SOCIETÀ

Brasile, con Lula diminuisce la deforestazione dell’Amazzonia, ma le sfide restano aperte

C’è una buona notizia che arriva dal Brasile: nei primi sei mesi del 2026 la deforestazione della foresta amazzonica brasiliana è diminuita del 35%, raggiungendo il livello più basso tra quelli registrati negli ultimi dieci anni. I dati sono stati pubblicati pochi giorni fa dall’Istituto Nazionale per la Ricerca Spaziale (INPE), un’agenzia sotto il controllo del Ministero brasiliano della Scienza e della Tecnologia. Le segnalazioni di questo primo semestre riguardano 297 km², a fronte dei 457 registrati a giugno 2025. “Anche se parte del declino può riflettere una pausa dopo un anno di incendi estremi, un calo di questa portata in un solo anno è incoraggiante: dimostra cosa si può ottenere con un’azione governativa decisa”, ha commentato Elizabeth Goldman, co-direttrice della piattaforma Global Forest Watch del World Resources Institute (WRI). 

Ed è una notizia di enorme importanza sia sotto il profilo ambientale, che riguarda la tutela della più grande foresta pluviale del mondo (il 60% della quale ricade in territorio brasiliano), sia da un punto di vista più strettamente politico, dal momento che il presidente Lula, ancora nel 2023, aveva presentato il suo Piano d’Azione, drastico e coraggioso, per eliminare completamente la deforestazione dell’Amazzonia entro il 2030, come atto imprescindibile per combattere il cambiamento climatico. Un Piano che era stato promesso l’anno prima, nel 2022, in campagna elettorale, quando aveva sfidato il presidente uscente Jair Bolsonaro, che aveva invece incoraggiato per tutta la durata del suo mandato la devastazione di quel territorio così prezioso (deforestazione aumentata del 75%, con un incremento degli incendi, quasi tutti dolosi, del 24% come rivelava nel 2022 un rapporto di Greenpeace) soltanto per assecondare gli interessi dell’agro-business. Quello stesso Bolsonaro che minacciava: “Ai popoli indigeni non verrà concesso nemmeno un millimetro di terra in più”; e che sul tema della difesa dell’ambiente così argomentava: “Le pressioni mondiali sulla crisi climatica sono un gioco commerciale”. 

Le “parole d’ordine” delle destre

Argomentazioni che sono diventate ormai centrali nelle politiche diffuse dai maggiori esponenti dell’estrema destra, a partire da Donald Trump, passando per i tanti presidenti sudamericani suoi alleati, fino alle maggioranze emergenti anche in Europa. Il Brasile resta finora la più grande eccezione al piano egemonico della Casa Bianca, presentato a novembre dello scorso anno dallo stesso Trump (sotto il nome di Strategia di Sicurezza Nazionale), con parole esplicite: “Vogliamo che le altre nazioni ci considerino il loro partner privilegiato e, con vari strumenti, scoraggeremo la loro collaborazione con altri”. 

Con vari strumenti (promesse in denaro? interferenze più o meno lecite?) che in quasi tutto il Sud America finora hanno funzionato. Il prossimo ottobre si tornerà a votare in Brasile. Contro Luiz Inácio Lula da Silva, ormai baluardo della sinistra progressista, la destra schiera il senatore Flávio Bolsonaro, figlio maggiore dell’ex presidente Jair, condannato a 27 anni di carcere per aver tentato, di fronte alla sconfitta del 2022, di pianificare un colpo di stato (un’azione paragonabile all’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021: l’unica differenza è che Trump è riuscito a schivare le incriminazioni). Al momento Lula è stimato in vantaggio di dieci punti percentuali rispetto al suo rivale, ma c’è da scommettere che nei prossimi mesi i tentativi d’interferenza, soprattutto di provenienza americana (e non sarebbe la prima volta), aumenteranno drasticamente. Con l’Agência Brasileira de Intelligência (ABIN) che ha già lanciato fondati allarmi sulla possibilità che si possano verificare “azioni malevole volte a delegittimare il modello elettorale, inclusi attacchi informatici, disinformazione, interferenze esterne e tentativi di approfondire la polarizzazione sociale”. 

Dalla soia al business degli allevamenti

Ma la diminuzione della percentuale di foresta amazzonica distrutta (all’80%, è la stima più recente, per fare spazio agli allevamenti intensivi di bestiame: il resto per la coltivazione della soia, per l’estrazione illegale dell’oro, per la costruzione di strade) resta fondamentalmente un’ottima notizia per l’ambiente. La foresta pluviale, che si estende per 5,5 milioni di chilometri quadrati e che, oltre al Brasile, tocca Perù, Colombia e, in misura minore, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Guyana, Guyana francese e Suriname, è considerata il più importante ecosistema del pianeta che ha un ruolo fondamentale nella regolazione del clima ben oltre i confini del Sud America. Sugli abitanti le stime divergono, ma si può sostenere che siano oltre 300 i gruppi indigeni riconosciuti (che parlano circa 274 lingue), mentre l’Amazon Conservation Team (ACT), in collaborazione con il Gruppo di Lavoro Internazionale sui Popoli Indigeni in Isolamento (GTI) sosteneva, pochi mesi fa, che siano 188 i gruppi appartenenti ai cosiddetti “Popoli Indigeni Isolati” (comunità che non mantengono un contatto regolare, o non hanno mai avuto contatto, con i popoli non indigeni come un atto intenzionale di autodeterminazione e resistenza alla colonizzazione) che abitano gli ecosistemi amazzonici e del Gran Chaco, una foresta subtropicale che si estende per 100 milioni di ettari tra Argentina, Paraguay, Brasile e Bolivia. 

