SOCIETÀ

Empatia selettiva, tra ricerca psicologica e stringente attualità

Nel 2025 Roberto De Vogli, docente del Dipartimento di Psicologia dello sviluppo e della socializzazione all’Università di Padova, è primo firmatario della campagna STOP THE SILENCE! Academic Associations Must Recognise the Genocide in Gaza per attivare le principali società scientifiche nei confronti del genocidio che lo stato di Israele sta compiendo nella striscia di Gaza, dal 7 ottobre 2023. Tra i promotori ci sono anche Jonathan Montomoli, anestesista e medico di terapia intensiva all’Ausl Romagna, Ghassan Abu-Sittah, dell’ufficio del rettore dell’Università di Glasgow, e infine Ilan Pappé, dello European Centre for Palestine Studies, Università di Exeter. 

La lista dei firmatari, che in prima battuta sono soprattutto accademici di tutta Europa, è molto lunga e include fin dall’inizio anche Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena; Daniela Lucangeli, docente di psicologia all’Università di Padova e Donatella Della Porta, sociologa della Scuola Normale Superiore di Firenze e accademica dei Lincei. Ma la lista è lunga e si è allungata nel corso di questi mesi, e oggi conta più di 11.800 firme verificate. 


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La campagna ha avuto come risultato la dichiarazione congiunta e il riconoscimento del genocidio in corso a Gaza delle tre principali società scientifiche (European Public Health Alliance - EPHA, European Public Health Association - EUPHA, e la World Federation of Public Health Associations - WFPHA) che contano tra i loro iscritti più di 5 milioni tra ricercatori e professionisti della salute pubblica. Un successo che lo stesso De Vogli ha commentato in una lettera pubblicata sulla rivista medico-sanitaria The Lancet, dal titolo Break the selective silence on the genocide in Gaza, sottolineando quanto sia ancora importante dunque attivarsi e fare pressione anche presso le istituzioni e le organizzazioni internazionali. 

Nel corso del 2025, Roberto De Vogli ha scritto Empatia selettiva. L’Occidente di fronte al genocidio di Gaza, un libro che nella versione italiana è stato pubblicato da Compagnia editoriale Aliberti e in quella inglese, da poco aggiornata, da Brill. La lettura non è leggera, perché è un libro che ci inchioda, dalle prime pagine, a ragionare in modo dritto e senza alcuna scusa, su quali sono le ragioni che ci portano a scegliere, selettivamente, quali sono le cause per cui lottare, e, soprattutto, quali sono le guerre che ci sembrano davvero gravi, drammatiche, per le quali vale la pena provare a mettere in atto solidarietà, supporto, denuncia, e tutte le possibili azioni di impegno nei confronti della popolazione colpita, e quali invece sono i conflitti che meno ci appassionano, che magari perfino arriviamo a giustificare o a non leggere in tutta la loro drammatica realtà.

Se è vero che dovremmo preoccuparci e sentire compassione per tutte le vittime di una guerra, le nostre azioni e la nostra attenzione dovrebbero focalizzarsi primariamente sui crimini di guerra dei nostri governi Roberto De Vogli

Abbiamo dialogato con Roberto De Vogli per chiarire quali sono i punti chiave della sua ricerca e come possono diventare fondamento di uno sviluppo successivo degli studi in questo campo. Ma prima di sfogliarne le pagine, Roberto De Vogli ci racconta che questo libro ha avuto una storia difficile fin da subito. “Il mio libro ha raggiunto un traguardo di cui solo pochi autori possono vantarsi: è stato censurato, rifiutato o semplicemente ignorato da quasi un centinaio di editori nelle sue edizioni inglese e italiana. Nell’introduzione condivido un aneddoto personale, la lettera di censura scritta da chi avrebbe dovuto essere il mio primo editore. A poche settimane dalla firma del contratto, questo editore mi chiedeva di sostituire il termine genocidio con uno diverso, come atrocità di massa. Rifiutai e mi ritrovai senza editore. Per mesi nessuno ha voluto pubblicare il libro: né nel Regno Unito né negli Stati Uniti, dove ho lavorato per quasi due decenni, e nemmeno in Italia, dove ora risiedo”. Finalmente, a un certo punto, due editori si sono fatti avanti e dunque oggi il libro c’è ed è anzi diventato oggetto di molti incontri e base per tante discussioni pubbliche.

