CULTURA

UniversoPoesia: Raimo e Rossari danno voce alle bambinacce

Dicono di averlo fatto per gioco, per distrarsi dal lavoro di romanzieri e traduttori (entrambi, ma non si conoscevano che di vista prima) e per trovare uno spazio di libertà. Veronica Raimo e Marco Rossari hanno costruito una corrispondenza epistolare fatta di poesie in rima, che non sono state pensate per essere pubblicate se non alla fine, una volta dopo che gli autori si sono resi conto di aver messo insieme una vera e propria opera autoportante.

Quella de Le bambinacce (il titolo in onore alla “bambinaccia” di Alberto Arbasino) è una collezione di desideri sfacciatamente rivelati, di paure esorcizzate, di pensieri traditi, messi in bocca a delle fanciulle senza remore (e anche a qualche fanciullo).

E così il mito della purezza dell’infanzia viene sfatato, anche se non certo per la prima volta: c’era una volta la psicanalisi a rivelare al mondo che anche i poppanti hanno delle pulsioni sessuali, ci sono oggi due romanzieri affermati che decidono di giocare con il linguaggio e l’ossimoro. E di parlare di sesso e desideri proibiti con la semplicità e la schiettezza di quell’età di trapasso che non è ancora adolescenza ma non è più infanzia. E chiaramente – nemmeno a dirlo – senza pruderie.

Quello che di più sfrontato fanno Raimo e Rossari è scegliere la rima, che chiama alla mente, anzi all’inconscio, la filastrocca. Ma non stiamo imparando l’abbicì, non stiamo rileggendo Rodari, non è la poesia di Natale, Carnevale o Pasqua, non ci sono cornicette da tracciare a fondo pagina.

Le prime parole che leggiamo ci mettono sull’avviso: C’era una bambinaccia/che aveva scoperto/ di avere una cosa/ tra le gambe, /sotto le mutande/ seduta stante/ (ma pure in piedi). Le bambine di questa raccolta (ma, come detto, c’è anche qualche bambino) non hanno tema di far quello che sempre riesce difficile. Dire le cose come stanno. Chiedere quello di cui hanno voglia. Stupirsi delle possibilità che hanno e, in definitiva, rivelare il proprio sentire.

E se le rime si aprono con versi che ben si presterebbero a popolare un sussidiario: C’era una bambina/ che voleva il mare; [quella] che s’era persa nel bosco/; [quella] che disegnava i fiori ecc., ecco che poi, subito, segue il "twist": perché il mare quella bambina lo voleva dentro e lo sentiva ansare, i fiori erano orrori (e le forme spingevano i genitori a chiamare lo psicologo) e la bambina che amava il bosco ci si perdeva dentro di proposito. Per non parlare della bambina a cui piaceva farsi i tagli e quella che amava lo spigolo.

C’è qualcosa di nero in questa antologia poetica, qualcosa di rock, qualcosa di lirico, qualcosa di erotico… e qualcosa di volutamente infantile, che tutti conserviamo anche se schiacciato nell’angolino dell’anima. Per fortuna che gli scrittori ogni tanto mettono in pausa i loro romanzi per restituirci frammenti di noi senza filtri, e ci insegnano a smettere di raccontarci favole.

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