SCIENZA E RICERCA

Quale Agenzia Nazionale per la Ricerca?

Il contratto di governo stipulato tra i due contraenti che formano la maggioranza in Parlamento – Movimento Cinque Stelle e Lega – non parla molto di ricerca scientifica e innovazione tecnologica. Tuttavia fa cenno alla necessità di istituire un’Agenzia Nazionale della Ricerca. Una denominazione che sembra richiamare un’antica proposta del Gruppo 2003, l’associazione nella quale si ritrovano la gran parte degli scienziati italiani più citati nella letteratura scientifica internazionale. 

Negli ultimi mesi la stampa ha riportato brevi notizie intorno all’Agenzia Nazionale della Ricerca che il governo vorrebbe istituire. L’idea, sembra, sia quella di creare una sorta di struttura di coordinamento degli Enti Pubblici di Ricerca, non si sa bene se solo di quelli vigilati dal Miur (come il Cnr o l’Infn) o anche gli enti che afferiscono ad altri ministeri (come, a esempio, L’Istituto Superiore di Sanità). 

La sensazione – perché di questo si tratta, non avendo il governo chiarito le sue intenzioni – è che nell’idea di M5S e Lega l’Agenzia Nazionale della Ricerca dovrebbe essere una sorta di Super Ente, che guida e coordina tutti gli altri

Ebbene, Nicola Bellomo – il matematico che è l’attuale presidente del Gruppo 2003 – ha scritto una lettera a Marco Bussetti, ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur), per precisare quali sono, invece, la natura e il ruolo che il Gruppo 2003 assegnerebbe all’Agenzia Nazionale della Ricerca. 

Una natura e un ruolo terzo rispetto a quello che compete al governo e alle sue articolazioni, che è quello di definire la quantità dei finanziamenti pubblici alla ricerca e sviluppo (R&S) e, anche, la partizione a grana grossa tra i diversi settori: quanto alla fisica, quanto alla biologia, quanto alla medicina e così via.

Qui dovrebbe esaurirsi il compito del governo

L’Agenzia Nazionale della Ricerca sarebbe un organismo terzo – rispetto sia al governo, dunque, che agli Enti Pubblici di Ricerca e alle università – che avrebbe il compito di finanziare, nell’ambito del budget nazionale definito dal governo, i progetti migliori presentati nei diversi settori dai ricercatori italiani. Assicurando la continuità dei finanziamenti (che in Italia non c’è) sulla sola base del merito. 

La continuità dovrebbe essere assicurata da una struttura agile formata da persone competenti, con un’alta specializzazione professionale, come accade, per esempio, presso la National Science Foundation degli Stati Uniti. Mentre il merito dovrebbe essere assicurato mediante un processo di peer review realizzando facendo ricorso a peers (colleghi) anche stranieri e in ogni caso di grande valore scientifico. Va da sé che i valutatori non dovrebbero in nessun modo candidarsi con propri progetti. Completa separazione tra chi eroga e chi si candida a ricevere.

Diciamo subito che questo sistema ha molti pregi. Ma anche qualche difetto. Se una persona per fare ricerca può contare solo e unicamente sui fondi a un proprio progetto, non ha alcuna garanzia per il suo futuro. Magari oggi vinci e porti aventi la tua ricerca per tre anni, ma poi al prossimo turno non sei selezionato e resti al palo. Insomma, in un sistema di questo genere al ricercatore non viene assicurata sufficiente serenità.

L’ideale sarebbe, probabilmente, un sistema misto: da un lato continuare ad avere ricercatori occupati a tempo indeterminato (con uno stipendio, dunque) e con risorse di base e poi un sistema fondato solo e unicamente sul merito per quanto riguarda i progetti di ricerca.

Ma c’è un altro fattore che Bellomo, a nome del Gruppo 2003, mette in risalto: assicurare i finanziamenti alla ricerca di base: il vero motore nella produzione di nuova conoscenza e, dunque, dell’innovazione tecnologica.

Va da sé che c’è bisogno di un ulteriore elemento di base: il budget. Oggi gli investimenti pubblici italiani in ricerca sfiorano appena lo 0,50% del prodotto Interno Lordo. Dovrebbero almeno raddoppiare, per raggiungere quell’1,0% che è considerato il minimo indispensabile dall’Unione Europea che a Lisbona, nell’anno 2000, e poi a Barcellona, nell’anno 2002, si è data come obiettivo quello di diventare leader al mondo dell’economia della conoscenza.  

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