Cosa vuol dire ‘empatia selettiva’, come si studia, definisce e misura?

"La definizione di empatia selettiva si riferisce alla tendenza a provare compassione principalmente o esclusivamente per i membri del proprio ‘gruppo di appartenenza’, in base a razza, nazionalità, religione o status sociale, mentre si mostra poca o nessuna empatia per i membri del ‘gruppo esterno’. Questo tratto psicologico è caratterizzato da parzialità, pregiudizio, una mentalità del ‘noi contro loro’ e un forte senso di superiorità culturale e nazionale.

A oggi non esiste uno strumento che misura in modo empirico questo tipo di fenomeno ed è incredibile che sia così, vista la rilevanza del tema. Esiste però un’ampia letteratura scientifica in psicologia sociale che ha studiato i fenomeni sociali che influenzano l’empatia e i suoi limiti. In Against Empathy: The Case for Rational Compassion, lo psicologo canadese Paul Bloom presenta una delle critiche più sferzanti, sostenendo che le risposte empatiche spesso portano a scelte faziose, miopi e moralmente discutibili. Tuttavia, le argomentazioni contro l’empatia avanzate da critici come Bloom sembrano non riguardare l’empatia in sé, bensì l’empatia selettiva, una sua versione limitata ed esclusiva. Nelle sue osservazioni e nei suoi esempi Bloom ha messo involontariamente in evidenza la definizione stessa di empatia selettiva, senza riconoscerla. 

In altre parole, invece di liquidare del tutto l’empatia come moralmente difettosa, i critici dell’empatia avrebbero dovuto indagare in quali circostanze l’empatia diventa selettiva, perché alcune persone sono più inclini di altre a provare empatia selettiva e, soprattutto, quali fattori sociali, politici o economici possono favorire una forma di empatia più ampia, inclusiva e universale. In realtà, la psicologia moderna, iperspecializzata, non sembra molto attrezzata a studiare temi così complessi a livello transdisciplinare e l’approccio individuale ha limitato pesantemente la capacità di comprendere fenomeni ed emozioni fortemente influenzati da fattori macrosociali, culturali e politici.”

Perché l’empatia selettiva è un tema così poco esplorato in ambito scientifico e cosa potrebbe dirci della nostra capacità di comprensione e lettura di una certa realtà? 

“Sorprendentemente o meno, la ricerca psicologica ha dedicato poca attenzione all’empatia selettiva. Una possibile spiegazione è il riconoscimento implicito che ogni tipo di empatia è, in una certa misura, selettiva. L’empatia è una risorsa emotiva limitata e la nostra capacità di provare compassione per gli altri è naturalmente orientata verso le persone con cui condividiamo legami stretti, come familiari, amici e comunità. Questa limitazione, tuttavia, va distinta dalla selettività. Una capacità limitata di empatia riguarda la larghezza di banda emotiva, ovvero lo sforzo psicologico di prendersi cura di troppe persone. L’empatia selettiva, invece, riflette filtri morali e sociali, ovvero pregiudizi appresi che determinano, in primo luogo, chi è ritenuto degno di compassione. Si tratta di un orientamento a priori, una predisposizione a provare compassione in modo rigido e dogmatico per alcuni e non per altri, a prescindere dalla reale capacità di empatia.