Tuttavia non bastano questi dati, pur incoraggianti, per ritenere l’Amazzonia fuori pericolo, anzi. Uno studio pubblicato lo scorso maggio su Nature dimostrava, sulla base di dati oggettivi, che “l’umanità sta esercitando pressioni senza precedenti sul sistema forestale amazzonico a causa del riscaldamento globale e dei cambiamenti nell’uso del suolo”. In sostanza, che la foresta pluviale “potrebbe iniziare a scivolare oltre il cosiddetto punto di svolta, laddove comincia una trasformazione graduale ma profonda e irreversibile dell’ecosistema”. Mentre un altro studio, frutto del lavoro di un gruppo di ricerca guidato da Rodrigo Cámara Leret, professore di Biodiversità vegetale tropicale ed Etnobotanica presso l’Università di Zurigo, e pubblicato su Nature, sostiene che a causa dei cambiamenti climatici “le culture indigene perderanno fino a un terzo delle specie vegetali autoctone utilizzate nella regione amazzonica”. Lo studio di Cámara riesce inoltre a quantificare in che misura il patrimonio bioculturale della regione amazzonica subirà una contrazione a causa dell’estinzione delle specie e delle lingue tra il 2060 e il 2080: una riduzione nell’ordine del 26%. “È emerso che le piante utilizzate dalle comunità indigene potrebbero scomparire in misura maggiore di quanto si pensasse finora”, ha spiegato il professor Cámara Leret. “I nostri risultati indicano che il punto di non ritorno climatico per la regione amazzonica non avrà ripercussioni solo sulla biodiversità, ma metterà sotto pressione anche le lingue già a rischio, con conseguenze a cascata sul patrimonio culturale unico di questo habitat”. 

La “moratoria della soia” e altre sfide

Questo per dire che moltissimo resta ancora da fare. Uno degli esempi più eclatanti riguarda la fine della cosiddetta “moratoria sulla soia”, l’accordo preso nel 2006 dai maggiori commercianti di soia a non procurarsi la materia prima proveniente dalle aree deforestate dell'Amazzonia. All’inizio di gennaio, l’Asociación Brasileña de Industrias de Aceites Vegetales (ABIOVE), che rappresenta le principali aziende di commercializzazione dei cereali, ha annunciato il suo ritiro da questo accordo, dopo che una legge regionale del Mato Grosso (lo stato con la più alta produzione di soia del paese) aveva eliminato i benefici fiscali per le società che vi avevano aderito. Una decisione che, secondo gli esperti, mette ulteriormente a rischio la conservazione della foresta pluviale. “Lo scenario più probabile è un aumento della deforestazione, e di conseguenza delle emissioni di gas serra”, ha dichiarato in una nota l’Instituto de Manejo y Certificación Forestal (Imaflora). “Questa decisione influenzerà inoltre gli obiettivi climatici fissati dal Brasile nell’Accordo di Parigi, che si è impegnato a ridurre le sue emissioni di gas serra tra il 59% e il 67% entro il 2035”. Il ritiro di ABIOVE dalla moratoria è stato criticato anche da WWF Brasile: "È una grave e ingiustificata battuta d’arresto che indebolisce uno degli strumenti più efficaci nella lotta contro la deforestazione in Brasile”. La Confederación de Agricultura y Ganadería de Brasil (CNA), che riunisce i produttori rurali, aveva invece definito la moratoria “illegale e dannosa”.

Amazzonia come “zona sacrificabile”

Questione d’interessi dunque: e di “convenienze di breve respiro” che sovrastano e sacrificano la pur drammatica difesa dell’ambiente, che dovrebbe essere patrimonio collettivo e non soltanto di una singola parte. Ma trovare un punto d’equilibrio tra interessi privati e salvaguardia dell’inestimabile patrimonio naturale appare sempre più difficile. 

Scriveva lo scorso gennaio l’associazione Amazon Watch: “L'anno 2026 rappresenta uno degli anni più decisivi nella storia recente dell'Amazzonia, che ha raggiunto un punto critico: vaste aree rischiano di perdere le loro funzioni ecologiche, con conseguenze devastanti per il clima, la regolazione dei cicli dell'acqua e la vita in tutte le sue forme. Non si tratta di una crisi isolata o accidentale. In sostanza, riflette una crisi di valori e identità. L'economia globale continua a rafforzare i paradigmi che ci hanno portato qui, trattando l’umanità come separata dal mondo vivente, competitiva piuttosto che relazionale. Con l’espansione dei mercati globali di carne, petrolio, oro, cocaina, dei cosiddetti minerali critici e terre rare, i territori amazzonici sono sempre più visti come “zone sacrificabili” al servizio di un modello economico incompatibile con la stabilità planetaria. Di fronte a questa logica, i popoli indigeni non stanno solo resistendo. Difendono territori e sostengono modi di relazionarsi all'interno della rete della vita che sfidano il modello dominante fin dalle sue radici. Offrono non solo approcci alternativi alla governance e alla sicurezza, ma anche altri modi di essere umani”. Come hanno provato a spiegare loro stessi, più volte: “Noi siamo la foresta. Vogliamo vivere, non solo sopravvivere”.

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