Tra austerity e petrodollari: quando l'ingegneria italiana progettava il mondo
Plastico del progetto dell’Istituto Algerino del petrolio di Hassi Messaoud, Algeria
Il primo forte aumento del prezzo del petrolio greggio risale al 1967, quando la “guerra dei sei giorni” provocò la chiusura del Canale di Suez, costringendo per otto anni le petroliere dirette in Europa a circumnavigare l'Africa con un pesante aumento dei costi di trasporto. Fu però nel 1973, in occasione della quarta guerra arabo-israeliana, o guerra del Kippur, che i Paesi produttori – molti dei quali entrati a far parte dell'OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countries) – imposero una quadruplicazione del prezzo del greggio: per i Paesi sviluppati era la fine del lungo periodo di stabilità e prosperità iniziato dopo la Seconda guerra mondiale.
In Italia il IV governo Rumor adottò una serie di misure immediate per ridurre i consumi energetici: limitazioni di velocità per autovetture e motociclette, divieto di circolazione nei giorni festivi, riduzione dell'illuminazione pubblica e spegnimento di quella commerciale, contenimento del riscaldamento negli edifici; si arrivò persino a chiudere le trasmissioni radiotelevisive alle 22.45 e gli spettacoli cinematografici alle 22. Le politiche di austerity produssero una nefasta combinazione di stagnazione economica – crollo della produzione industriale e dell'occupazione – ed elevata inflazione, con aumento dei prezzi e perdita del potere d'acquisto: la cosiddetta stagflazione.
La risposta strutturale arrivò nel 1975, con l'avvio di un piano energetico nazionale basato sulla diversificazione delle fonti e imperniato soprattutto sul gas di provenienza algerina, libica e sovietica. Negli anni successivi fu realizzata una vasta rete di gasdotti: Trans-Sahariano, Trans-Mediterraneo, Greenstream (tra Libia e Sicilia), Trans-Adriatico. Il progetto del South Stream, dalla Russia all'Europa centro-meridionale, sarebbe stato invece abbandonato per ragioni politiche.
Il trend crescente del prezzo dell'oro nero proseguì comunque, anche a causa della guerra tra Iran e Iraq (1980-1988), fino a salire di circa venti volte. E se una parte rilevante dei maggiori profitti dei Paesi produttori fu dissipata in spese militari e inefficienze, l'oil shock del 1973 fornì al tempo stesso una potente spinta alla crescita dei sistemi finanziari e produttivi, generando vastissime opportunità di lavoro per quelle imprese internazionali che si dimostrarono più pronte a concretizzare gli interventi previsti nei piani di sviluppo. I Produttori investirono i cosiddetti petrodollari anche in grandi gruppi industriali: in Italia fu il caso degli ingenti capitali libici che entrarono nell'azionariato della Fiat.
“ Dalla crisi energetica del 1973 ai petrodollari: mentre l'Europa affrontava austerità e inflazione, per l'ingegneria italiana si aprì una stagione di grandi opportunità internazionali
Una parte rilevante degli extra profitti derivanti dalle commesse eseguite per i Paesi OPEC fu a sua volta reinvestita nell'efficientamento mirato al risparmio energetico e nell'ammodernamento tecnologico dei vecchi sistemi industriali, che furono automatizzati e resi molto più snelli e flessibili – anche grazie all'abbandono dei criteri della “catena di montaggio” – e spesso raggruppati in distretti produttivi specializzati e integrati.
È in questo scenario che si inserisce l'azione di Rinaldo Ossola, ministro del Commercio con l'estero nel III governo Andreotti: con l'intento di porre l'Italia alla pari con gli altri grandi Paesi, promosse la legge n. 227 del 24 maggio 1977, comunemente detta “legge Ossola”, allo scopo di favorire il volume degli scambi internazionali attraverso l'esportazione di beni e servizi e l'esecuzione di grandi lavori all'estero.