Un’altra possibile spiegazione dell’omissione è il focus epistemologico della psicologia sull’individuo. La maggior parte della ricerca sull’empatia si concentra su tratti personali, diagnosi di salute mentale o comportamenti interpersonali. L’empatia è trattata per lo più come una funzione privata e non come una dinamica sociale. Eppure, l’empatia selettiva non è solo personale. È culturale e persino politica. Può riflettere il modo in cui le società rispondono collettivamente alla sorte di gruppi diversi e come la propaganda, i media, la storia e le norme sociali plasmino le emozioni.

Da quando è uscito il libro, a dicembre 2026, ho tenuto oltre 50 presentazioni sull’argomento. Più volte, durante le domande del pubblico, ho incontrato commenti come il seguente: ‘Il genocidio di Gaza non ha nulla a che vedere con l’empatia! È tutta una questione di politica.’ Ciò che sfugge è che l’empatia selettiva riguarda le nostre emozioni collettive. Non è solo personale. È politica. La politica di potere e l’empatia selettiva collettiva si influenzano a vicenda. Le politiche influenzano come e per chi proviamo sentimenti. Ma le politiche sono anche il risultato di scelte collettive, che si basano in gran parte sulle emozioni, compresa l’empatia selettiva. La mia risposta a chi liquida l’argomento è questa: se nel mondo ci fosse empatia universale, non ci sarebbero genocidi.”

Perché il modo in cui la comunità internazionale, soprattutto istituzioni e governi, tratta Gaza è l’esempio più lampante di empatia selettiva? 

“La manifestazione di questo doppio standard morale, politico ed emotivo non è mai stata più evidente che nella risposta della comunità internazionale a Gaza. I palestinesi hanno subito livelli straordinari di violenza senza praticamente alcuna protezione o aiuto internazionale. La disparità rispetto al sostegno, agli aiuti e all’assistenza militare ricevuti da altri paesi è sbalorditiva. 

Perfino dopo 1.000 giorni di genocidio a Gaza, gli sforzi di solidarietà di attivisti, accademici, giornalisti, intellettuali, politici e persone semplicemente inorridite all’idea di essere complici di una strage umanitaria senza precedenti recenti, vengono spesso controargomentati con le domande: ‘Perché Gaza, quando ci sono così tante altre guerre al mondo? E perché Israele, visto che esistono molti altri aggressori?’

Una delle osservazioni più utilizzate riguarda l’invasione russa dell’Ucraina, e la richiesta di protestare contro la Russia invece di prendersela sempre con Israele. Eppure è proprio il confronto con l’impatto della guerra in Ucraina che mette in evidenza il doppio standard morale e geopolitico nell’applicazione di aiuti e sanzioni internazionali. Poche settimane dopo l’invasione dell’Ucraina, abbiamo boicottato le istituzioni russe e imposto oltre 16.000 sanzioni. Nei confronti di Israele, invece, dopo tre anni di genocidio, abbiamo fatto poco o nulla. Nel caso dell’Ucraina, l’Occidente ha inviato armi a un Paese vittima di un’aggressione. A Gaza, invece, i governi occidentali hanno spedito armi all’aggressore.

Incrociando dati ufficiali dell’UNICEF e dell’ONU, vediamo che in Ucraina sono stati uccisi circa 700 bambini in oltre 3 anni di attacchi, compresi quelli morti in Russia e nel Donbass; a Gaza sono morti 18.457 bambini in meno di 3 anni. Come evidenziato da uno studio The Lancet, a Gaza, l’aspettativa di vita alla nascita è scesa di 35 anni dopo un anno di genocidio, un risultato peggiore di quello vissuto in Rwanda durante il genocidio del 1994. In Ucraina, l’aspettativa di vita alla nascita è crollata di 5-7 anni dall’inizio dell’invasione. Secondo un report della Brown University, in Ucraina 4 vittime su 100 sono civili, mentre a Gaza sono 80 su 100: una differenza che distingue una guerra da un genocidio. 

