SOCIETÀ

Il rebus del nuovo governo spagnolo

Il Partito Socialista di Pedro Sanchez ha vinto le recenti elezioni in Spagna, e su questo c’è poco da obiettare, i numeri parlano chiaro. Ma è come se avesse vinto qualcosa di estremamente difficile da afferrare, come se il premio fosse chiuso in una cassaforte senza serratura. Come aprirla? Come formare il nuovo governo? Con chi? E soprattutto: a quale prezzo? Perché le trattative a questo portano: a un prezzo da pagare. E 53 seggi, quanti ne servono al Psoe per arrivare in Parlamento alla fatidica soglia di 176 deputati, la più risicata delle maggioranze, costerebbero moltissimo in termini di accordi e concessioni. Un rebus che però nessuno, al momento, sembra aver fretta di risolvere. Con calma, dicono al quartier generale dei socialisti. Dopo le elezioni regionali ed europee, promettono. Perché le trattative per trovare le alleanze necessarie saranno lunghe e complesse. Come ha di fatto ammesso Cristina Narbona, presidente del Partito Socialista, a poche ore dall’esito delle urne: "Tutte le opzioni sono sul tavolo. Siamo aperti a qualsiasi accordo e dialogheremo con tutti. Anche con gli indipendentisti catalani, a patto che rinuncino all’idea di un referendum per l’indipendenza della Catalogna che è a priori fuori da qualsiasi trattativa e da qualsiasi discussione. È l’unica linea rossa, per il resto tutto è possibile". Quindi partita apertissima, ma senza accelerazioni, meglio aspettare. Una tattica per ammorbidire alcuni spigoli, soprattutto se i prossimi voti porteranno ai socialisti risultati ancor più marcati. O forse una necessità, perché l’unica alternativa per i socialisti agli accordi con altre forze politiche sarebbe dar vita a un fragilissimo governo di minoranza.

Ciudadanos si smarca: «Noi all’opposizione»

Ripartiamo dai numeri. I socialisti hanno ottenuto il 28,7% dei voti, pari a 123 seggi in Parlamento: 38 in più delle precedenti elezioni e circa il doppio del Partito Popolare, che è crollato al 16,7%(66 seggi). Dietro di loro Ciudadanos (la destra liberale) in crescita al 15,8% (57 seggi), Podemos (in netto calo, con il 14,3% e 42 seggi), e i nazionalisti di Vox, estrema destra, nostalgici del franchismo (per lo scrittore spagnolo Javier Cercas «Vox non è franchismo, è peggio»), gran sorpresa di questa tornata elettorale, che con il 10,3% (e 24 seggi) entrano per la prima volta nel Parlamento spagnolo. Un Parlamento che peraltro avrà il maggior numero di deputate della sua storia: 164 su 350 (26 in più della scorsa legislatura), pari al 46,8% dei deputati eletti.

Partita complicata dunque. Tanto che il leader socialista Pedro Sanchez, pur nella felicità per il buon risultato ottenuto, si è limitato a rilasciare dichiarazioni piuttosto generiche: "Abbiamo mandato un messaggio all’Europa e al resto del mondo. Si può vincere l’autoritarismo e l’involuzione". Oppure: "Ha vinto il futuro, ha perso il passato". E ancora: "Formeremo un governo pro Europa", ha promesso ai suoi sostenitori. Che in risposta gli hanno gridato: "Con Rivera no!", alludendo ad Albert Rivera, leader di Ciudadanos, nella speranza di stroncare sul nascere anche solo la vaga ipotesi di accordo con i liberisti. Perché i numeri questo dicono: con Ciudadanos ci sarebbe una maggioranza(i loro 57 seggi, più i 123 socialisti). Risicata ma pur sempre maggioranza. Ipotesi che comunque sembra tramontata sul nascere per l’indisponibilità dichiarata dallo stesso Rivera: "Guideremo l’opposizione con fermezza e senso dello Stato. Non daremo mai sostegno al governo di Sanchez con i populisti di Podemos", prevedendo che l’accordo è già fatto e che sarà reso ufficiale soltanto dopo le elezioni comunali e regionali del 26 maggio, in concomitanza con il voto per le europee. "Siamo abituati alle menzogne di Sanchez e del Psoe".

