UNIVERSITÀ E SCUOLA

Dalla fuga alla circolazione di cervelli: mission impossible?

“Fuga di cervelli”: quanto c’è di vero? Non passa quasi giorno senza leggere o sentire di un ricercatore o scienziato italiano costretto ad abbandonare il Paese; quando però si vuole approfondire è difficile andare oltre l’anedottica: i dati sono pochi e mancano le istituzioni incaricate di raccoglierli e di analizzarli. Ma chi, quanti sono questi “cervelli in fuga”, in quali settori lavorano e che legami conservano con la madrepatria?

Un vuoto informativo grave e particolarmente incomprensibile in un Paese che continua a investire quel (poco) che riesce per preparare ricercatori e scienziati che in molti casi prendono la via dell’estero. Per questo sono particolarmente preziose iniziative come Ricercare altrove, il libro recentemente pubblicato dal Mulino da un’équipe di studiosi (Stefano Boffo, Salvatore La Mendola, Stefano Sbalcherio e Arjuna Tuzzi) guidati dalla sociologa dell’università di Padova Chantal Saint-Blancat. Un libro da tenere sul comodino per chi si occupa di università e istruzione, perché per una volta dà voce ai nostri ricercatori in modo scientifico e rigoroso senza per questo rinunciare alle loro storie e al loro vissuto.

Come ogni ricerca scientifica seria, il libro parte da una precisa delimitazione dell’oggetto e della metodologia. L’indagine parte da 83 interviste a ricercatori e docenti universitari di fisica, ingegneria e matematica che lavorano in sei paesi europei: Regno Unito, Germania, Francia, Paesi Bassi, Spagna e Svizzera. Successivamente, in seguito all’analisi delle 160 ore di registrazione trascritte in 1.500 cartelle di testo, è stato redatto un questionario che è stato somministrato a 2.420 ricercatori italiani in condizioni analoghe, raccogliendo 528 risposte valide.

Mai finora era stata tentata una ricerca tanto approfondita su un campione così omogeneo e le sorprese non sono mancate. Un primo dato ad emergere è che i ricercatori generalmente non vanno via dall’Italia a causa del precariato e spesso nemmeno per lo stipendio. Un periodo all’estero è visto come un passaggio necessario e per molti versi normale: il brain drain nasce insomma dalla brain circulation, stimolata in primo luogo dalle istituzioni europee (dal progetto Erasmus fino alle borse Marie Curie ed ERC). Una situazione che ha moltiplicato gli scambi scientifici ma ha anche aperto, per dirla con il libro, un vero e proprio vaso di Pandora, dato che spesso in altri Paesi i nostri ricercatori percepiscono di trovarsi in un sistema più trasparente e meritocratico, quindi più adatto alla ricerca e a progettare una carriera. Ma c’è anche un altro aspetto: spesso all’estero i nostri scienziati sentono maggiore attenzione per la scienza e un’accresciuta stima sociale. Molto più che in Italia, vedono finalmente riconosciuto anche a livello di comunità il senso e il valore del loro lavoro.

Se aggiungiamo un’organizzazione sovente più funzionale e meno burocratica, unita a maggiore autonomia e disponibilità di fondi, alla fine il gioco è fatto: quella che doveva essere un’uscita temporanea frequentemente diventa definitiva. A volte in maniera semplice e indolore, altre lasciando una scia di rimpianti o addirittura di rabbia. Ha avuto ad esempio una discreta risonanza il caso di Roberta D'Alessandro, la ricercatrice che l’anno scorso invitò l’allora ministro Giannini a non “vantarsi dei risultati ottenuti all’estero dai ricercatori italiani”. Una spia del malessere di molti studiosi nonché il segnale di un ulteriore spreco di risorse, dato che queste persone potrebbero comunque continuare ad aiutare il loro Paese d’origine anche oltre confine.

Proprio su questi aspetti si concentra l’ultima parte del libro, perché in fondo la cosiddetta fuga dei cervelli non è un problema nuovo né esclusivamente italiano. Già il Regno Unito nel secolo scorso soffrì a lungo un’emorragia di scienziati a favore di Stati Uniti, Canada e infine Australia, mentre la Germania a cavallo della seconda guerra mondiale, per cause note, fu in gran parte svuotata della sua intellighenzia. Oggi questi Paesi sono in cima alle classifiche europee per attrattività: hanno investito in ricerca e sviluppo e poi soprattutto hanno attivato un flusso in entrata di ricercatori e scienziati che ha compensato e poi addirittura superato quello in uscita. L’università di Cambridge ad esempio nel 1926 creò un programma innovativo di soggiorni sabbatici, riuscendo a monitorare e a regolare la mobilità, mentre il governo tedesco nel 1954 istituì il sistema di borse Humboldt, tuttora molto ambite. Per arrivare a tempi più recenti, si potrebbe prendere esempio da Cina e India, che hanno basato la recente crescita tecnologica ed economica anche sui flussi, prima in uscita e poi anche in entrata, di scienziati e di esperti.

E l’Italia? Basti pensare che per ora non c’è nemmeno un registro degli studiosi in mobilità. “La sfida è di mettere insieme tante storie singole trasformandole in rete, non di fare leggine per il rientro dei cervelli che in realtà servono a poco” spiega al Bo Chantal Saint-Blancat, che ha guidato il gruppo di ricerca che ha pubblicato il libro. A questo riguardo la studiosa prende a prestito dai suoi precedenti lavori il concetto di diaspora: comunità dispersa ma non per questo necessariamente meno coesa, e che può diventare una risorsa importantissima. Saint Blancat, francese ma da anni in Italia, lo dice come una tra i pochi ricercatori che hanno fatto il percorso inverso: “Mi considero un prodotto del sistema educativo italiano e ne sono fiera, in tutto il mondo il valore nei nostri giovani viene riconosciuto. Poi però siamo costretti a malincuore a mandarli all’estero, perché qui le strade non si aprono”.

La vera priorità insomma non è chiudersi ma creare opportunità per i giovani, italiani e stranieri, partendo innanzitutto dai concorsi per l’università e gli enti di ricerca. Solo così la ricerca italiana potrà crescere e giocare le sue carte – che non sono poche: dalla creatività alla cultura umanistica – nella competizione scientifica e tecnologica globale.

Daniele Mont D’Arpizio

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