Il più importante strumento di crescita per il commercio estero offerto dalla legge fu la SACE (Sezione speciale per l'Assicurazione del Credito all'Esportazione), istituita nell'ambito dell'INA (Istituto Nazionale delle Assicurazioni). Grazie ad essa, nel giro di pochi anni la percentuale delle esportazioni italiane coperte da assicurazione aumentò dall'8% al 20%. Tale copertura agevolava l'ottenimento del cosiddetto “credito fornitore”, che permetteva alle aziende italiane, tramite l'istituto della cessione del credito, di incassare subito i pagamenti in forma pro soluto, mentre i clienti esteri pagavano effettivamente a tre, cinque o sette anni. La “legge Ossola” proteggeva inoltre le aziende italiane dai rischi politici ed economici riguardanti il mancato pagamento, il cambio e il trasferimento di valuta, la sospensione o la revoca di commessa, gli eventi catastrofici e l'indebita escussione delle fideiussioni sull'anticipo (advance payment bond) e sulle prestazioni (performance bond).
Le società del settore potevano contare anche sul supporto di due associazioni. L'OICE era stata costituita a Roma nel 1965 come Organizzazione di Ingegneri Consulenti operanti all'Estero: l'obbligo di operare solo oltreconfine era imposto dal quadro normativo obsoleto allora vigente in Italia, e in particolare dalla legge 1815/1939, che vietava lo svolgimento delle attività professionali in forma societaria. Era, quella norma, un retaggio dell'ordinamento corporativistico fascista che, nel contesto della politica razzista e antisemita portata avanti dal regime, aveva lo scopo di impedire agli ebrei di svolgere in anonimato le libere professioni, aggirando il divieto che era stato loro imposto. L'ANIMP (Associazione Nazionale di Impiantistica industriale) nacque invece a Milano nel 1973, per creare un ponte tra mondo industriale e mondo accademico capace di rispondere alle sfide di un settore in rapida evoluzione.
Palazzo per il Ministero dell’istruzione a Riyadh, Arabia Saudita
A complicare le esportazioni intervenivano infine le norme restrittive verso l'URSS e i Paesi satelliti, in vigore per tutta la durata della guerra fredda allo scopo di impedire la vendita di armamenti, materiali strategici, prodotti, software e tecnologie dual use di potenziale utilizzo militare. Nel 1949, parallelamente al trattato difensivo tra USA, Canada e principali Paesi dell'Europa occidentale (Patto Atlantico e istituzione della NATO), era stato infatti redatto in forma di gentlemen's agreement l'accordo che istituiva il Coordinating Committee for Multilateral Export Controls (CO.CO.M.), destinato a durare fino al 1994, dopo la dissoluzione del blocco sovietico.
Leggi anche: I 75 anni della Nato: data per morta ma decisamente viva
Innovazione e internazionalizzazione: collaborazione tra industria e università
È in questo contesto, dominato da un lato dalle difficoltà dell'approvvigionamento energetico e dall'altro da una nuova stagione di investimenti, che nacquero anche società capaci di affermarsi e di eccellere, spesso mettendo in comunicazione la ricerca e il mondo dell'accademia con l'economia. Uno dei primi a cogliere le opportunità offerte dal nuovo scenario internazionale fu Giuseppe “Pino” Bottacin, ingegnere civile che collaborava al corso di architettura tecnica presso la facoltà di ingegneria dell’Università di Padova. Manager affermato, emergeva per poliedricità, talento, passione, energia, spirito innovativo e capacità organizzativa: doti umane e di carattere che aveva forgiato giocando nel Petrarca Rugby e nella Nazionale azzurra, e che lo portarono a modellare la sua azienda come una squadra.
In pochi anni, grazie a innovative linee di produzione a controllo numerico per il taglio e la foratura delle travi d'acciaio, aveva trasformato la Icomsa S.p.A. di Limena – costituita nel 1962 da un gruppo di imprenditori veneti – in un moderno ed efficiente gruppo industriale, leader nel campo delle strutture di acciaio medio-pesanti bullonate. Il suo forte e convinto spirito associazionistico lo aveva intanto portato alla presidenza delle industrie metalmeccaniche della provincia di Padova e alla vicepresidenza nazionale di Federmeccanica.
