CULTURA

Storie di medici, in Africa

Daniel porta un camice bianco, lo stetoscopio al collo. Prescrive la cura a una mamma che porta in ambulatorio il suo bambino, e poi fa il giro per controllare i neonati nelle incubatrici. Lo fanno ogni giorno molti altri medici, molti altri specializzandi in pediatria come lui. Ma Daniel lavora nel Centro di salute Nhaconjo di Beira, in Mozambico. “La scuola di specialità mi dava la possibilità di fare 6 mesi in Mozambico o in Etiopia, a seconda del progetto che avessi presentato. Io sono un curioso e ne ho approfittato per fare quello che faccio, medicina, e allo stesso tempo per viaggiare, vedere altri luoghi. Da studente ero stato due mesi in Camerun, dove avevo fatto l’infermiere, ma questa è la prima volta che con delle competenze mi metto in gioco in un paese che non sia l’Italia”. 

Era iscritto alla scuola di specializzazione di Pediatria a Padova, Daniel, nel 2012, quando Carlo Mazzacurati, in Mozambico, girava lì una delle sue ultime opere: un documentario sull’attività del Cuamm, Medici con l’Africa, uscito il mese scorso in dvd ma già presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 2012, accompagnato da un libro firmato da persone che con la ong padovana lavorano e collaborano, da Niccolò Ammaniti a Marco Paolini, Nicolò Fabi, Ilvo Diamanti, Paolo Rumiz e a altri testimoni del lavoro di Mazzacurati e dei medici del Cuamm.

Per lavorare in Mozambico Daniel ha usufruito del programma “Junior Project Officer”, che offre l’opportunità di svolgere almeno sei mesi di formazione, sia pratica che teorica, in Africa. È indirizzato a specializzandi dal secondo anno in poi in chirurgia, ginecologia e ostetricia, igiene e sanità pubblica, malattie infettive, medicina tropicale, medicina interna, e pediatria. “A Beira ci appoggiamo al sistema sanitario già esistente” spiega. “È un progetto in ambito pediatrico: seguiamo bambini Hiv positivi in trattamento antiretrovirale. Sostanzialmente diamo un supporto clinico pratico e allo stesso tempo facciamo raccolta dati e statistiche, cosa che ci permette di capire se il lavoro che facciamo ha poi effetto. Una cosa che già sapevo prima di partire, ma che è dura da accettare sul campo, è il fatto che il ruolo del clinico sia un contributo minimo al miglioramento del sistema locale. Qui ci sono problematiche strutturali, come le condizioni igieniche o le abitudini alimentari e culturali, che fanno sì che, ad esempio, la persona che curo per una polmonite stia bene per un po’ di giorni, ma in moltissimi casi poi si riammali. E dopo la polmonite magari avrà la diarrea. È avvilente, e lo è ancor di più quando si lavora con i bambini”. Ma è un lavoro di pazienza e di attesa, quello sotteso all’azione del Cuamm e dei suoi medici. Un bene ostinato, lo definisce Paolo Rumiz, che richiede tempo, rinunce e fermezza.

Carlo Mazzacurati racconta con poesia e leggerezza il quotidiano straordinario di chi ha fatto una scelta insieme coraggiosa ed entusiasmante, di chi è partito per qualche mese e di chi poi invece ha scelto di rimanere. Filma visi, mani, camici, bambini che giocano, donne che cantano, ragazzi africani che studiano medicina grazie a borse di studio. “C’è un’evidente difficoltà nel convincere gli studenti locali a non vivere lo studio come una via di fuga dalla propria realtà. E c’è la necessità di convincerli a studiare per portare qualcosa di buono nella propria terra, e a rimanere”, sottolinea il cantante e autore Niccolò Fabi, che collabora con l’ong.

Il documentario raccoglie le loro storie, e quelle di uomini e donne che, partiti per l’Africa, raccontano la propria esperienza, e un po’ anche se stessi. E se non hanno il pudore di parlare di sé, è la telecamera del regista ad aprire un varco nella loro vita. Come con Italo, sfuggente e modesto; “Mi sembra un ex brigatista fuggito” lo prendeva in giro con un sorriso Mazzacurati. Italo è invece un medico che insegna agli studenti africani e intanto cura i suoi  piccoli pazienti. Appassionato al proprio lavoro, senza orari, senza perdere la speranza; “Non si rassegna mai”, dicono di lui. Una vita difficile e piena, con l’urgenza continua di partire. Lo stesso sentimento che spinge tanti medici che decidono di lasciare l’Italia per l’Africa. “C’era questa irrequietezza di muovermi, forse anche un segno di debolezza. Questo avventurismo non è sempre indice di creatività; è anche l’incapacità di vivere determinate situazioni, anche il quotidiano. Niente di eroico” minimizza.

Una delle ultime opere che il regista padovano ci lascia è allora un documentario. Pieno di garbo, con qualche sorriso. “Ma ha senso fare un documentario in una realtà così documentata? Dove ogni  nostra singola azione è registrata, ripresa, commentata, resa pubblica?” provoca Natalino Balasso. Si risponde da solo: “Ha senso in questo caso, quando a farlo è un’artista. Solo chi ha rispetto dell’umanità può raccontarla”.

Chiara Mezzalira

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