Perché si fanno meno figli? Anche le paure globali influenzano le scelte riproduttive
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Cambiamenti climatici, guerre, instabilità politica, crisi finanziarie. Mettere al mondo un figlio in una realtà come questa può sembrare una scelta decisamente estrema per alcune persone. La preoccupazione per le grandi crisi globali potrebbe influenzare negativamente le scelte riproduttive, contribuendo ad acuire il problema del calo delle nascite nei Paesi ad alto e medio reddito, tra cui anche l’Italia.
Lo suggerisce uno studio condotto di recente da un gruppo di ricerca dell’Università Bocconi di Milano insieme a Maria Letizia Tanturri, professoressa al Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova, con il sostegno del Ministero dell'Università e della Ricerca nell'ambito dei finanziamenti PRIN 2022.
Come emerge dalla ricerca, quando si tratta di decidere se fare figli o meno, le persone valutano non solo la loro situazione personale – come la stabilità economica o il possesso di una casa di proprietà – ma anche quello che gli autori definiscono il “contesto macroeconomico”, cioè la condizione più generale in cui versa il mondo dal punto di vista ambientale e geopolitico.
I risultati in questione sono stati ottenuti raccogliendo i punti di vista di un campione di circa 8.000 persone tra i 20 e i 44 anni residenti in quattro Paesi: Italia, Germania, Stati Uniti e Argentina.
Come le crisi globali e il clima influenzano la scelta di fare figli
“Abbiamo sottoposto ai partecipanti un questionario accompagnato da una serie di scenari ipotetici in cui c’erano delle coppie immaginarie che si trovavano in condizioni di vita differenti”, spiega Tanturri. “Ai partecipanti veniva chiesto di immedesimarsi nelle diverse situazioni descritte e indicare, se si fossero trovati in quei contesti, con quanta probabilità avrebbero voluto avere un figlio nei tre anni successivi.
Ogni scenario differiva per una serie di condizioni specifiche che lo caratterizzavano, come l’età della donna (che variava tra 26, 32 e 38 anni), il reddito della coppia (calcolato in base agli stipendi medi del Paese di riferimento), la presenza di un figlio già esistente, il possesso di una casa di proprietà, la distribuzione più o meno egualitaria dei ruoli di genere all’interno della coppia e la possibilità di accedere ad asili a prezzi abbordabili. Accanto a queste circostanze più individuali, ogni scenario comprendeva anche quattro variabili relative a un contesto più generale. Veniva prospettata, in particolare, la situazione del cambiamento climatico (che in alcuni casi era destinato a peggiorare, mentre in altri a rimanere stabile), la situazione economica generale del Paese, la stabilità politica e democratica e la probabilità che si aprissero nuovi conflitti internazionali”.
“I nostri risultati suggeriscono come nelle scelte riproduttive le persone tengano conto sia delle loro condizioni personali – principalmente quella economica – sia del contesto generale in cui vivono”, prosegue Tanturri. “I partecipanti all’esperimento hanno inoltre reagito agli scenari in modo diverso a seconda del Paese di riferimento.
In Italia, le preoccupazioni globali sembravano essere percepite tutte a un livello simile, senza che nessuna prevalesse sulle altre. In Argentina, dove la crisi economica è stata più acuta, i principali timori riguardavano la sicurezza finanziaria e il cambiamento climatico. In Germania, la paura per l'instabilità democratica e i conflitti internazionali aveva un peso maggiore. Gli Stati Uniti sono invece l’unico contesto in cui la preoccupazione per i conflitti globali risultava molto bassa, probabilmente perché il Paese non ha mai percepito un pericolo concreto di poter essere colpito direttamente da un conflitto sul proprio territorio”.
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Tra incertezza economica e lavoro domestico: i fattori decisivi per le nascite
Come anticipato, al di là di queste differenze sul piano macroscopico, le circostanze individuali restano comunque quelle più determinanti nella scelta di avere figli. “La percezione di un reddito medio-basso sembra scoraggiare più di ogni altro fattore questa decisione”, prosegue Tanturri, “ma è stato anche interessante osservare come variassero le risposte a seconda della ripartizione del lavoro domestico in base al genere. Come prevedibile, mentre per i partecipanti di sesso maschile la distribuzione del carico domestico non pareva influenzare molto la risposta, le partecipanti di sesso femminile (soprattutto le lavoratrici) tendevano a escludere in maniera molto più netta gli scenari in cui tutto il lavoro domestico era a carico della donna”.
Lo studio a cui ha partecipato Tanturri si inserisce in un filone di ricerca più ampio, che cerca di approfondire le ragioni a cui si deve il calo di fecondità nei Paesi ad alto e medio reddito. Diversi lavori condotti finora avevano già associato il fenomeno in questione a fattori come l’insufficiente stabilità economica familiare e alla divisione poco equa del lavoro domestico tra uomini e donne; alcuni avevano anche indagato il modo in cui le crisi globali rischiano di alimentare un senso di angoscia e incertezza per il futuro, influenzando negativamente la scelta di avere figli.
“Alcuni studi precedenti avevano già mostrato come le grandi crisi possano avere effetti immediati e misurabili sulla fecondità”, precisa la ricercatrice. “Per esempio, da un report ISTAT del 2021 emerge una drastica riduzione delle nascite avvenute in Italia dopo l’annuncio del lockdown, durante il periodo della pandemia. Gli shock, di fatto, fanno piombare le persone nell'incertezza, portandole a rimandare la decisione di avere figli e ad aspettare tempi migliori”.
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“Nel momento in cui abbiamo progettato lo studio, ci siamo in parte ispirati anche al film Don't Look Up, uscito nel 2021, che raccontava di una società che continuava a vivere normalmente, nonostante fosse consapevole dell'arrivo imminente di un meteorite in grado di distruggere la Terra”, aggiunge Tanturri. “Volevamo quindi capire se davvero le persone non siano minimamente influenzate dalle preoccupazioni globali in una scelta importante come quella di avere figli.
Ebbene, i nostri risultati descrivono un quadro diverso. Nei Paesi ad alto e medio reddito, la decisione di avere un figlio avviene di solito sulla base di una pianificazione a lungo termine, la quale viene naturalmente influenzata dalla percezione del futuro e dalle paure globali. Perciò, in un periodo di policrisi come quello che stiamo vivendo, caratterizzato dall’emergenza climatica, dall’aumento delle tensioni geopolitiche e delle loro conseguenze a livello economico, questi risultati dovrebbero farci riflettere particolarmente; potrebbero inoltre far capire che lavorare per mitigare gli effetti del cambiamento climatico e per porre fine ai conflitti globali potrebbe anche restituire alle persone un po’ di fiducia nel futuro, con possibili ripercussioni sulle scelte riproduttive”.