Il sé digitale: intervista a Vittorio Gallese
Nel suo ultimo saggio Il sé digitale (Raffaello Cortina Editore, 2026) Vittorio Gallese, neuroscienziato tra gli scopritori dei neuroni specchio, prova a riportare il dibattito sul digitale fuori dalle semplificazioni: né entusiasmo ingenuo né rifiuto nostalgico. Piuttosto, un invito a capire cosa sta succedendo all’umano – nel corpo, nella mente, nelle relazioni. Lo abbiamo intervistato.
Lei scrive che “inventare ci definisce”. In un’epoca in cui la realtà sembra sempre più mediata dagli schermi, che cosa rappresenta per noi l’invenzione? È ancora una forma di realtà?
"Certo. L’intelligenza artificiale lo dimostra bene: non si è creata da sola, l’abbiamo creata noi. È una nuova tappa di un percorso tecnologico che è inscritto nella nostra natura. Siamo Homo sapiens, ma anche Homo technologicus. Senza tecnologia – dal fuoco fino a ChatGPT – probabilmente saremmo tra le specie estinte. La nostra debolezza costitutiva è diventata una forza proprio perché abbiamo saputo dotarci di protesi tecnologiche, di cui l’intelligenza artificiale è solo la più recente incarnazione."
Ci pensavo ieri dal treno, guardando le automobili scorrere accanto alla ferrovia. Nel mio orizzonte le automobili ci sono sempre state, ma così non era per i miei nonni.
"Certo, il mondo cambia…"
Questo cambiamento, secondo lei, è diverso? La rivoluzione industriale produceva cambiamenti “fuori di noi”: l’automobile è qualcosa che usiamo. Ora invece abbiamo a che fare con qualcosa che sembra entrare dentro, che sembra ragionare come noi – anche se non è vero. È un cambiamento diverso?
"Diciamo che è un cambiamento che si somma agli altri, e, in quanto tale, è simile alle rivoluzioni tecnologiche precedenti. L’essere umano, dal tempo dell'invenzione della scrittura in poi, non è stato più lo stesso. Il più illustre tecnofobo della storia dell’Occidente è Platone che nel Fedro critica proprio la scrittura, accusandola di impoverire capacità come la memoria. E oggi lo vediamo: prima degli smartphone, sapevamo numeri a memoria, ora li deleghiamo ai dispositivi.
Quello che c’è di nuovo è la capillarità dell’innovazione e la velocità con cui avviene. È come se fossimo sulle montagne russe, cercando di capire dove siamo, con una prospettiva che cambia continuamente. Siamo su un terreno mobile, e questo richiede più conoscenza e più educazione. Ma stiamo andando nella direzione opposta: fingiamo di vivere ancora in un mondo analogico e rispondiamo con il proibizionismo. È una strategia perdente.”
Qual è allora quella vincente?
"Investire nell’educazione digitale. Noi siamo esseri incarnati e relazionali: per fare una mente ce ne vogliono due. La mente non è solo nel cervello, ma nel corpo e nella relazione con il mondo. Ogni tecnologia cambia il mondo e, a sua volta, ci cambia. Oggi questo cambiamento è rapidissimo e avviene attraverso strumenti controllati da pochi, in modo poco trasparente. Questo è motivo di preoccupazione, ma non deve tradursi in paura. La paura paralizza. Dobbiamo acquisire gli strumenti per governare la tecnologia, non esserne governati. E per governare la tecnologia bisogna prima di tutto conoscerla, capire come funziona e poi bisogna utilizzarla per fini creativi, cosa che richiede un enorme sforzo educativo che non stiamo facendo e richiede, a noi europei, enormi investimenti per ridurre il gap tecnologico rispetto a Cina o Stati Uniti che ci rende al momento semplicemente gli utilizzatori finali di queste tecnologie, con tutte le implicazioni economiche, sociologiche e politiche che ciò comporta."
Mi sembra che questa sia un’epoca in cui comunque cerchiamo una visione integrata, olistica: mente e corpo insieme. Ma allora, davanti alla virtualità – fino all’intelligenza artificiale, che sembra quasi un altro essere umano – cosa succede al corpo? Ingenuamente penserei che venga coinvolto meno...
"Il corpo resta centrale: è il punto di partenza e di arrivo. Anche nell’interazione con uno schermo, è sempre il corpo che sente, reagisce. Altrimenti non si spiegherebbe perché piangiamo o ridiamo al cinema, per esempio. Il problema è che oggi lo schermo è ovunque: non è più solo intrattenimento, ma anche informazione, politica, economia, educazione. E soprattutto è attivo: ci sollecita. Questa mattina, per esempio, un algoritmo mi ha mostrato un ricordo. Non l’ho scelto io. E questo ha implicazioni profonde: la memoria autobiografica è fondamentale per la costruzione della nostra identità. Se i ricordi che emergono non dipendono più da incontri casuali con il mondo – come la famosa madeleine di Proust – ma da un algoritmo, allora una parte della nostra soggettività è guidata da logiche esterne, spesso legate al profitto."
