SOCIETÀ

Whistleblowing nella Pa: segnalare è un diritto, ma resta un percorso a ostacoli

“Purtroppo io l’ho utilizzato ed è una trappola: nel mio caso era gestita da chi in realtà faceva l’illecito e mi si è ritorta contro. Sconsiglio vivamente questo metodo. Sono finti canali di segnalazione per intrappolare le persone oneste”.

Questo è uno dei commenti comparsi sotto il post Instagram in cui veniva presentato il Whistle Monitor, cioè il primo report di monitoraggio civico nazionale dedicato all’accessibilità, alla fruibilità e alla trasparenza dei canali interni di segnalazione nelle pubbliche amministrazioni. È l’esatto contrario di ciò che dovrebbe accadere. Perché il whistleblowing nasce per proteggere chi segnala illeciti, corruzione, irregolarità o abusi nell’interesse pubblico, non  per esporlo o isolarlo.

L’importanza di un monitoraggio delle piattaforme di whistleblowing nasce anche e soprattutto da questa esigenza. Segnalare un illecito infatti non dovrebbe essere un percorso a ostacoli, dovrebbe essere una possibilità concreta, sicura, accessibile. E soprattutto comprensibile. Eppure, se guardiamo ai siti delle pubbliche amministrazioni italiane, questa chiarezza non è sempre garantita. Secondo Whistle Monitor, presentato da Libera in occasione del World Whistleblower Day, nessuno dei 434 enti analizzati raggiunge la piena conformità rispetto agli standard considerati.

Il monitoraggio, condotto tra marzo e maggio 2026 da volontarie e volontari di Libera, SISM – Segretariato Italiano Studenti in Medicina – e LINK – Coordinamento Universitario, ha preso in esame aziende sanitarie, ospedaliere e di ricerca; università pubbliche, private e telematiche; Regioni, Comuni capoluogo, Città metropolitane e Province autonome. In altre parole, tre ambiti centrali della vita pubblica: salute, formazione e amministrazione del territorio.

Il dato più netto è proprio questo: la norma esiste, il diritto alla segnalazione è riconosciuto, ma le condizioni concrete per esercitarlo non sono sempre all’altezza. Più della metà degli enti monitorati, il 56,9%, si colloca in una fascia di adeguatezza solo parziale. Il 28,9% presenta criticità rilevanti. E in 29 casi, pari al 6,7% del campione, manca del tutto una pagina informativa o un canale dedicato al whistleblowing.

Significa che, in una quota non marginale di amministrazioni, chi vorrebbe segnalare un illecito non trova nemmeno il punto di accesso minimo per capire da dove iniziare. Ma significa anche che, in molti altri casi, il canale formalmente esiste, però resta accompagnato da informazioni incomplete, da procedure poco chiare o da soluzioni tecniche che possono scoraggiare proprio le persone che avrebbero bisogno di maggiori garanzie.

“L’idea di Whistle Monitor - spiega a Il Bo Live Leonardo Ferrante, della direzione nazionale di Libera e tra i curatori del progetto Common Comunità monitoranti -, nasce proprio dal tentativo di tenere insieme due diritti. Il primo è il diritto di sapere di chi vuole segnalare: sapere come farlo, con quali tempi, attraverso quali canali, con quali tutele, con quali rischi e con quali esempi concreti rispetto alla propria situazione. Il secondo è il diritto di sapere della collettività: cioè il diritto di ciascuna e ciascuno di noi di capire come le amministrazioni pubbliche si organizzano, decidono, spendono risorse e applicano le proprie politiche di prevenzione della corruzione”.

Il monitoraggio di Whistle Monitor sta quindi esattamente in questo incrocio: da un lato verifica quanto venga rispettato il diritto all’informazione di chi vuole segnalare, dall’altro usa il monitoraggio civico come strumento di controllo dal basso.

“Noi siamo andati a verificare dal basso - continua Ferrante -, quindi tramite un lavoro di comunità monitoranti siamo andati a monitorare, quindi in virtù del nostro diritto di sapere di accedere all'informazione dell'amministrazione pubblica, quanto viene rispettato il diritto di sapere di chi vuole segnalare, quanto viene rispettato il suo diritto ad accedere ad un'informazione completa”.

Lo sguardo di questo primo report è un passaggio importante, perché per la prima volta sposta il whistleblowing fuori da una dimensione puramente interna agli enti. Non riguarda solo chi ha già deciso di segnalare ma riguarda anche il modo in cui una pubblica amministrazione rende visibile, comprensibile e praticabile un diritto.

