SOCIETÀ

I nativi digitali e la consapevolezza dei rischi online

Di tutte le bestie selvagge, l’adolescenza è la più difficile da trattare” sosteneva Platone più di duemila anni fa. L’epoca conta relativamente, da sempre quella dell’adolescenza è una fase di transizione estremamente delicata nella vita di ogni essere umano, connotata da voglia di libertà e senso di ribellione. Gli adolescenti di oggi però conoscono una dimensione in più rispetto al passato, quella che il professor Paolo Maria Ferri, del dipartimento di Scienze umane per la formazione dell’università Bicocca di Milano, definisce come autorappresentazione sociale del sé.

Gli adolescenti di oggi sono i cosiddetti “nativi digitali”, non conoscono un tempo senza tecnologia. “Oggi esiste un luogo dell’autorappresentazione che un tempo non esisteva e che influisce molto sulla costruzione del sé e della propria identità, che è sia reale sia virtuale” chiarisce Ferri. A mancare è una consapevolezza ben chiara di come funziona questa autorappresentazione del sé online: “Il problema è a monte, manca un’educazione alla cittadinanza digitale, soprattutto qui in Italia dove la cultura del web è arrivata più tardi” aggiunge il professore.

Non c’è cognizione del fatto che le tracce che si lasciano online hanno una portata globale, così come è globale la diffusione di alcuni nuovi fenomeni web perversi che negli ultimi tempi sono tristemente saliti agli onori delle cronache. Si tratta delle challenge che vengono lanciate sulle piattaforme social, si pensi alla vicenda del giovanissimo free climber Igor Maj che lo scorso settembre è morto soffocato per aver aderito alla Blackout challenge. Pratica che consiste nel privarsi d’ossigeno per qualche minuto: l’idea trasmessa online, assolutamente falsa, è che ciò conduca a uno stato di euforia e rilassamento. Tra le varie sfide virali è senz’altro da menzionare il fenomeno Blue Whale che ebbe una portata globale nel 2017 e che incitava all’autolesionismo. Fortunatamente queste pratiche non rappresentano la norma, ma occorre muoversi al più presto in direzione di una maggiore educazione che prevenga l’esistenza di questi casi limite. “Il web porta a una intensificazione dell’esperienza” spiega Ferri, motivo per cui si rende sempre più necessaria una formazione che vada a sviluppare un senso di responsabilità digitale.

Il primo contatto con la tecnologia oggi avviene ormai in culla, tanto che l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ha ritenuto necessario emanare delle linee guida. Stando alle loro ricerche bisognerebbe evitare l’esposizione a qualsiasi tipo di display per i bambini di età inferiore ai due anni, mentre per i bambini fino ai cinque anni è raccomandabile che il cosiddetto screen time non superi i 60 minuti al giorno. L’idea di fondo è che bisogna evitare di abituare i bambini a un comportamento sedentario che rischia poi di accompagnarli per tutta la vita; secondo i dati infatti al giorno d’oggi più del 23% degli adulti e più dell’80% degli adolescenti non sono fisicamente attivi a sufficienza.

È chiaro che ormai la nostra vita è, e probabilmente sarà sempre di più, una vita virtualmente connessa, si rivela dunque sempre più necessario adottare delle modalità di formazione che siano al passo con questi inevitabili cambiamenti.

 

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