UNIVERSITÀ E SCUOLA

La geo-politica della ricerca scientifica

Già da due decenni l’Unesco mappa la situazione mondiale della ricerca in campo scientifico e tecnologico, e quest’anno per la prima volta tira le somme delle indagini condotte nell’ultimo quinquennio, evidenziando anche le complesse relazioni fra il peso dato a ricerca e innovazione nelle diverse nazioni e le condizioni socio-economiche e geopolitiche. L’Unesco Science Report mette in luce, ad esempio, la situazione dell’Egitto, dove la Primavera araba si è fatta motore di un grosso cambiamento nelle politiche in ambito scientifico, tecnologico e dell’innovazione (STI), testimoniato da una nuova costituzione (2014) che assegna una parte del prodotto interno lordo a ricerca e sviluppo. L’indagine si sofferma anche su alcune nazioni reduci da conflitti armati, come la Costa d’Avorio e il Sri Lanka, caratterizzate da uno slancio verso la modernizzazione delle infrastrutture, lo sviluppo industriale, la sostenibilità ambientale e il sostegno all’istruzione.

Anche le catastrofi ambientali hanno determinato cambiamenti nelle politiche STI, non solo nelle nazioni direttamente interessate, ma anche in altre aree geograficamente molto lontane dallo scenario catastrofico. È accaduto ad esempio per effetto del disastro di Fukushima del 2011, che ha indotto a una riflessione globale sul nucleare. Un contraccolpo che ha raggiunto ad esempio la Germania, che ha annunciato la graduale eliminazione del nucleare entro il 2020.

Secondo l’indagine Unesco, nonostante la crisi finanziaria, fra il 2007 e il 2013 gli investimenti in ricerca e sviluppo sono aumentati a livello globale di quasi un terzo. Con un paradosso: molte nazioni fra le più ricche hanno infatti apportato tagli a questo settore, mentre alcuni stati a basso reddito, come il Kenya, hanno invece incrementato gli investimenti. Nello stesso periodo, il numero totale dei ricercatori è aumentato di circa un quinto, arrivando alla cifra di 7,8 milioni; con quasi i tre quarti degli studiosi che risultano distribuiti in cinque aree geografiche principali: Unione europea (22,2%), Cina, Russia, Stati Uniti e Giappone. Nel 2011 la Cina (19,1%) ha sorpassato gli Stati Uniti (16,7%), mentre l’incidenza di Giappone e Russia (residuale perché al di sotto dei dieci punti percentuali) è diminuita ulteriormente.

Quote mondiali di prodotto interno  lordo (GDP), spesa interna lorda per la ricerca (GERD), ricercatori  e pubblicazioni per i G20, 2009 e 2013 (%)

Dei quasi otto milioni di ricercatori, poco più di un quarto è composto da donne; e questo nonostante sia femminile la maggioranza dei laureati (53%) e un 43% dei dottori di ricerca. La diffusa e importante presenza femminile nell’educazione universitaria non dà quindi vita ad altrettanta occupazione nella ricerca. Con un po’ di sorpresa, le ricercatrici sembrano infatti affermarsi più facilmente in America Latina e nei Caraibi (44%), come anche negli Stati Arabi (37%), rispetto invece ad un’Unione Europea che ospita ricercatrici solo per il 33% del totale degli studiosi.

Con l’aumentare dei ricercatori sono cresciute di pari passo le pubblicazioni, che hanno registrato un’accelerazione sostanziale soprattutto nei paesi a medio reddito, dove la produzione si è quasi duplicata. In generale negli ultimi anni si è attivato un processo di “multipolarizzazione” delle pubblicazioni, della ricerca e dell’innovazione. Non solo i ricercatori firmano sempre più spesso contributi per riviste internazionali, ma sono anche coautori di saggi in collaborazione con studiosi stranieri. A contribuire sostanzialmente a questo processo è l’accresciuta mobilità dei ricercatori, in particolare fra i dottorandi di ricerca nelle materie scientifiche e in ingegneria.

Tasso di mobilità in uscita fra dottorandi, 2000 e 2013. Fonte: Unesco Science Report 2015.

Sono però poche le nazioni che accolgono flussi importanti di giovani studiosi, distribuiti così per più della metà fra Stati Uniti (40%), Regno Unito (11%) e Francia (8%). La proporzione di dottorandi che ottengono il titolo all’estero varia però significativamente da stato a stato; il tasso di mobilità in uscita disegna infatti una forbice molto ampia che va dall’esiguo 1,7% di giovani che escono dagli Stati Uniti per frequentare un dottorato all’estero, ad un incredibile 109,3% che caratterizza la situazione dell’Arabia Saudita, dove gli studenti che frequentano un dottorato entro i confini sono meno di quelli che si spostano in un’altra nazione, grazie soprattutto a una lunga tradizione di sovvenzioni statali che incoraggiano gli studi all’estero.

Gli studiosi espatriati non di rado contribuiscono all’innovazione nei loro paesi d’origine. È il caso, ad esempio, del ruolo giocato dalla diaspora indiana nell’industria della tecnologia dell’informazione, un segmento che nel 2012 contribuì al 7,5% del prodotto interno lordo dell’India: un’indagine condotta proprio quell’anno dimostrava che 12 delle maggiori 20 compagnie IT indiane annoveravano connazionali espatriati in qualità di fondatori, co-fondatori, amministratori delegati o direttori. Già nel 2001 il governo cinese aveva adottato politiche che invitavano gli studiosi cinesi emigrati a contribuire a modernizzare la Cina senza alcun obbligo di tornare in patria, mentre nell’ultimo decennio ha aumentato esponenzialmente la disponibilità di borse di studio all’estero: da 3.000 nel 2003 a 13.000 nel 2010. Il governo brasiliano poi, nei tre anni fra il 2012 e il 2014, ha distribuito più di 100.000 borse a studenti e ricercatori brasiliani nelle maggiori università del mondo nei campi delle scienze, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica.

Continua però pesare l’eredità delle crisi economiche, che induce a far pensare che sia più facile o efficace direzionare le risorse pubbliche verso azioni direttamente spendibili sul mercato, piuttosto che sovvenzionare ricerca pura. Come indica l’Unesco, “le nazioni ad alto reddito devono riconoscere che la scienza dà forza al commercio, ma non solo (…). Il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità di Agenda 2030 dipende non solo dalla diffusione della tecnologia ma anche dalla collaborazione fra nazioni per il perseguimento di una scienza che risolva i più pressanti problemi sociali e ambientali, così che nessuno rimanga indietro”. In fin dei conti, una questione di cultura e civiltà.

Chiara Mezzalira

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