Che cos’è il whistleblowing, e perché non riguarda solo chi segnala

Il whistleblowing, come si legge nel sito dell'Autorità Nazionale Anticorruzione, è la possibilità, per una persona che opera o ha operato all’interno di un’organizzazione, di segnalare “comportamenti illeciti o irregolari di cui sia venuta a conoscenza nel proprio contesto lavorativo o professionale”. Non riguarda quindi soltanto i dipendenti in senso stretto, ma anche collaboratrici e collaboratori, tirocinanti, ex dipendenti e altri soggetti che, in modi diversi, possono entrare in contatto con una pubblica amministrazione o con un ente.

“Il whistleblowing è un meccanismo di per sé semplice - spiega Ferrante -. Se sul tuo luogo di lavoro, all'interno delle tue funzioni, apprendi, vieni a conoscenza di situazioni di opacità, di illeciti, di comportamenti non opportuni, allora li puoi segnalare. Puoi e devi farlo in forme riservate, affinché il tuo nome non emerga”.

La difficoltà, semmai, arriva dopo. “Ancora troppo spesso ci segnalano situazioni a rischio perché il sistema è ancora immaturo - continua Leonardo Ferrante -, è ancora incerto, in alcuni parti anche la nostra legislazione. C'è bisogno è di far maturare il sistema, fare dei passi in avanti da un punto di vista normativo, ma anche da un punto di vista di prassi anche culturale rispetto all'Istituto stesso”.

Negli ultimi anni infatti, anche sulla spinta della direttiva europea del 2019 e del suo recepimento nell’ordinamento italiano, il whistleblowing è stato sempre più definito non solo come un atto individuale, ma come un sistema di garanzie. Ma non basta dire a una persona che può segnalare, bisogna anche metterla nelle condizioni di farlo senza esporsi inutilmente, senza perdere la riservatezza, senza subire ritorsioni e senza restare sola dentro una procedura opaca.

È proprio su questo punto che il report di Libera sposta il focus di osservazione. Non analizza le segnalazioni già presentate, né misura quanti illeciti siano stati scoperti attraverso questi strumenti. Guarda invece a ciò che viene prima: le condizioni informative e tecniche che rendono possibile una segnalazione. La domanda, quindi, è molto concreta: entrando nel sito di un’amministrazione pubblica, una persona riesce davvero a capire come segnalare? Trova una pagina dedicata? Capisce che cosa può segnalare, a chi, con quali tempi e con quali tutele? Il canale è accessibile anche a chi ha una disabilità? Garantisce davvero riservatezza?

Sono domande apparentemente tecniche, ma in realtà molto politiche. Perché ogni ostacolo informativo può trasformarsi in un disincentivo. E ogni passaggio poco chiaro può indebolire un istituto nato per prevenire corruzione, abusi e cattiva amministrazione.

Una mappa di 434 enti

Il campione analizzato da Whistle Monitor comprende 434 amministrazioni. La parte più ampia riguarda la sanità pubblica, con 190 aziende sanitarie, ospedaliere e di ricerca. Seguono 99 enti del mondo accademico, tra università statali, scuole superiori, atenei privati e telematici. Infine ci sono 145 enti territoriali e locali: Regioni, Comuni capoluogo di provincia, Città metropolitane e Province autonome.

Per ciascun ente sono stati valutati diversi aspetti: la presenza di una pagina dedicata al whistleblowing, la completezza delle informazioni, la chiarezza sui tempi e sulle tutele, la possibilità di utilizzare canali diversi, la tutela della riservatezza, la presenza di una privacy policy specifica, l’accessibilità per persone con disabilità e la trasparenza sulle fasi successive alla segnalazione.

Il punteggio costruito da Libera, con il contributo di ANAC per lo sviluppo e la validazione degli indicatori, non serve a stilare una classifica punitiva, ma a misurare il grado di accessibilità, fruibilità e completezza informativa dei canali interni. In altre parole, a capire quanto il diritto alla segnalazione sia effettivamente praticabile.

Il quadro complessivo mostra una situazione intermedia, ma con molte zone d’ombra. Gli enti che raggiungono la fascia “ottimo” sono il 14,1% del totale. Sono meno della metà di quelli che, invece, finiscono nell’area della criticità. Per Libera questo significa che oggi circa un ente su tre non garantisce le informazioni minime per orientare chi vorrebbe segnalare.

Le differenze territoriali

Come spesso accade quando si osserva la pubblica amministrazione italiana, anche in questo caso la media nazionale nasconde differenze importanti tra territori. L’Emilia-Romagna emerge come la regione con il profilo più solido: registra il punteggio medio più alto, nessun ente in fascia critica e una quota molto elevata di amministrazioni collocate nelle fasce migliori.

