CULTURA

L’idea di Frankenstein: dopo una tempesta, nell’anno senza estate

In una notte di giugno del 1816, a Villa Diodati, sul lago di Ginevra, dove già aveva soggiornato Milton, in quello che sarebbe stato ricordato come “l’anno senza estate”, a causa dell’eruzione del vulcano Tambora in Indonesia che aveva oscurato il cielo, nasce l’idea di Frankenstein, romanzo di Mary Shelley pubblicato nel 1818. Nella villa presa in affitto da Lord Byron arriva, in visita, un gruppo di inglesi. Tra questi, il poeta Percy B. Shelley e la futura moglie Mary, accompagnati dall’inseparabile Jane, detta Claire, Clairmont, sorellastra di Mary. “Percy è conosciuto come il radicale per eccellenza di tutto il panorama britannico – racconta Marilena Parlati, docente di Letteratura inglese all’università di Padova (Disll) –. È riuscito a farsi cacciare dall’università, è un ateo, un rivoluzionario, un uomo decisamente controcorrente soprattutto per le sue scelte di vita”. Dopo il suicidio della prima moglie, sposa Mary nel dicembre dello stesso anno: la incontra due anni prima, nel maggio 1814, frequentando la sua casa, mosso dapprima dal desiderio di conoscere il padre di lei, il filosofo William Godwin, se ne innamora e inizia a frequentarla scegliendo come luogo per i loro incontri la tomba della madre, Mary Wollstonecraft, letterata, filosofa, viaggiatrice, attivista, una delle prime teoriche dei diritti delle donne. Percy fugge con la giovanissima Mary, una prima volta in Francia (una fuga mai perdonata dal padre di Mary), poi in Svizzera, per raggiungere Byron, fino ad arrivare in Italia, con il Veneto come tappa fondamentale, tra Venezia e i Colli Euganei dove la coppia resta un paio di mesi, nell’autunno 1818. E, proprio qui, i due perderanno la loro figlioletta Clara, sepolta in una tomba senza nome al Lido.

Nella villa al lago, Mary e Percy trascorrono le serate in compagnia di Byron e del suo medico personale John Polidori, facendo uso di sostanze di ogni tipo. Tra letture e discussioni di testi letterari, in particolare racconti tedeschi di fantasmi tradotti in francese. In una di quelle sere, dopo una tempesta, nasce l’idea di Frankenstein, fatto di cui Mary parla nell’introduzione al romanzo nel 1831, uscendo allo scoperto come autrice del testo, rispondendo così a un bisogno di giustificare e legittimare la scelta di quella storia che porta il genere gotico al suo estremo. La vicenda si veste di mito quando Byron, coinvolgendo i suoi ospiti, lancia una scommessa letteraria per l’elaborazione di un racconto da brivido da condividere nelle notti successive. Mary Shelley e John Polidori prendono molto sul serio la sfida: così, mentre Polidori inventa il racconto breve Il vampiro, prima trattazione di una icona horror che godrà poi di immensa fortuna, Mary sviluppa una prima idea di Frankenstein, storia che ben presto svilupperà legando saldamente questa intuizione al tema della nascita e della morte, alla scienza, all’etica. “Con questa storia Mary immagina una nuova vita che rianima un corpo morto. E questo è certamente un elemento molto potente. Nascita e morte – spiega Parlati -. La creatura è la progenie mostruosa e nasce due volte, e lo è anche il romanzo perché nasce e continua a duplicarsi e moltiplicare parti di sé anche oggi. La nascita viene associata all’abbandono e alla morte, che insegue la creatura, il romanzo e la stessa autrice, nella sua vita reale. Ancora bambina, Mary conosce il dolore della perdita, un peso che si porterà dietro per tutta la vita: la madre muore di febbre puerperale poco dopo averla data alla luce e la sua intera esistenza sarà segnata da continui lutti, dalla morte dei figli a quella del marito”. Nell’edizione del 1818 dell’opera è centrale la scienza, con riferimenti all’energia elettrica e alle grandi scoperte, anche come risposta al gusto del tempo, sulla scia di una “scienza popolare che arrivava nei teatri: in quegli anni in Europa giravano veri e propri spettacoli scientifici che mettevano davanti agli occhi degli spettatori dei cadaveri rianimati grazie all’utilizzo della pila voltaica. Il dato scientifico che troviamo in Frankenstein è popolare, la gente pagava per vedere quei cadaveri nei teatri veri, non anatomici, che si muovevano per reazione meccanica, noi lo sappiamo, ma il pubblico del tempo non lo sapeva. L’effetto gotico di quella scienza aveva conquistato moltissimi spettatori di classi sociali diverse”. Nell’edizione del 1831 i riferimenti scientifici vengono in qualche modo sostituiti da una riflessione più profonda sull'etica.

E su Mary Shelley, prima bambina e poi donna e scrittrice, Marilena Parlati aggiunge: “Ogni volta che parlo di lei, ricordo il peso familiare che fu costretta a sostenere per tutta la vita: un padre come il filosofo William Godwin, figura che rappresenta gli ideali dell’illuminismo europeo sul suolo britannico. Invitava le donne a liberarsi, a sciogliere i legami che impedivano loro di dare un contributo al mondo. William Godwin sposa Mary Wollstonecraft, una protofemminista, associata alle prime forme di emancipazione, autrice di A vindication of the rights of woman, un testo che ha lasciato il segno. Non ha tempo di crescere la figlia perché muore a due settimane dal parto. Mary vive per sempre segnata da questo lutto e della madre scrive nei diari e nelle lettere, quasi senza interruzione, e impara a leggere toccando con la mano le lettere del nome sulla sua tomba”.

Per celebrare i duecento anni di Frankenstein o il Prometeo moderno, in collaborazione con il comune, l’università di Padova ha lanciato la seconda edizione di One book one city, un progetto di lettura individuale e collettiva di un unico libro importante, in tanti modi, spazi e stili diversi.

Ti vedrò domani, amore mio e se avrai trovato i soldi (e davvero li devi ottenere), sfideremo i nemici e gli amici […] e non ci lasceremo più! Che delizia di frase! Rallegrerà i miei sogni. La tua Mary che ti ama teneramente. Dalla lettera di Mary a Percy - Londra, 3 novembre 1814

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