Nel 1976 Bottacin costituì a Padova la Icomsa Engineering S.p.A., specializzata in Engineering, Procurement & Construction (E.P.C.) di edifici con struttura d'acciaio e di grandi stabilimenti industriali “chiavi in mano”. Le attività commerciali furono indirizzate verso il Medio Oriente e il Nord Africa. Le prime commesse, realizzate in Arabia Saudita, furono il palazzo per il ministero dell'istruzione a Riyadh e il palazzetto dello sport a Jeddah. Numerose grandi commesse furono poi realizzate in Iraq, superando difficoltà di ogni genere causate dalla lunga guerra in corso: le principali furono tre stabilimenti “chiavi in mano” per la fabbricazione di strutture d'acciaio, lamiere grecate e pannelli coibentati, finestre, porte e portoni metallici.
“ Tra ricerca, università e industria nacque un modello originale di collaborazione che portò competenze sviluppate a Padova nei grandi cantieri del Medio Oriente e del Nord Africa
In Algeria le prime realizzazioni, sempre consegnate pronte per l'uso, furono i molini per cereali della società nazionale Sempac a Tadmait e Ain Bessem e lo stabilimento per il Ministero dell'idraulica (Onamhyd) destinato alla fabbricazione di carpenteria metallica e lamiere grecate a Laghouat, oasi del Sahara vicina ai giacimenti di gas naturale di Hassi R'Mel, i più grandi dell'Africa. Le maggiori opere, realizzate in consorzio con la grande impresa romana Salini Costruttori (ora Webuild), furono i tre importanti stabilimenti della società nazionale industrie tessili Sonitex, specializzati nel ciclo completo di lavorazione della lana grezza, che sorsero ad Ain Beida, Meskiana e Tebessa, sull'altopiano al confine tra Algeria e Tunisia. Tra gli incarichi di progettazione meritano di essere ricordati l'Istituto di Idrotecnica e bonifica a Blida, vicino ad Algeri, e l'Istituto Algerino del petrolio ad Hassi Messaoud, presso un vastissimo bacino di petrolio e gas nel Sahara algerino.
Furono queste realizzazioni ad aprire la strada all'incarico più prestigioso: la progettazione dell'Università e della Città universitaria di Tiaret, assegnata a un team di grande reputazione e notorietà i cui componenti appartenevano tutti all'ambiente universitario padovano. Non era una scelta casuale: con la triplicazione del numero degli iscritti tra il 1965 e il 1975, la facoltà d'ingegneria di Padova aveva infatti beneficiato di una profonda riorganizzazione dei corsi – basata sul sistema dei semestri e su una maggiore specializzazione degli insegnamenti – accompagnata da una forte espansione edilizia. Chi vi aveva lavorato sapeva per esperienza diretta cosa significasse costruire un'università.
Il gruppo di lavoro per il Progetto Tiaret
Le specifiche competenze acquisite nella partecipazione al processo di sviluppo dell'Università di Padova, le esperienze maturate nelle attività libero-professionali e manageriali dei singoli docenti e, non ultima, l'amicizia avevano creato un gruppo di lavoro ideale per un incarico di gran livello come la costruzione da zero di un’intera città universitaria.
Oltre che da Pino Bottacin, il gruppo era formato da altri professionisti, tutti caratterizzati dal fatto di muoversi a cavallo tra ricerca, didattica universitaria, progettazione e management. Giampaolo Schvarcz, ingegnere civile, collaboratore di architettura tecnica alla Facoltà d'Ingegneria, era titolare di un fiorente studio professionale di calcolo strutturale e di progettazione industriale e civile, e a Padova aveva contribuito alla progettazione del Policlinico e del Monoblocco ospedaliero, del complesso direzionale Tribloc e dei grandi stabilimenti industriali Zedapa a Selvazzano (PD) e Laverda a Breganze (VI). Per questo nel 1977 fu chiamato a impostare e coordinare il grande progetto dell'università di Tiaret, cui si dedicò con grandissimo entusiasmo.
