SOCIETÀ

Colpo di stato in Sudan: il punto della situazione

Tutti preoccupati, dagli Stati Uniti all’Arabia Saudita, dalle Nazioni Unite all’Unione Africana, per il golpe militare che ha fatto nuovamente precipitare il Sudan nel caos, spezzando il sogno di una transizione democratica e civile avviata appena due anni fa. Tutti tranne la Russia: «Spetta ai sudanesi stabilire se si tratta di un colpo di stato o meno», ha dichiarato il rappresentante del Cremlino all’Onu, Dmitry Polyanskiy. Questione di punti di vista: non semplicissimi da sostenere di fronte alle notizie di cronaca, quando i soldati dell’esercito, dopo aver bloccato le vie d’accesso a Khartoum, all’alba di lunedì 25 ottobre, hanno fatto irruzione nel Palazzo Presidenziale sciogliendo d’imperio il governo di “condivisione” (composto da militari e civili), arrestando il primo ministro Abdalla Hamdok e la moglie, così come i ministri dell’Industria (Ibrahim al Sheikh) e dell’Informazione (Hamza Baloul) e diversi funzionari del governo (tutti civili, ovviamente), sospendendo diversi articoli della Costituzione, dichiarando lo stato d’emergenza, bloccando internet, chiudendo l’aeroporto, sparando lacrimogeni e proiettili (sia di gomma, sia veri) contro i manifestanti, con un bilancio che dovrebbe ammontare almeno a 10 morti (c’è chi dice 15) e oltre 150 feriti.

A guidare l’azione dei militari c’è il generale Abdel Fattah al-Burhan, 61 anni, fino a pochi giorni fa capo del Consiglio Sovrano del Sudan, lo stesso organo collettivo al quale partecipavano sia civili sia militari, che nel luglio 2019 aveva deposto il dittatore Omar Bashir, peraltro nominando Hamdock primo ministro. «Abbiamo sciolto il governo per evitare una guerra civile», ha dichiarato il generale rivolgendosi alla nazione nel suo primo discorso alla tv nazionale. «L’esercito non aveva altra scelta che mettere da parte i politici che incitavano la ribellione contro le forze armate». Dunque non un golpe, secondo il nuovo capo di stato militare, ma “un passaggio di consegne necessario”. «A migliaia cantavano slogan davanti al quartier generale delle forze armate, e le forze armate hanno risposto positivamente e hanno deciso di seguire la volontà del popolo».

Prima di essere catturato (e poi riportato nella sua abitazione, ma comunque in stato di fermo) il premier deposto Hamdock (che nel marzo 2020 era scampato a un attentato) è riuscito a chiamare a raccolta i suoi sostenitori, invitandoli a scendere in piazza: “Chiediamo al popolo sudanese di protestare usando tutti i mezzi pacifici possibili”. Al suo fianco anche la ministra degli Esteri Mariam al-Mahdi, leader del partito islamista moderato Umma:  «Respingeremo qualsiasi tentativo di colpo di stato, resisteremo con ogni mezzo civile». Una grande manifestazione è attesa per sabato 30 ottobre a Karthoum: sarà la (pericolosa) prova del fuoco. Nel frattempo l’Unione Africana (UA) ha dichiarato di aver sospeso il Sudan da tutte le sue attività, un trattamento standard riservato ai paesi membri dove si verificano colpi di stato, con buona pace del Cremlino. E il Consiglio di sicurezza dell'Onu, in una dichiarazione approvata poche ore fa all’unanimità (quindi comprese le “sfumature” imposte dalla Russia) ha espresso “seria preoccupazione”, invitando i militari a ripristinare il governo a guida civile. E chiedendo inoltre «l’immediato rilascio di tutti i detenuti e invitando tutte le parti a esercitare la massima moderazione, ad astenersi dall’uso della violenza e rimarcando l’importanza della piena rispetto dei diritti umani, compreso il diritto di riunione pacifica e la libertà di espressione».

 

I militari contro la “transizione” civile

Quanto accaduto lunedì scorso a Khartoum non è stata in realtà una sorpresa: c’erano, da mesi, segnali di una tensione crescente tra i militari e i civili, tra il generale Burhan e il premier Hamdok. La situazione si è aggravata dopo il fallito golpe del 21 settembre scorso, ufficialmente ad opera dei seguaci dell’ex presidente Omar al-Bashir. Ma, secondo il premier Hamdok (che ha basato la sua azione sul principio cardine della separazione tra religione e stato), il tentativo era stato “orchestrato all’interno e all’esterno delle forze armate”. Lo stesso primo ministro aveva definito come parte della strategia golpista anche i disordini scoppiati pochi giorni prima a Port Sudan (immediatamente interrotti dopo il golpe), che avevano provocato un preoccupante rallentamento dei principali approvvigionamenti (dal carburante al grano, ai medicinali). Come se il vero obiettivo delle proteste, oltre che del tentato golpe, fosse quello di “interrompere la transizione democratica e civile”. «Quanto sta accadendo – aveva detto Hamdok - è la manifestazione di una crisi nazionale e indica la necessità di una riforma delle nostre agenzie di sicurezza e delle istituzioni militari». E i generali sono andati in fibrillazione, arrivando a chiedere sempre più esplicitamente un cambio di governo. Mentre i leader civili li hanno apertamente accusati di voler prendere il potere. Una spaccatura, con riflessi anche nelle manifestazioni di piazza delle scorse settimane, sia della società civile (che chiedevano il rispetto dell’accordo di transizione del 2019), sia dei sostenitori dei militari, che premevano al contrario per un’esclusione dei civili dalla guida del governo, accusandoli di aver rallentato l’introduzione delle riforme promesse. La CNN riporta le dichiarazioni di Adam Hireika, un aiutante di Hamdok, secondo il quale lo stesso premier era a conoscenza dei piani dell'esercito e che era stato “sottoposto a pressioni per sciogliere il governo”. Hamdok e altri politici avevano invece rilanciato, indicando il 17 novembre come termine ultimo per una completa transizione al governo civile, in linea con quanto stabilito nell’accordo costituzionale del 2019, confermato nel 2020 con un’intesa sottoscritta a Juba. Per i militari non c’era più tempo da perdere: hanno preso il potere, con la forza, per non doverlo cedere ai civili.