La situazione cambia invece in alcune regioni del Mezzogiorno. Sicilia, Abruzzo e Calabria sono indicate dal report come i territori con le fragilità maggiori. In Sicilia più della metà degli enti analizzati si colloca nelle fasce più critiche; in Abruzzo la quota supera comunque il 50%; in Calabria riguarda quasi un ente su due.

Il dato non va letto come una semplice graduatoria tra regioni, ma come un segnale di disuguaglianza nell’accesso a uno stesso diritto. Se il whistleblowing è uno strumento di prevenzione della corruzione e di tutela dell’interesse pubblico, allora la possibilità di usarlo non dovrebbe dipendere dal territorio in cui si lavora, si studia, si riceve una cura o si entra in contatto con una pubblica amministrazione.

Sanità più avanti, università private più fragili

Anche l’analisi per settore mostra differenze significative. La sanità pubblica risulta il comparto più avanzato: le aziende sanitarie, ospedaliere e di ricerca registrano la concentrazione più alta nelle fasce di adeguatezza e il punteggio mediano più elevato del campione.

Gli enti territoriali e locali presentano invece un quadro più polarizzato. Le amministrazioni sovracomunali – Regioni, Città metropolitane e Province autonome – mostrano livelli più alti di adeguatezza, mentre i Comuni capoluogo faticano di più. Quasi un quarto dei Comuni capoluogo analizzati si colloca infatti nelle fasce critiche e in una parte dei casi emerge un vero e proprio vuoto informativo.

Il dato più problematico, però, riguarda il mondo universitario privato e telematico. Secondo il report, nelle università private l’assenza totale del sistema interno di segnalazione riguarda il 22,2% dei casi, una quota molto più alta della media generale. Gli atenei pubblici, invece, mostrano un profilo più omogeneo, ma spesso fermo nelle fasce centrali: sufficienti, quindi, ma raramente eccellenti.

È un aspetto rilevante, perché le università sono comunità complesse. Non ci sono solo docenti e personale amministrativo, ma anche studenti, dottorandi, assegnisti, tirocinanti, collaboratori, personale esterno. Tutte figure che, in modi diversi, possono entrare in contatto con irregolarità o comportamenti problematici che possono coinvolgerli o meno in prima persona, ma che non sempre dispongono della stessa forza contrattuale o della protezione necessaria per esporsi e denunciare l’accaduto.  

Le barriere informative

Guardando ai singoli indicatori, si capisce meglio dove si inceppa il sistema. Oltre il 12% degli enti non dispone di una pagina web dedicata al whistleblowing. In questi casi le informazioni possono essere assenti, disperse in regolamenti interni, nascoste nei piani anticorruzione o collocate in sezioni generiche del sito.

Ma anche quando la pagina esiste, spesso non aiuta davvero chi deve orientarsi. Solo il 3,1% degli enti fornisce esempi concreti di segnalazione calibrati sulla propria realtà organizzativa. È un dato molto basso, perché chi sta valutando se segnalare ha bisogno di capire, in modo semplice, che cosa rientra o non rientra nel whistleblowing. Un elenco generico di definizioni può non bastare, soprattutto se la persona teme di sbagliare o di esporsi inutilmente.

Meno della metà degli enti indica chiaramente i tempi di risposta. In circa un caso su cinque, inoltre, l’amministrazione non fornisce informazioni sulla fase istruttoria che segue l’invio della segnalazione. Anche qui il problema non è solo procedurale. Il silenzio, per chi segnala, può diventare ansia, sfiducia, percezione di isolamento.

Ci sono poi le garanzie di riservatezza e protezione. Il 32,7% degli enti non pubblica una privacy policy specifica per il whistleblowing o non ne pubblica alcuna. Il 23% non riporta informazioni sulle forme di protezione previste. E solo una parte degli enti spiega concretamente come comunicare ad ANAC eventuali ritorsioni subite dopo la segnalazione.

Accessibilità e canali: quando la tecnica diventa sostanza

Un altro nodo riguarda l’accessibilità. Gli strumenti tecnici per persone con disabilità o con difficoltà visive, motorie e cognitive sono presenti solo nel 12,6% delle pagine analizzate. Questo significa che, anche quando il canale esiste, potrebbe non essere realmente utilizzabile da tutte le persone.

