SCIENZA E RICERCA

Il dinosauro più piccolo del colibrì

Una piccola goccia d’ambra, del trascurabile peso di 2,84 grammi, ha conservato per circa 99 milioni di anni un minuscolo reperto. Arrivata nelle mani del giusto osservatore – Lida Xing, giovane paleontologo cinese – essa ha infine svelato il suo segreto: una piccolissima testa, in ottimo stato di conservazione, di quello che potrebbe essere il più piccolo dinosauro aviano mai individuato.

Il piccolo cranio dotato di becco, rinvenuto nel 2016, è stato approfonditamente analizzato, e i risultati della ricerca sono stati condivisi sulla rivista Nature. Il reperto è straordinario già solo per le sue dimensioni: il cranio, infatti, è lungo – becco compreso – soltanto 7,1 mm: è più piccolo del più minuto degli uccelli oggi esistenti, il colibrì verbena (Mellisuga minima), il cui cranio misura ben 8,8 mm. Gli studiosi, alla luce delle analisi anatomiche, avanzano l’ipotesi che l’animale sia l’unico esemplare noto di una specie e di un genere finora sconosciuti, ed è stato ribattezzato Oculudentavis khaungraae. Il termine che designa il genere rimanda alla struttura fisica dell’animale, il cui cranio (l’unica parte a noi nota) è caratterizzato da due ampie orbite oculari e da un becco dentato; il nome della specie, invece, ricorda Khaung Ra, la donna che ha donato il reperto all’Hupoge Amber Museum di Thengchong, in Cina.

Le ridottissime dimensioni dell’esemplare potrebbero essere spiegate come adattamento ad un ambiente insulare: infatti, nonostante provenga dal sito di Angbamo, nel nord-est della Birmania, l’ambra contenente il reperto potrebbe essersi formata in un arco insulare. Vari quesiti vengono sollevati anche a proposito dell’inusuale combinazione di tratti primitivi (“una barra postorbitale completa e un’estesa dentatura”) e moderni (“un’estesa porzione non perforata del rostro e un’orbita confluente con la finestra antorbitale”): sembra, comunque, di poter interpretare quasi tutte queste caratteristiche come effetti della miniaturizzazione conseguente all’evoluzione in un contesto insulare.

O. khaungraae “ha più denti di qualsiasi altro uccello mesozoico conosciuto”: la folta dentatura potrebbe suggerire, a discapito delle ridottissime dimensioni, la natura predatrice di questa specie, che avrebbe potuto nutrirsi di piccoli insetti. Inoltre, l’analisi della posizione e della grandezza delle orbite oculari sembra indicare una visione – e dunque un’attività – principalmente diurna.

Secondo gli autori della ricerca, “il teschio di O. khaungraae presenta una generale morfologia aviana”: l’ipotesi – che comunque andrà verificata mediante ulteriori ricerche comparative – è, pertanto, che questa nuova specie sia una rappresentante (certamente inusuale, almeno per le dimensioni) dei dinosauri aviani, e che possa essere considerata una forma intermedia tra i generi Archaeopteryx e Jeholornis, cioè tra dinosauri non aviani e uccelli.

(Jingmai O'Connor, una delle autrici dello studio, commenta la scoperta)

La comunità scientifica non ha accolto in modo unanime i risultati di questa ricerca: sono molteplici i pareri di coloro che, pur riconoscendo l’importanza della scoperta (si tratta pur sempre dell’individuazione di un nuovo genere), contestano l’ipotesi che si tratti di un dinosauro, sostenendo, al contrario, che – viste le dimensioni e le numerose incongruenze con l’anatomia tipica degli uccelli – potrebbe trattarsi del cranio non pienamente sviluppato di un piccolo rettile mesozoico.

Un’altra questione sollevata da questa scoperta riguarda il medium di conservazione del reperto, l’ambra. I depositi di ambra della Birmania, infatti, hanno offerto, negli ultimi anni, un vero tesoro di ritrovamenti preistorici; tuttavia, la difficile situazione politica della regione pone gli scienziati di fronte ad un dilemma etico, poiché l’acquisto di ambra proveniente da quelle zone potrebbe alimentare i conflitti etnici che si condensano (anche) intorno a questo giro d’affari di dimensioni internazionali.

Gli autori dello studio sul microscopico dinosauro, chiaramente, si difendono: Jingmai O’Connor, una delle autrici, sostiene che occasioni così importanti, e così rare, di accrescere la nostra conoscenza del mondo preistorico non possono andare perdute. Ma non tutti sono dello stesso parere: molti scienziati, proprio a causa della problematica provenienza geografica del reperto, hanno declinato l’invito a commentare la scoperta.

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