CULTURA

Quando il filologo deve dimenticare la poesia: il Lucano di Alfred E. Housman

A cento anni dalla pubblicazione l’edizione del Bellum civile lucaneo curata dal grande filologo Alfred E. Housman costituisce tuttora un capolavoro: secondo il contemporaneo Eduard Fraenkel il punto di partenza per ogni studio successivo sul poeta. Uscito nel 1926 per l’editore oxoniense Blackwell, il volume contiene un’introduzione che avrebbe fatto la storia della filologia: l’autore vi espone un’apologia della congettura (ossia di quell’intervento finalizzato all’emendazione del testo che non trova riscontro nei manoscritti e si configura, quindi, come frutto dell’ingegno), sostenendo che sarebbe fallace definire stupido il filologo conservatore, ma che non sarebbe lontano dal vero dire che il filologo stupido si rivela sempre conservatore (it would not be true to say that all conservative scholars are stupid, but it is very near to truth to say that all stupid scholars are conservative).

Non si deve dimenticare il contesto: queste pagine comparvero l’anno prima della pubblicazione della Textkritik di Paul Maas, agevole saggio che fa da fondamento dell’ecdotica moderna; nel 1929 Giorgio Pasquali fece una recensione in tedesco del contributo di Maas, che avrebbe costituito il nucleo da cui si sarebbe sviluppato, dopo un’operazione di notevole ampliamento, il capolavoro dello studioso italiano, Storia della tradizione e critica del testo (1934). Nel giro di una decina d’anni comparvero dunque alcuni testi che avrebbero fatto la storia della filologia classica; ciascuno degli autori citati, a modo proprio, sarebbe stato un maestro di metodo.

Housman fu filologo di gran fama, noto soprattutto come artefice di audaci congetture. Pasquali, citando l’edizione di Manilio, alludeva allo studioso britannico come a un dotto d’ingegno acuto, ma sfrenato; Antonio La Penna disse che congetturò con ardimento, ma pur sempre con eleganza.

Per cogliere quanto Housman sia stato geniale, basti ricordare un sapiente intervento congetturale: stando ai manoscritti, al verso 227 del primo libro del Bellum civile si legge l’espressione credidimus fatis, utendum est iudice bello (“ci siamo affidati al fato, ora bisogna che sia la guerra a fare da giudice”). Parla Cesare, in procinto di varcare il Rubicone e marciare in direzione di Roma, sancendo lo scoppio della guerra civile. L’espressione trasmessa dai codici ha senso e all’apparenza non vi sarebbe alcun motivo di intervenire, eppure Housman nota che poco prima Cesare dichiara di consegnarsi alla Fortuna, alla buona sorte personificata: esclama infatti te, Fortuna, sequor (“seguo te, o Fortuna”). Ci si trova davanti, quindi, a una patente contraddizione: il condottiero non si può affidare ciecamente alla sorte, per poi affermare di credere in un disegno provvidenziale ordito dai fati. Il filologo emenda il testo con l’espressione credidimus satis his (“abbiamo creduto abbastanza a queste cose”), lezione che non trova riscontro nei codici, ma che annulla il problema e potenzia l’antitesi fra la prima e la seconda parte del verso. Il pronome richiama la parola foedera (che si traduce con patti, accordi) del verso precedente: Cesare sta dicendo di aver perso la fiducia nella diplomazia, l’unico giudice ora sarà la guerra. La congettura proposta dall’editore, così efficace e brillante, migliora il senso del passaggio e conferma la sua straordinaria conoscenza sia della lingua latina che dello stile dell’autore.

Oltre che editore di testi latini, Housman fu però anche poeta, tanto da meritarsi un posto nella storia della letteratura inglese del XIX e del XX secolo: una duplice identità che contribuisce al fascino che tuttora esercita. Rudolf Pfeiffer, autore di una famosa History of Classical Scholarship, scriveva che fu sempre la poesia a tenere a battesimo la filologia: fu così in età ellenistica e nuovamente all’epoca dell’umanesimo italiano. Il letterato britannico incarna per l’ennesima volta l’ideale del poeta filologo, dotato delle conoscenze storiche che ne fanno un esperto della cultura classica, ma pure di quelle doti che gli permettono di professarsi quale dicti studiosus, come dicevano gli antichi, o come orafo della parola, secondo la definizione di Friedrich Nietzsche. Eppure Housman ha insegnato che la personalità del poeta e quello del filologo vanno tenute distinte: dopo cento anni dalla sua edizione di Lucano, conviene ricordare anche questo suo prezioso insegnamento.

Housman e Lucano, pubblicare un poeta senza poesia

A nessun filologo viene chiesto d’esprimere un giudizio di gusto circa la poesia che fa da oggetto del suo studio; eppure, in una lettera del 1928, Housman suggerisce al suo destinatario che la lettura di Lucano non gli farebbe alcun bene (Lucan would do you no good), dal momento che non vi sarebbe autentica poesia nei suoi versi (he has rhetoric and epigram but no true poetry).