Una giovane collega ha definito ‘offensiva’ l'idea di presentare questi numeri. Non avremmo mai pensato che una statistica potesse essere offensiva, ma non si finisce mai di imparare.”

Come possiamo distinguere, nella pratica, l'effetto della propaganda da quello di un autentico meccanismo psicologico di ‘empatia selettiva’?

“Questa è una bella domanda e credo siano necessari studi ad hoc per tentare di evidenziare, anche da un punto di vista empirico, l’effetto ‘netto’ della propaganda mediatica, dai meccanismi biologici di empatia selettiva.

Sul piano del bias mediatico, il caso del genocidio di Gaza è perfetto da studiare. Perfino le testate mediatiche più prestigiose e autorevoli al mondo hanno contribuito a un disimpegno morale selettivo per quanto riguarda le vittime palestinesi. Pensiamo, per esempio, al caso di Hind Rajab (poi diventato famoso anche grazie al film ‘La voce di Hind Rajab’ di Kaouther Ben Hania, Leone d’argento a Venezia nel 2025, ndr) quando la BBC ha riportato l’uccisione di una bambina di 6 anni, colpita da 335 proiettili, con il titolo: “Hind Rajab, 6 anni, trovata morta a Gaza, pochi giorni dopo le telefonate in cui chiedeva aiuto.” L’empatia selettiva è quindi un potenziale effetto di bias mediatici nella descrizione degli avvenimenti. Tuttavia, esiste una solida evidenza scientifica a sostegno dell’ipotesi che l’empatia selettiva sia fortemente influenzata anche da fattori biologici.”

Quanto della selettività che descrive è riconducibile a dinamiche evolutive di appartenenza a un certo gruppo e quanto è il prodotto di istituzioni, media e educazione?

“L’empatia selettiva è modellata dal modo in cui siamo cresciuti, dal nostro sviluppo morale individuale, dalle esperienze sociali e dal contesto culturale. Il senso di giustizia o ingiustizia di una persona, così come le sue convinzioni sulla gerarchia e sul dominio, contribuiscono a modularla. Questi tratti non sono fissi, ma variano da individuo a individuo, da società a società e da un’epoca all’altra. Inoltre, forze di livello macro, come la religione, l’etnocentrismo, l’istruzione, i media e le norme culturali, hanno un ruolo potente nel plasmare i confini della nostra empatia.

Tra i fattori in grado di influenzare la nostra empatia nei confronti di chi non appartiene al nostro gruppo di appartenenza, il nazionalismo è forse il più potente.

Questi non sono casi isolati, ma caratteristiche ricorrenti delle nazioni in guerra. La guerra inculca l’odio verso gli stranieri, trasformandoli in nemici mortali e immorali. La guerra intossica le menti delle persone con atteggiamenti che in tempo di pace sarebbero normalmente considerati psicopatologici. Può trasformare perfetti sconosciuti in nemici o alleati, a seconda delle costruzioni psicologiche e sociali che radica nella società. Il nazionalismo non solo ci fa dimenticare che facciamo parte di un’unica famiglia umana, ma può anche sopprimere la nostra capacità di provare compassione per gli altri.

In un articolo intitolato This is your brain on nationalism, pubblicato su Foreign Affairs, il biologo e neuroscienziato Robert Sapolsky esplora le basi biologiche dell’identità di gruppo. Sapolsky spiega che l’amigdala, la parte del cervello che elabora la paura e l’aggressività, si attiva quasi automaticamente quando le persone incontrano volti di altre etnie, riflettendo la tendenza evolutiva a distinguere rapidamente i membri del proprio gruppo da quelli di altri gruppi. I simboli nazionali, le narrazioni e gli obiettivi condivisi possono influenzare in modo significativo le nostre scelte riguardo a chi includere o escludere dalla nostra cerchia di empatia.

