chiedersi se non sia auspicabile sopprimere direttamente il ministero dell’Università e della ricerca, privo e privato com’ è ormai di qualsiasi ruolo di indirizzo politico e amministrativo, e ridotto a mero esecutore delle decisioni di Anvur.

La soluzione non è affidarsi alla mano santa del privato. Si tratta di invece di prendere atto che in nessun paese Ocse esiste una architettura lontanamente simile a quella italiana, e di riformare profondamente l’Agenzia, smantellando l’incredibile cumulo di poteri che le è stato assegnato dalla l. 240/2010 e dai relativi decreti attuativi. Le competenze di Anvur vanno frazionate tra più agenzie realmente terze, ciascuna incaricata di compiti limitati e ben definiti che in nessun modo sconfinino nell’ambito delle policies, spettanti sempre alle sedi di governo competenti. In particolare è auspicabile, come avviene dappertutto, che siano due agenzie separate a svolgere le attività di valutazioni ex post della ricerca e del suo finanziamento, e le attività di accreditamento e assicurazione della qualità della didattica. È opportuno ripensare al modello attuale di finanziamento della ricerca, che prevede molti e separati centri decisionali e di valutazione ex-ante, con sovrapposizione di  competenze e perdita di efficienza. Ed è opportuno che il CUN riformato e rivitalizzato, in quanto luogo di rappresentanza elettiva della comunità accademica e scientifica, sia messo nelle condizioni di interagire opportunamente con queste agenzie, assicurando il concorso trasparente e responsabile della comunità scientifica alla definizione di criteri e di procedure davvero efficaci e condivise.

Il fallimento dell’Anvur dimostra che le soluzioni improvvisate giustificate da logiche emergenziali, più o meno strumentali, non fanno che aggravare la situazione È ora di operare con competenza traendo insegnamento dalle migliori pratiche internazionali, coinvolgendo in modo trasparente le intelligenze e le forze sane dell’accademia italiana. Il tempo delle scorciatoie e delle rivoluzioni dall’alto, siano esse in mano pubblica o privata, è finito.

 

Redazione ROARS - www.roars.it

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