SOCIETÀ

Cambiamento climatico e sviluppo sostenibile all’Assemblea Generale dell’ONU

Questa settimana si riunisce l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York e i temi al centro del dibattito saranno il cambiamento climatico, il debito delle nazioni più povere e lo stato di realizzazione dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Developmente Goals – SDGs) dell’Agenda 2030.

Tra i leader dei 5 Paesi membri permanenti dell’assemblea (Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna e Francia), solo Joe Biden sarà presente al summit, a conferma di un logoramento dei rapporti diplomatici internazionali, delle difficoltà che incontra l’Onu nel ricucirli e nello svolgere un ruolo di primo piano nella risoluzione dei conflitti.

Ciononostante, alcuni problemi di carattere preminentemente globale non hanno altra sede di discussione comune al di fuori di questo genere di consessi internazionali. È il caso del cambiamento climatico, cui le Nazioni Unite dedicano una conferenza ogni anno: la prossima, la Cop28, sarà a Dubai a fine novembre.

Il gruppo di ricerca guidato da Johan Rockström, ora in forze al Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha da poco pubblicato un lavoro che aggiorna l’approccio dei 9 limiti planetari, per la prima volta presentato nel 2009. Si tratta di nove processi naturali che sono cruciali per la stabilità e la resilienza del sistema Terra.

La valutazione compiuta nel 2009 trovava che 3 dei 9 processi considerati erano già stati gravemente alterati dalle attività umane: si trattava dell’integrità della biosfera, del cambiamento climatico e del ciclo dell’azoto. Per alcuni processi però mancavano dati sufficienti a realizzare una quantificazione precisa. Nel 2015 i limiti planetari sorpassati sono saliti a 4: ai tre precedenti si era aggiunto infatti un eccessivo sfruttamento del suolo.

Nel 2023, per la prima volta, sono stati caratterizzati e quantificati tutti e 9 i sistemi proposti dall’approccio di Rockström e colleghi, e 6 di essi sono risultati al di sopra della soglia critica: oggi anche lo sfruttamento delle risorse idriche e l’introduzione in ambiente di “nuove entità” (si fa riferimento ad esempio all’inquinamento da plastica) hanno superato il limite di stabilità che il pianeta può sopportare.

Per la prima volta il check-up sanitario del pianeta è completo e il referto dice che abbiamo a che fare con un malato cronico. Altrettanto chiara è la causa della malattia: l’umanità, o meglio una parte di essa, che drena risorse e produce scarti a un ritmo incompatibile con la capacità del pianeta di rigenerarsi.

Il superamento dei due terzi dei nove limiti planetari ci dice che non solo gli ecosistemi non possono reggere i colpi che gli assestiamo ancora a lungo, non possono farlo nemmeno le popolazioni umane che lo abitano: gli effetti del cambiamento climatico e del prosciugamento delle risorse idriche, tra le altre cose, stanno già colpendo direttamente e duramente molti Paesi a basso reddito, ma non risparmiano nemmeno quelli industrializzati.

È per questo che nel settembre del 2015 tutti i Paesi delle Nazioni Uniti hanno sottoscritto 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030. Tra questi ci sono l’abbattimento della fame e della povertà, il ripristino del clima e della biodiversità, l’accesso all’energia e la riduzione delle disuguaglianze.

Il summit di New York di questa settimana cade esattamente a metà della strada che dovrebbe portare al traguardo dell’Agenda 2030, ma di quei 17 obiettivi solo il 12% è in linea per essere raggiunto, secondo quanto riporta un editoriale di Nature. Si stima invece che 575 milioni di persone continueranno a versare in condizioni di povertà estrema a fine decennio, la temperatura globale avrà superato 1,5°C di aumento rispetto all’era pre-industriale, non rispettando quindi l’accordo di Parigi. La discriminazione e la disuguaglianza di genere invece richiederebbero altri 286 anni per essere appianate.

Il mancato raggiungimento degli obiettivi tuttavia, riporta l’editoriale, non sarebbe un buon motivo per abbandonarli completamente. Così come nella lotta al cambiamento climatico ogni decimo di grado fa la differenza tra un mondo più o meno vivibile, ogni persona che esce da una condizione di povertà conta.