Il primo effetto del golpe è stata la reazione degli Stati Uniti, con l’immediata sospensione del sostegno finanziario al Sudan. Il Dipartimento di Stato americano, dopo aver condannato l’azione dei militari (il portavoce Ned Price ha chiesto l'immediato rilascio degli arrestati e il ripristino dell'autorità civile), ha messo “in pausa” l’intero pacchetto di aiuti da 700 milioni di dollari. Il che complica ancor di più lo stato di salute di un’economia già duramente provata dalla pandemia, che stava tentando di risollevarsi proprio grazie alla fine delle sanzioni statunitensi (in gran parte revocate dopo la caduta di Omar al-Bashir) e al contestuale avvio di una serie di finanziamenti internazionali. Ma quello che più ha irritato gli americani è che non erano minimamente informati di quanto stava per accadere, nonostante l’inviato speciale degli Stati Uniti Jeffrey Feldman fosse volato a Khartoum lo scorso fine settimana proprio per trovare una sintesi e sollecitare un accordo tra i generali e i civili. Domenica è ripartito convinto di aver raggiunto un’intesa. Lunedì mattina è andato in scena il golpe: uno sgarbo intollerabile per la Casa Bianca. Anche la Banca Mondiale ha temporaneamente sospeso il suo piano di aiuti.

Timori per la manifestazione del 30 ottobre

La parte “esecutiva”, chiamiamola così, del colpo di stato militare è stata affidata alla Rapid Support Forces (RSF), un gruppo paramilitare dalla fama assai tetra, istituito nel 2013 per combattere i ribelli armati nella regione del Darfur (l’ex presidente al-Bashir è accusato di genocidio per quel conflitto), ma poi spesso utilizzato dai militari nella repressione delle proteste e di altre attività ribelli, guadagnandosi diverse accuse per arresti, sequestri e torture indiscriminate. Human Rights Watch li ha definiti “uomini senza pietà”: «Il governo di transizione del Sudan dovrebbe tenere a freno le Rapid Support Forces, che stanno assumendo un potere sempre crescente senza alcuna base legale», aveva dichiarato lo scorso febbraio Laetitia Bader, direttrice per il Corno d’Africa di HRW.

Con queste premesse, la preoccupazione non può che crescere. I manifestanti contrari al golpe militare continuano a scendere in piazza e a gridare slogan nonostante i carri armati schierati nelle strade di Khartoum. Gli attivisti sudanesi stanno andando casa per casa (internet è ancora bloccato) per organizzare un enorme corteo (si parla di un milione di persone) per sabato prossimo, 30 ottobre, lungo le strade principali della capitale e davanti agli uffici governativi: per dire no alla giunta militare, chiedere il rilascio degli arrestati e il ripristino di un governo a guida civile. Il timore è che la risposta del braccio armato dell’esercito possa essere durissima. Ma la tensione sarà talmente alta che basterà una qualsiasi scintilla per far scoppiare un incendio. L’ambasciata degli Stati Uniti ha emesso un avviso di sicurezza, nel quale si consiglia ai cittadini statunitensi di “trovare rifugio” e di “evitare le proteste”.

Tuttavia il generale Burhan, che nelle ultime ore si è preso perfino la briga di “licenziare” sei diplomatici sudanesi, tra i quali gli inviati negli Stati Uniti, in Cina, Francia e Unione Europea, perché si sono apertamente schierati contro il golpe militare e al fianco del premier deposto, non arretra di un passo, nonostante il “peso” dello stop agli aiuti economici. Si mostra conciliante (ha permesso a Hamdok un colloquio telefonico con il segretario di stato americano, Antony Blinken, che gli ha espresso la sua «profonda preoccupazione» per il golpe), continua a ripetere che è intervenuto soltanto per scongiurare il rischio di una guerra civile e che s’impegna a “passare” il potere nelle mani di un governo civile nel luglio 2023, data già fissata per lo svolgimento delle elezioni generali. Tutto sta a fidarsi della parola del generale. Con i più importanti attivisti pro-democrazia arrestati e reclusi chissà dove, chissà come. Mentre si moltiplicano le denunce di scomparsa per decine di politici e giornalisti “picchiati, incappucciati e portati via”. Le prossime ore saranno decisive per capire quale piega prenderanno gli eventi, ma la partita si gioca anche a livello diplomatico. Con gli Stati Uniti che dovranno stare ben attenti a “dosare” l’entità dell’isolamento del governo golpista, per evitare il rischio che il Sudan possa scivolare sotto l’influenza di Mosca o, peggio, di Pechino.

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