L’influenza del nazionalismo sulla nostra visione della storia è profonda e si manifesta nei punti ciechi che ogni nazione custodisce nella propria memoria.  Quanti italiani credono ancora di aver ‘civilizzato’ la Libia e l’Etiopia e quanti conoscono i campi di concentramento italiani in ex Jugoslavia? Nonostante l’Italia sia spesso idealizzata nella cultura occidentale con slogan come ‘Italiani brava gente’, il Paese è stato responsabile di crimini orribili in Africa. In Etiopia, Eritrea e Libia. Le forze italiane gestirono campi di concentramento in cui centinaia di migliaia di civili furono imprigionati e affamati. Questi crimini sono stati raccontati pubblicamente nel documentario Fascist Legacy (BBC, 1989), i cui diritti sono stati acquistati dall’emittente pubblica italiana RAI due anni dopo. Il documentario non fu trasmesso per diversi anni, finché nel 2004 il canale privato La7 ne mandò in onda alcuni estratti. Ancora oggi, il documentario rimane largamente sconosciuto in Italia. (Simile destino ebbe il libro dello storico americano Michael Palumbo ‘L’Olocausto rimosso’, pubblicato in prima battuta da Rizzoli nel 1992, ma mai distribuito e ripubblicato da Edizioni Alegre con il titolo Le atrocità di Mussolini meno di due anni fa, ndr)”

L’empatia selettiva è un fenomeno tipicamente occidentale, che può essere associato alla nostra pretesa di avere sempre uno sguardo globale?

La mancanza di empatia nei confronti di determinati gruppi non è una caratteristica esclusiva delle nazioni occidentali. L’empatia selettiva, infatti, trascende i confini culturali e politici. Alcuni ritengono persino che l’Occidente mostri fin troppa compassione nel mondo. Elon Musk, per esempio, ha affermato che ‘siamo nel mezzo di una empatia suicida per la civiltà occidentale’. Un’affermazione che può suonare amaramente ironica per quelle regioni del mondo che hanno sopportato il peso storico di invasioni, colonizzazione e sfruttamento da parte dei Paesi occidentali. Molti nel cosiddetto Sud globale sarebbero forse d’accordo con una frase che è stata a lungo comunemente attribuita a Gandhi (probabilmente apocrifa, ma assai popolare perché ben riflette il suo pensiero, ndr): alla domanda ‘Cosa ne pensa della civiltà occidentale?’, avrebbe risposto: ‘Penso che sarebbe una buona idea’.

L’empatia selettiva è in ciascuno di noi, ovunque. Fa parte del nostro DNA. Tuttavia, non è solo radicata nella biologia, ma anche plasmata dall’ideologia. E questo riguarda tutte le culture, e tutte le nazioni. Ma è anche una buona notizia. Se la storia, la cultura, l’istruzione e la socializzazione hanno colonizzato le nostre emozioni, allora l’empatia selettiva non è il nostro destino né un sentimento inevitabile di una natura immutabile. È soprattutto nelle nostre costruzioni mentali, nelle immaginazioni collettive e nelle norme sociali prefabbricate. Queste possono essere messe in discussione e cambiate, così da mettere in discussione e cambiare a loro volta chi siamo e ciò che proviamo. Inoltre, è importante sottolineare che molti in Occidente hanno dimostrato una compassione che trascende i confini nazionali, etnici e di appartenenza. Dai medici volontari che hanno rischiato la vita negli ultimi ospedali di Gaza agli obiettori di coscienza che si sono rifiutati di arruolarsi nell’esercito israeliano, dagli studenti che hanno allestito accampamenti per la Palestina ai docenti che hanno scritto, protestato e scioperato contro il genocidio: in molti hanno sfidato la macchina bellica israeliana, sostenuta dall’Occidente. Non hanno fermato il genocidio, ma hanno dimostrato che esiste un altro Occidente che tiene davvero a equità, solidarietà e giustizia globale. Hanno dimostrato in pratica che esiste un’empatia ‘oltre i confini’.”