L’epistola, di per sé, non costituisce un documento significativo, visto che si rivolge all’oscuro signor Leippert, un giovanotto che, stando al giudizio di Archie Burnett, editore dell’epistolario di Housman, avrebbe trovato il modo per ottenere missive da letterati celebri (a young man who had invented an unusual method for obtaining letters from notable literary men). Nonostante ciò, questo giudizio appare così reciso e incontrovertibile da non poter essere trascurato.

Certo, la valutazione estetica non pertiene al filologo, ma l’uomo si può prendere pur sempre la licenza di rivelare quale poesia gli piaccia di più. Uno studioso come Housman non l’avrebbe mai detto pubblicamente, ma nell’epistolario si concede la libertà di bollare Lucano come un poeta senza poesia. Qui parla Housman poeta: non amava Lucano, tumido di retorica.

Housman teneva rigidamente separata la professione di studioso e quella di poeta. Viene in soccorso quel che di lui scrisse Wystan H. Auden: “Housman Geova si dedicava all’emendazione di testi privi di valore estetico” mentre “Housman Satana credeva che l’essenza della poesia consistesse nella mancanza di contenuto intellettuale” (Jehovah Housman devoted himself to the emendation of texts of no aesthetic value […] Satan Housman believed that the essence of poetry was a lack of intellectual content).

In altra sede, Housman conferma che per lui la poesia non deriva dall’intelletto, bensì da un impulso irrazionale, da qualcosa di simile all’ispirazione divina, all’invasamento che animava il poeta secondo la concezione degli antichi. Dal momento che la poesia non avrebbe altra origine che questa, non vi si cerca il contenuto intellettuale, ma un’espressione quanto più possibile autentica del moto da cui scaturisce.

Il mestiere del filologo richiede invece un lucido razionalismo, un esercizio costante del pensiero; certo, spesso interviene l’intuizionismo, che sfugge agli schemi della razionalità, ma l’esercizio della filologia dovrebbe in generale essere sostenuto dall’analisi. Se Housman riconosce che l’abilità di chi congettura dipende spesso da una dote naturale, la critica testuale rimane sostanzialmente applicazione del pensiero, come ebbe a dire in una sua conferenza, tenuta nel 1921 e tradotta in italiano a cento anni di distanza da Luigi Battezzato (L’applicazione del pensiero alla critica del testo, Pisa 2021).

Cento anni dopo: una lezione di metodo

In definitiva, Housman non era innamorato di Lucano: non avrebbe potuto esserlo. Confrontandosi con il Bellum civile, adottò la posa del filologo; l’intrusione dell’interessamento poetico avrebbe forse compromesso la lucidità che si richiede al classicista nella fatica del lavoro di edizione. Ecco quindi che il filologo, come ci vuole insegnare questo insigne latinista, deve professare un rigoroso laicismometodologico, ossia un’attitudine che preveda indipendenza emotiva e ideologica rispetto all’oggetto dello studio: solo così, attraverso il distacco, si può garantire la validità scientifica del proprio lavoro.

Housman dimostra che nel suo mestiere il filologo non deve cedere il passo al poeta, all’amante della poesia che alberga in ogni lettore e tanto più nello studioso che dedica ai testi l’intera esistenza; l’interesse verso la cultura classica nasce inevitabilmente dalla passione, ma allo studioso si richiede una professione, lo ripeto, di laicismo. Il filologo, non può lasciarsi sedurre dalla poesia che si sprigiona dall’espressione letteraria; il greco φιλόλογος (philòlogos) significa letteralmente amante della parola, del discorso, ma il termine λόγος (lògos) può assumere diverse sfumature di significato. Per Housman, il filologo deve dedicare le sue attenzioni al λόγος, ma in un senso peculiare: si tratta del pensiero che informa quanto scaturisce dall’animo del poeta.

Da una parte, Housman andava in cerca dell’estasi nella poesia degli scrittori britannici ai quali era più affezionato, dall’altra suggeriva congetture per il Bellum civile, proponendosi uno scrupoloso esercizio del pensiero. Evidentemente lasciarsi trasportare compromette la qualità dello studio, rigorosa pratica di razionalità. Questa la severa lezione di Housman: amava così tanto la poesia, essendo lui stesso poeta, da volersi assicurare che la filologia, la disciplina che vorrebbe ricostruire un testo quanto più possibile vicino all’originale, prescindesse dal gusto personale. Voleva scongiurare il pericolo che il filologo proiettasse la propria sensibilità sul testo, abolendo interventi dipendenti dall’inclinazione personale. Sullo sfondo si intravede anche la polemica con la filologia storicista tedesca, incarnata nel magistero di Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff, secondo la quale sarebbe stato impossibile comprendere un testo senza immedesimarsi nel suo autore, tentando di rivivere lo spirito della sua epoca. Si può facilmente intuire che non c’è niente di più lontano da quanto professava Housman.

Per lui, nello studio dei testi antichi, si richiede al filologo uno sforzo immane: obliterare la poesia, per vedere soprattutto il pensiero. Il piacere va cercato altrove.

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