E questo riguarda anche le relazioni?
"Sì. Il rischio è che iniziamo a costruire l’idea dell’altro a partire da un’interazione con entità artificiali. Proiettiamo sull’algoritmo caratteristiche umane e poi portiamo questo modello nelle relazioni reali. È un cambiamento antropologico. Ma il digitale è altrettanto naturale del fuoco o della macchina a vapore o dell'invenzione della scrittura.
Fenomeni come le relazioni con avatar, oggi ancora marginali in Italia ma più diffusi negli Stati Uniti, sono sintomi di qualcosa di più profondo: una società che privilegia l’individualismo e la frammentazione a scapito del contatto reale."
Lei è tra gli scopritori dei neuroni specchio. Questo meccanismo funziona anche nelle interazioni digitali?
"Sicuramente funziona anche quando incontriamo un altro essere umano attraverso la mediazione di uno schermo. Di che cosa succede quando dialoghiamo con un'alterità surrogata di tipo linguistico sappiamo ancora poco. Gran parte della ricerca oggi è canalizzata nello sviluppare algoritmi sempre più sofisticati e spesso avviene in contesti privati con una totale opacità.
Dovremmo investire molto di più nello studio degli effetti di queste relazion: siamo solo all’inizio. Oggi si parla di world models: modelli del mondo da utilizzare per addestrare algoritmi che, con questa mossa, potrebbero acquisire caratteristiche che li avvicinerebbero molto di più a noi esseri umani di quanto siamo in grado di immaginare oggi o di quanto riscontriamo quando dialoghiamo con ChatGPT. L’idea è che l’intelligenza non nasca dal linguaggio ma dall’esperienza del mondo. Se si riuscisse a dare alle macchine una forma di esperienza, la distanza da noi potrebbe ridursi molto."
Però, seguendo il suo ragionamento, l’AI non potrà mai avere un corpo come il nostro...
"In realtà esistono già corpi artificiali molto avanzati. Si lavora su protesi con sensibilità tattile e termica. Se uniamo questo allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, la distanza si riduce ulteriormente."
Allora non posso non farle quest’ultima domanda: cos’è la coscienza? Quella che crediamo ci renda diversi dalle macchine, sempre e per sempre?
"La risposta breve è: non lo sappiamo. Esistono varie teorie, ma nessuna definitiva.
Io mi sono sempre occupato di “coscienze” al plurale: coscienza dello spazio, delle azioni, delle emozioni, della relazione con l’altro. Come dall’attività dei neuroni emerga l’esperienza soggettiva non lo sappiamo. Sappiamo che alcune aree del cervello sono essenziali per la consapevolezza di essere vivi e di percepire il mondo: quando vengono lesionate, si può entrare in coma o in stato vegetativo. Da qui nasce una prima mappa della coscienza, legata a specifiche strutture cerebrali. Nei casi più gravi la coscienza scompare del tutto; in altri, le funzioni vitali restano, ma sembra venire meno la consapevolezza di esistere. Ci sono però situazioni più complesse: pazienti che appaiono incoscienti ma non lo sono. Alcune sindromi mostrano che, se i pazienti vengono interrogati nel modo giusto – per esempio attraverso i movimenti oculari – possono comunicare e rivelare una coscienza ancora presente. È una questione di soglie. Finché penseremo la mente come chiusa nel cervello, probabilmente non la troveremo."
Sarebbe affascinante capire cosa ha portato Proust a raccontare le madeleine...
"Una delle cose migliori che la nostra specie si sia inventata è la scienza, l'altra è indubitabilmente l'arte. Ci sono territori a cui la scienza ancora oggi non ha accesso ma a cui ha accesso l'arte e quest’ultima sa rivelarci degli aspetti di noi e del mondo che altrimenti resterebbero inavvicinabili. Si tratta, questa, di una dimensione che non può essere tradotta. Potremmo studiare il cervello di Proust per cent’anni senza scoprirne il suo “segreto”, che non si riduce ai processi dei suoi neuroni. E probabilmente non è riducibile nemmeno alle sue sole esperienze corporee. Ognuno di noi è in qualche modo misterioso."
“ Il corpo resta centrale: è il punto di partenza e di arrivo Vittorio Gallese