Perché è necessario continuare a spiegare con i dati la dimensione, la scala, la specificità del conflitto e della tragedia gazawi? 

“È necessario farlo con i dati, con le prove scientifiche e con i fatti perché, come per tutti i fenomeni complessi, esiste una notevole disinformazione e ci sono potenti interessi in gioco capaci di influenzare le nostre percezioni. Come per il cambiamento climatico e la pandemia, sono i dati e il consenso scientifico di chi ha studiato tutta la vita quel tema, che dovrebbero informarci sul tema stesso, ben oltre le nostre opinioni per quanto rispettabili.

Prendiamo il negazionismo mediatico sulla parola genocidio. Molti media mainstream delegano all’opinione di qualche figura autorevole o mediaticamente importante decidere se a Gaza esista o meno un genocidio. In realtà, in netto contrasto con molti media occidentali, esiste un consenso schiacciante tra le organizzazioni per i diritti umani e gli studiosi di genocidio più rispettati al mondo. La maggior parte di loro concorda sul fatto che si tratti di genocidio. Queste organizzazioni includono l’International Association of Genocide Scholars (IAGS), Amnesty International, Human Rights Watch, il Lemkin Institute, la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e diversi Relatori Speciali delle Nazioni Unite. Persino B’Tselem, la più importante organizzazione israeliana per i diritti umani, è d’accordo e ha intitolato uno dei propri rapporti ‘Il nostro genocidio’. Nel caso di Gaza, i fatti e le prove sono inequivocabili. In uno scenario simile, gli appelli a ‘sentire entrambe le parti’ non servono la causa dell’equità e dell’equilibrio, ma diventano una messa in scena, un rituale vuoto mascherato da imparzialità.” 

Lei sostiene che l’empatia può essere ‘decolonizzata’. Quali sono, concretamente, gli strumenti culturali e politici che possono trasformare un sentimento individuale in una pratica collettiva?

"È la domanda che ho posto ai lettori del mio libro in due sottocapitoli. Decolonizzare le emozioni significa imparare a superare i confini della compassione che le nazioni e le culture hanno tracciato per noi. Questo processo implica riconoscere che ogni vita vale allo stesso modo e che ogni morte merita lo stesso lutto. Significa, per il mondo occidentale, versare per Hind Rajab le stesse lacrime che abbiamo pianto per Anna Frank

Come cittadini occidentali abbiamo pagato tutti un pedaggio emotivo causato dal colonialismo d’insediamento europeo che non si limita alla conquista territoriale, alla violenza e allo spostamento forzato di intere popolazioni, ma prevede anche un progetto epistemico che occupa e distorce i sistemi di conoscenza, le credenze e i comportamenti. Richiede che le menti colonizzate interiorizzino forme di soggiogamento che rimodellano il modo in cui sia i colonizzati sia i colonizzatori vedono il mondo. I cittadini degli Stati coloniali interiorizzano narrazioni nazionaliste progettate per giustificare azioni moralmente indifendibili e preservare l’orgoglio nazionale. La propaganda, la mitopoiesi e la storia selettiva concorrono a creare un racconto delle origini privo di colpe, spesso basato sulla scomparsa, sia letterale che simbolica, dei popoli indigeni.

La colonizzazione implica inevitabilmente forme di disumanizzazione. Tuttavia, questo processo non è unidirezionale, ma colpisce sia gli oppressi che gli oppressori. La colonizzazione emotiva priva dell’umanità non solo chi subisce violenza, ma anche chi la esercita. Le vittime devono affrontare il trauma, lo sradicamento e la cancellazione della propria identità, mentre gli oppressori pagano un prezzo diverso: l’erosione dell’empatia e la desensibilizzazione morale che derivano dal giustificare e dal perpetrare ingiustizie.