Plastico del progetto dell’Università di Tiaret, particolari (archivio ing. Riccardo Schvarcz)
Giulio Brunetta, ingegnere civile e architetto, professore stabilizzato di complementi di architettura tecnica, per una quarantina d'anni aveva progettato e diretto i lavori delle principali opere che caratterizzarono la grande espansione dell'edilizia universitaria padovana: policlinico universitario, cliniche ospedaliere, cardiochirurgia, sedi e laboratori degli Istituti di Ingegneria elettrotecnica ed elettronica, Dipartimento di Ingegneria meccanica, collegi per studenti, Torre Medoacense a Padova e tanti altri. Enzo Bandelloni, ingegnere civile edile, era professore ordinario di Architettura tecnica: tra le sue progettazioni spiccavano il Centro di Fisica Nucleare a Legnaro (PD) e la sede centrale della Cassa di Risparmio a Padova. Giuseppe Trapanese, ingegnere chimico, professore ordinario di Impianti termotecnici, era direttore dell'Istituto di Fisica tecnica e rivolgeva le sue attività scientifiche in particolare alla tecnica del freddo e del condizionamento dell'aria. Giovanni Indri, ingegnere elettrotecnico, era invece professore incaricato di Conversione statica dell'energia elettrica all'Istituto di Elettrotecnica ed Elettronica.
L'équipe era supportata da Adolfo Zamboni, autore di queste note, allora purchasing manager della Icomsa Engineering, coinvolto nella preparazione delle specifiche tecniche e nelle ricerche di mercato sugli impianti speciali, come ad esempio il sistema meccanizzato e computerizzato di distribuzione dei volumi della biblioteca. Ingegnere meccanico, collaborava ai corsi universitari di Lavorazioni meccaniche e di Tecnologie meccaniche dell'Istituto di Macchine; fu anche docente di Project management e di Technology transfer e membro dello Steering Committee del Master annuale postuniversitario del CUOA (Consorzio Universitario per gli studi di Organizzazione Aziendale) di Altavilla Vicentina (VI).
La tragica scomparsa del team e il suo lascito
Proprio nel momento in cui quel gruppo di professionisti sembrava destinato a consolidare una presenza sempre più rilevante sulla scena internazionale, il suo percorso venne però interrotto improvvisamente per una tragedia del tutto imprevedibile. I sei componenti del gruppo in missione persero la vita sabato 16 dicembre 1978, quando l'aereo executive che li stava trasportando in Algeria si schiantò vicino a Rieti durante un tentativo d'atterraggio d'emergenza. La tragica notizia giunse in Rettorato durante il tradizionale scambio di auguri natalizi, gettando tutti nello smarrimento e nello sconforto.
Pino Bottacin, Giampaolo Schvarcz, Giulio Brunetta, Enzo Bandelloni, Giuseppe Trapanese, Giovanni Indri
Bottacin aveva comunque tracciato la via che in pochi anni portò Icomsa Engineering tra i “Top 225 International Contractors” mondiali censiti da ENR – Engineering News Record, la rivista tecnica di riferimento del settore. La società si era guadagnata una reputazione tale che per molti anni si affidarono ad essa primarie realtà internazionali quali Danieli (acciaierie), Foster Wheeler, Snamprogetti e Tecnimont (raffinerie, impianti petrolchimici, impianti di liquefazione gas), Krupp Polysius (cementifici) e molte altre.
Nel corso degli anni Icomsa Engineering impiegò numerosi giovani ingegneri laureati a Padova. Per molti di loro fu la prima esperienza di lavoro, intensa e molto formativa perché acquisita nelle difficili condizioni operative di cantieri grandi, complessi e modernamente organizzati, spesso in Paesi lontani e in piena trasformazione sociopolitica, talvolta con guerre o guerriglie in corso. La storia di Icomsa Engineering si concluse all'inizio di questo secolo, quando l'azienda fu prima acquisita da un altro grande gruppo industriale, Manni, e poi chiusa definitivamente nel 2012.
È però forse questo il lascito più duraturo di quella stagione: non soltanto gli stabilimenti e le università sorti tra il Sahara e il Golfo, ma una generazione di ingegneri che imparò, tra le aule e i cantieri, che ricerca e impresa possono parlare la stessa lingua. Una lezione nata da una crisi e pagata, sull'Appennino reatino, al prezzo più alto.