Le richieste di Podemos

In realtà anche l’accordo con Unidas Podemos di Pedro Iglesias sembra tutt’altro che vicino. Tra i due partiti, e tra i due leader, c’è in effetti un buon rapporto di sintonia, ma sono le pretese di Iglesias, di far parte e di metter bocca sulla composizione della squadra di governo, a far frenare Sanchez. Pretese che nascono dal fatto che Podemos ha perso 29 seggi in queste ultime elezioni. E molti individuano la causa proprio nell’appoggio offerto all’ultimo governo Sanchez (caduto sul voto, negativo, al piano di bilancio dei partiti separatisti catalani). L’appoggio “blando” al nuovo governo non sarebbe capito. Perciò Iglesias alza la voce e pretende un ruolo nell’esecutivo. Perciò Sanchez, al momento, tentenna. Quest’ultimo preferirebbe di gran lunga un governo di minoranza a partito unico che gli consentirebbe di avere carta bianca. Oltretutto bisogna ricordare che Psoe e Podemos insieme non raggiungono la maggioranza, e quindi avrebbero comunque bisogno di pescare qualche altro alleato, come gli indipendentisti catalani (a patto che rinuncino all’ipotesi referendum), il Partito Nazionalista Basco (PNV) o la Coalizione delle Canarie, questi ultimi non proprio in sintonia con il partito di Iglesias. Oltretutto: cosa chiederebbero in cambio nazionalisti e indipendentisti? Quanto “costerebbe”, in termini di compromesso, formare questa ipotetica maggioranza?

L’incognita Vox e il ruolo di Steve Bannon

Allo scenario, già di per sé complesso, va aggiunto il capitolo Vox, il partito di ultradestra e neofranchista in decisa crescita che per la prima volta è riuscito a entrare in Parlamento, con i suoi 24 seggi. Non tanti da far immaginare oggi differenti maggioranze, ma comunque una dote di rilievo che in un prossimo futuro potrebbe pesare. «Le montagne si scalano poco alla volta: per ora abbiamo montato il campo base», ha dichiarato alla chiusura dei seggi Santiago Abascal, leader di Vox, uno che ha dichiarato di “non offendersi” se qualcuno lo definisce fascista, grande amico del vicepremier italiano, Matteo Salvini, con il quale condivide lo sprezzo per gli immigrati e alcuni slogan elettorali (ad esempio: «Prima la Spagna e prima gli spagnoli»). Lo stesso Salvini, il 26 aprile scorso, a poche ore dal voto, gli aveva dedicato un affettuoso post su Facebook: «Un augurio di cuore a Santiago Abascal e a tutti gli amici di Vox España, affinché possano portare in Spagna lo stesso cambiamento che la Lega ha portato in Italia col nostro governo». Con la Lega, Vox ha un altro punto in comune: l’appoggio di Steve Bannon, l’ex direttore della campagna elettorale del presidente americano Donald Trump, ultraconservatore, provocatore, estremista, oggi influente consigliere di diversi leader di estrema destra europei e dispensatore di strategie mediatiche e politiche, peraltro di successo visti i risultati. La sua ambizione è affermarsi come lo stratega dell’espansione dei movimenti populisti in Europa. Secondo una recente puntata di Report, fu proprio Bannon a spingere Lega e 5 Stelle a formare un governo in Italia. Nella sua scuderia figurano anche il Rassemblement National di Marine Le Pen, FPÖ, il Partito della Libertà austriaco, e AFD (Alternative für Deutschland). Dopo il successo elettorale ottenuto da Vox, Bannon ha così commentato: "Vox può generare un'ondata espansiva in tutta Europa".

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