Il colonialismo d’insediamento, in particolare, impone un costo profondo alla compassione. Per sostenere un sistema di dominio, richiede razionalizzazioni autoassolutorie che offuscano la realtà brutale del genocidio, del furto di terre e della violenza strutturale. Queste narrazioni alimentano il provincialismo intellettuale e creano punti ciechi cognitivo-emotivi, soprattutto tra coloro che traggono i maggiori benefici da tali sistemi. Le conseguenze non sono solo l’ignoranza, ma anche una capacità ridotta di sentire il dolore altrui.

La decolonizzazione richiede una profonda trasformazione degli atteggiamenti, dei pensieri e dei sentimenti, nonché dei quadri psicologici e politici che legittimano e perpetuano i sistemi di oppressione. Decolonizzare le emozioni dei cittadini di nazioni che perpetuano o sostengono l’ingiustizia sociale, il colonialismo d’insediamento, l’occupazione e il genocidio richiede un impegno in un duplice processo di decostruzione e ricostruzione.

La prima fase della decolonizzazione emotiva (la decostruzione) richiede di abbattere i muri geografici, culturali, razziali e psicologici che il colonialismo ha eretto intorno alla nostra capacità di identificarci con l’umanità. Dal punto di vista cognitivo, ciò significa affrontare le interpretazioni storiche plasmate da propaganda, ideologia e pregiudizi nella produzione della conoscenza. Ciò implica smascherare le narrazioni selettive e autoassolutorie che alimentano la supremazia nazionale, rivedere i conflitti recenti e storici con occhi nuovi e critici, oltre a mettere in discussione le storie edulcorate che le nazioni raccontano a sé stesse.

Decostruire le emozioni colonizzate significa fare i conti con gli inganni storici che sostengono gli imperi. Si tratta di un processo radicale e spesso dirompente che non si limita ai fatti, ma affronta anche le inclinazioni emotive a empatizzare con il nostro in-group e a liquidare le narrazioni out-group. Una pedagogia davvero decoloniale deve quindi coinvolgere sia la mente che il cuore, mettendo in discussione miti, pregiudizi e abitudini emotive. Ci costringe ad affrontare il motivo per cui alcune vittime di guerra siano compiante e ampiamente discusse, mentre altre vengano rese quasi invisibili e appena menzionate.

La seconda parte della decolonizzazione emotiva consiste in una fase di ricostruzione. Decostruire le narrazioni coloniali non basta. La decolonizzazione emotiva implica un impegno psicopolitico costruttivo, l’apprendimento di storie nascoste, contro-narrazioni e saperi che sfidano lo status quo, al fine di costruire un senso più ampio di umanità che trascenda i confini nazionali, razziali o culturali. Richiede la capacità di vedere le vittime di guerre lontane, i rifugiati e i popoli emarginati come esseri umani a pieno titolo, meritevoli dello stesso lutto e della stessa solidarietà che riserviamo ai nostri cari. Significa empatizzare con le vittime lontane dell’oppressione come se fossero vicine.

Il pensiero decoloniale sfida il dominio intellettuale dell’Occidente, riconoscendo che i pregiudizi etnocentrici sono stati depositati nelle nostre menti attraverso anni di istruzione, socializzazione, acculturazione e formazione dell’identità. Il processo di decolonizzazione delle emozioni implica quindi coltivare un’apertura verso una gamma più ampia di sentimenti e prospettive che possano creare spazio mentale ed emotivo per nuovi modi di immaginare empatia, giustizia e pace.

Ciò richiede di uscire dai confini angusti della compassione selettiva, coltivando le condizioni emotive e intellettuali per una dignità universale che non dipende dalla geografia, dall’etnia o dalla storia. Questo non è solo un atto di resistenza politica, ma anche di apertura morale ed emotiva, concepito per sviluppare un nuovo senso di solidarietà e un nuovo mondo in cui la giustizia non sia selettiva e la pace non sia un privilegio dei potenti, ma un diritto di tutti."

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