Il tema è centrale perché l’accessibilità non è un elemento secondario della procedura. È parte del diritto. Se una pagina non è navigabile, se le informazioni non sono comprensibili, se il percorso non è adatto a persone con bisogni diversi, il sistema finisce per selezionare chi può segnalare e chi no.

Ci sono poi le modalità concrete di segnalazione. La piattaforma digitale crittografata è ormai lo standard principale ed è presente nella grande maggioranza degli enti monitorati. Ma esistono ancora canali più "classici" che sono però rischiosi per la riservatezza, come l’uso di email, le PEC, o addirittura le consegne cartacee. In alcuni casi poi l’accesso alla piattaforma passa dall’intranet o da credenziali aziendali, con buona pace dell'anonimato.

Anche la possibilità di scegliere tra canale scritto e orale non è sempre garantita. Il 37% degli enti prevede solo la segnalazione scritta. Eppure la disponibilità di canali diversi può essere decisiva: non tutte le persone si sentono sicure o a proprio agio nello stesso modo, soprattutto quando temono conseguenze lavorative, professionali o personali.

Linea Libera e il bisogno di non restare soli

C’è poi un altro piano, che non riguarda solo i portali istituzionali, ma l’esperienza concreta di chi si trova davanti a un dilemma etico: segnalare o non segnalare? A chi rivolgersi? Di chi fidarsi? Che cosa può succedere dopo?

È qui che entra in gioco Linea Libera, il servizio attivo dal 2017 con cui Libera offre ascolto, orientamento e accompagnamento a segnalanti potenziali o a persone che ritengono di stare subendo una ritorsione dopo una segnalazione. Linea Libera “è un orecchio, è un numero di telefono che può essere usato dalle persone che si trovano in dilemma etico e quindi magari o non accedono a buone informazioni per ragioni dette appunto nel report Whistle Monitor, oppure pensano che sia importante confrontarsi con qualcuno perché si sperimenta solitudine, perché non si è fino in fondo mai come dire certi del tutto, quindi c'è bisogno di una parola di qualcuno esperto che può essere guidato, che non sia qualcuno di famiglia, che non sia il collega perché a volte può essere pericoloso”.

Linea Libera oggi si inserisce anche dentro un progetto più ampio, la Casa del Whistleblower, un coordinamento di associazioni promosso da Transparency International Italia per garantire un supporto migliore a chi vuole segnalare o teme ritorsioni. È la dimensione che Libera definisce “whistleblowing di comunità”: cioè in non lasciare la persona sola davanti al canale tecnico, ma costruire attorno a quel canale un sistema di informazione, ascolto e accompagnamento.

Non basta avere una norma

Il quadro che emerge da Whistle Monitor, quindi, non è quello di un sistema assente ma di un sistema che dev’essere estremamente migliorato. Denunciare è un passo estremamente difficile, soprattutto se si è i protagonisti diretti o indiretti dell’accaduto. Non sempre è facile parlare apertamente con dei superiori delle situazioni problematiche in cui ci si ritrova, spesso infatti si continua a lavorare nello stesso ufficio, si è senza protezione, fisica, umana e contrattuale e si può aver paura anche di comportamenti ritorsivi che possono andare dal non rinnovo del contratto ai danni reputazionali fino all'intimidazione, le molestie o l'ostracismo. Le piattaforme digitali per denunciare però esistono, le pagine informative sono spesso presenti e alcune amministrazioni mostrano livelli elevati di attenzione. Però la fotografia complessiva che esce dal report Whistle Monitor restituisce ancora un diritto diseguale, spesso troppo dipendente dalla qualità organizzativa del singolo ente.

Ed è proprio qui che il monitoraggio civico diventa utile. Non perché sostituisca le autorità pubbliche, ma perché aiuta a vedere ciò che nella pratica quotidiana può rimanere invisibile. Per questo il report di Libera propone un cambio di sguardo: considerare il whistleblowing non solo come l’atto di una persona che segnala, ma come un contesto da costruire. Un contesto fatto di informazioni chiare, tecnologie sicure, accessibilità, accompagnamento e responsabilità collettiva.

Insomma, il problema non è soltanto se le pubbliche amministrazioni abbiano o meno un canale per il whistleblowing. La domanda vera è se quel canale sia davvero pensato per chi, un giorno, potrebbe avere bisogno di usarlo. Perché segnalare nell’interesse pubblico significa esporsi. E una democrazia amministrativa matura, e un luogo di lavoro che si possa ritenere sano, dovrebbe fare di tutto perché chi decide di farlo non trovi davanti a sé un labirinto, o peggio una trappola, ma una strada riconoscibile, sicura e percorribile, anche e soprattutto in modo anonimo.

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