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono già entrati nel lessico delle pianificazioni di governi e aziende, mentre un sondaggio del World Economic Forum del 2019 ha trovato che tre quarti dei 20.000 partecipanti da 28 Paesi aveva sentito parlare degli SDGs.

Tuttavia, una meta-analisi condotta da Frank Bierman dell’università di Utrecht, esperto di governance della sostenibilità, ha rilevato che sebbene gli SDGs influenzino la discussione politica, ci sono poche evidenze sul fatto che guidino la spesa o le politiche di governo. In quanto rivista scientifica, Nature si impegna ad accendere i riflettori sulla ricerca che migliori gli indicatori associati agli obiettivi di sviluppo sostenibile, ritenuti da alcuni ricercatori a volte troppo semplicistici o inaccurati.

“Ad esempio, la proiezione di 575 milioni di persone che rimarranno in povertà estrema nel 2030 è basata sulla definizione della Banca Mondiale secondo cui sono sotto la soglia di povertà coloro che vivono con non più di 2,15 $ al giorno, con i prezzi del 2017” riporta la rivista britannica. “In molte parti del mondo tuttavia persone che guadagnano più di questa somma non possono permettersi un abitazione o del cibo. Una misura alternativa è l’Indice di Povertà Multidimensionale (MPI), sviluppato dai ricercatori dell’università di Oxford e dal Programma di Sviluppo dell’Onu. L’MPI include altri indicatori di povertà come la qualità dell’abitazione, l’accesso all’acqua e alla sanità, e suggerisce che le persone che vivono in condizioni di povertà estrema siano più del doppio”.

Inoltre, non è detto che il raggiungimento di ciascun obiettivo di sostenibilità non influisca sul raggiungimento di uno degli altri: gli sforzi per combattere la fame e promuovere un agricoltura sostenibile (SDG 2) possono infatti entrare in conflitto con la protezione della biodiversità (SDG 15)

Lo studio di queste interconnessioni tra obiettivi è diventato un campo di ricerca a sé stante, e ne è emerso che affrontare in modo congiunto le diverse sfide è il modo per evitare conflitti e recare benefici a ciascun ambito. L’approccio SDG Synergies ad esempio, sviluppato da un gruppo dello Stockholm Environment Institute, è stato sperimentato per la prima volta nel 2017 dal governo della Mongolia e poi adottato da Messico e Sri Lanka.

Un altro fronte su cui occorre lavorare è il trasferimento delle conoscenze ottenute dal mondo della ricerca alla gamma di azioni a disposizione del mondo della politica: “la ricerca che mostra come l’energia pulita possa guidare l’avanzamento di molti obiettivi di sviluppo sostenibile, senza ostacolare lo sviluppo economico, viene costantemente ignorata” riporta l’editoriale.

Gli interessi economici di parte sono una delle cause di questa sistematica tendenza a trascurare le indicazioni forti e chiare che provengono dal mondo della scienza. Il cambiamento climatico ancora una volta è paradigmatico: le grandi multinazionali energetiche hanno finanziato campagne di disinformazione per mettere in dubbio la correlazione tra consumo di combustibili fossili e rilascio di anidride carbonica in atmosfera da una parte e riscaldamento globale dall’altra.

Il 15 settembre lo Stato della California ha fatto causa a 5 aziende Big Oil (Exxon Mobil, Shell, BP, ConocoPhillips e Chevron), accusandole di aver causato decine di miliardi di dollari di danni e di aver ingannato il pubblico minimizzando i rischi provocati dal cambiamento climatico. Secondo Richard Wiles, presidente del Center for Climate Integrity, un’organizzazione no profit che monitora le cause climatiche nel mondo, si tratta della più decisiva, significativa e potente azione climatica contro l’industria dei combustibili fossili nella storia statunitense.

Il governatore della California Gavin Newsom era presente a New York all’interno della settimana sul clima organizzata dalle Nazioni Unite e, accanto al procuratore generale della California Rob Bonta, ha detto chiaramente: “vogliamo vedere queste iniziative diffondersi, vogliamo più giurisdizione, vogliamo vedere più Paesi muoversi in questa direzione. Quando è troppo è troppo, questa è la questione. La crisi climatica è una crisi dei combustibili fossili. Tutto il resto sono discussioni marginali. Questa è la causa, ne stiamo sperimentando gli effetti. Quest’azione legale riguarda questo”.

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