SOCIETÀ

La fiducia nella scienza è davvero calata dopo la pandemia?

Una delle eredità che la pandemia da Covid-19 ci ha lasciato è un mutato rapporto tra scienza e società. Discussioni che prima erano relegate alle stanze dei congressi di medicina o ai laboratori di ricerca, per mesi interi sono state proiettate in prima serata in televisione e a tutte le ore sui social media. Le aspettative di ricevere informazioni certe da parte del pubblico si sono scontrate da una parte con la complessità della materia e dall’altra con opinioni contrastanti fornite da diversi esperti. Dissonanza cognitiva e infodemia sono due termini che di conseguenza abbiamo imparato a conoscere.

In che modo esattamente il rapporto tra scienza e società sia cambiato però è ancora oggetto di discussione. Spesso la narrazione dominante è che la fiducia nei confronti della scienza sia generalmente calata.

Nel corso degli ultimi anni però sono stati compiuti diversi studi e sondaggi e tutti i dati raccolti restituiscono un messaggio piuttosto chiaro: complessivamente, la fiducia nella scienza e negli scienziati a livello globale è rimasta solida.

Ciononostante alcune tendenze negative emergono dai dati. Una riguarda una generale sfiducia crescente nei confronti delle istituzioni, di cui la scienza viene spesso percepita come un ingranaggio. Una seconda riguarda tematiche specifiche, come i vaccini, e gruppi sociali particolari, in cui si registra un crescente distanziamento dalla cultura scientifica. Gli Stati Uniti sono un caso di studio interessante.


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Scienza e politica negli USA

Come riporta Helen Pearson su Nature, un recente studio del Pew Research Center ha mostrato che tra gli elettori Repubblicani la fiducia nei confronti degli scienziati è passata da un valore che aggirava attorno all’85% nel 2020, al 65% nel 2025. Tra i Democratici invece è rimasta pressoché invariata: 91% durante la pandemia e 90% cinque anni dopo.

La polarizzazione politica degli argomenti scientifici tuttavia precede di diversi anni l’arrivo della pandemia. Secondo una studio del General Social Survey, che ha monitorato l’andamento della fiducia nella scienza dagli anni ‘70 a oggi, si innesca tra il 2005 e il 2010. Secondo James Druckman, scienziato politico della University of Rochester di New York, il fenomeno è in parte spiegato da gruppi di persone particolarmente religiose che progressivamente si sono avvicinate alle posizioni del Partito Repubblicano.

Un’altra ragione però ha a che fare con la campagna che almeno dagli anni ‘90 la politica ha mosso contro i college statunitensi e i loro costi di accesso proibitivi. Nell’immaginario comune ha preso forma la convinzione che gli accademici e quindi gli scienziati facciano parte di una elite intellettuale distante dalle istanze della maggior parte della cittadinanza statunitense. L’amministrazione Trump ha cavalcato l’onda di questo scetticismo per spingere la proposta di tagli drastici ai fondi per la ricerca pubblica e per il sostegno alle università.

Secondo un altro sondaggio (TISP – Trust in Science and Science-related Populism) uscito nel 2025, la stessa correlazione tra scarsa fiducia nella scienza e visioni politiche di destra si riscontra anche in altri Paesi come il Canada, il Brasile, l’Italia e il Regno Unito. In Paesi come Indonesia e Malesia invece la correlazione si è trovata con visioni politiche di sinistra.

Secondo Druckman, in un Paese polarizzato come gli Stati Uniti, il rischio per gli anni a venire è quello di assistere a un supporto alla scienza a corrente alternata da parte di amministrazioni di colore politico diverso.

La scienza nel mondo

I dati del sondaggio TISP, uno degli studi più ampi che siano mai stati fatti per monitorare la fiducia riposta dal pubblico negli scienziati, mostrano che questi ultimi ottenevano nel 2023 un punteggio medio-alto: 3,6 su 5. Il risultato incrocia le preferenze di 72.000 persone intervistate in 68 Paesi diversi, a cui sono state rivolte 12 domande riguardo le competenze dei ricercatori, la loro integrità e la loro apertura all’ascolto.

È interessante notare alcune differenze a livello regionale: India ed Egitto sono tra i Paesi in cui gli scienziati hanno ricevuto i punteggi più alti, ben superiori a 4. Si collocano invece appena al di sopra della media di 3,6 Paesi molto diversi tra loro come Nigeria, Australia, Stati Uniti, Regno Unito, Brasile e Cina. Al di sotto della media, ma comunque al di sopra del 3, si collocano invece Germania, Francia, Giappone e Russia.

Anche secondo un altro sondaggio, quello dell’Edelman Trust Barometer del 2026, gli scienziati sono tra le figure di cui il pubblico di 28 Paesi si fida maggiormente: raccolgono l’approvazione del 76% degli intervistati e fanno meglio degli insegnanti (73%). Tra le figure meno apprezzate dal pubblico del barometro dell’Edelman Institute ci sono invece i giornalisti (54%) e i politici (49%).

Aprirsi all’ascolto

Un altro sondaggio ancora, compiuto sempre dall’Edelman Institute ma concentrato su tematiche più specifiche, ha trovato che il 70% degli intervistati, da 16 Paesi, aveva almeno una falsa credenza legata al tema della salute, come per esempio “i rischi della vaccinazione nei bambini sono maggiori dei benefici”, oppure “il latte crudo è più sano di quello pastorizzato”, o ancora “il paracetamolo in gravidanza causa l’autismo”. Su affermazioni di questo tipo, il segretario alla sanità statunitense, Robert Kennedy jr, ha costruito buona parte del suo sostegno elettorale.

Se l’immagine della scienza nel suo complesso resta intatta, “la fiducia nella scienza sta diminuendo in ambiti specifici” scrive Nature in un recente editoriale.

Il morbillo è stato eradicato in moltissime aree grazie a estese vaccinazioni che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità dal 2000 hanno salvato 59 milioni di vite umane. Ciononostante, “l'esitazione vaccinale rappresenta una delle principali ragioni per cui sei Paesi, tra cui il Regno Unito, la Spagna e l'Armenia, hanno perso quest'anno lo status di Paesi che avevano eliminato il morbillo, mentre anche lo status degli Stati Uniti è a rischio”.

Ricostruire la fiducia in queste fasce di popolazione diventa dunque prioritario. “È fondamentale sperimentare strategie che rafforzino la fiducia e affrontino efficacemente le specifiche preoccupazioni delle persone”. Inoltre, secondo Nature, “i ricercatori devono impegnarsi maggiormente nel dialogo con la società nel suo complesso e superare la percezione di elitismo che talvolta li circonda. Un modo per farlo è coinvolgere maggiormente il pubblico in tutte le fasi della ricerca, compresa la definizione delle sue priorità: un approccio di cui si discute da tempo, ma che viene ancora troppo raramente messo in pratica. Le persone sono infatti più propense a fidarsi degli scienziati quando gli scienziati, a loro volta, ripongono fiducia nel pubblico e comunicano con trasparenza le molte incertezze che caratterizzano la ricerca scientifica”.

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